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Alla ricerca delle nostre lontane origini … Nel paese dell’emiro (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

(di Salvatore Vaccaro)         Tra mille e mille cento anni fa, molto probabilmente, come ho sostenuto nel mio precedente servizio su questo giornale on line,  un potente signore arabo, un emiro aglabita o kalbita,  fondò quindi  sull’altipiano della nostra  terravecchia, a 770 metri sul livello del mare, Menzil al Amir ( in arabo casale o paese dell’emiro), poi nel tempo, nel corso dei secoli,  mensmir-munsmil-mussumeli.   Allora oltre all’arabo si parlava una lingua che si può dire un miscuglio tra  latino,  greco-bizantino e arabo-berbero che,  nell’arco di qualche centinaio di anni, a partire dal 1200, diventerà gradualmente il primo siciliano parlato e scritto,  grazie soprattutto a Federico II di Svevia, lo stupor mundis,  e ad alla sua scuola poetica siciliana con sede alla corte di Palermo, e contribuirà anche alla nascita della lingua italiana ed al grande patrimonio letterario nazionale. Nasceva così “il paese dell’emiro”, raggruppando qualche  migliaio di musumulisi  nostri progenitori, sparsi qui e là nei vari insediamenti limitrofi che diventeranno poi nel 1500 gli ex 29 feudi della contea di Mussomeli.  L’emiro, che aveva già sconfitto i nostri lontani musumulisi  e distrutto nell’arco di alcuni anni, tra il 830 ed il 860, i loro vari stanziamenti, a partire da Raffe/Mustulicatu, Grotte/Burgitello, Mintina, Girafi/Calavò, Polizzello/Ciensu, ecc.,  scelse per  il suo nuovo borgo una posizione altamente strategica e facilmente difendibile anche con le mura che saranno costruite attorno al centro antico dell’abitato, senza contare il beneficio di un’aria saluberrima e la vista su un territorio straordinario, così come ne scriverà più tardi Gian Giacomo Adria, poeta, storico e medico dell’imperatore Carlo V, e ne decanterà, in un suo manoscritto in latino del 1535, riportato dal Sorge  e che si conserva alla Biblioteca Comunale di Palermo, le bellezze naturali e paesaggistiche con i suoi monti, i boschi (!), le valli, i ponti  e le acque dolci e saltellanti (!) nonché la vita sana e longeva dei suoi abitanti…“Hic vitam sanam …  hic multi viri centenarii”.

O forse può essere accaduto, (siamo sempre nel campo delle ipotesi perché, come ho già detto,  non ci sono prove documentali, e forse non se troveranno mai,  in questo affascinante, oscuro e crudele racconto giallo del nostro passato), che i nostri musumulisi di oltre mille anni fa, abbandonando, sotto la spinta impetuosa dell’avanzata e della conquista arabo-berbera, le loro precedenti fortificazioni con annessi insediamenti, (anche se qualche storico sostiene che molti berberi, una parte dei quali presentano  i caratteri tipici del nord Europa  con occhi azzurri e capelli biondi,  erano stanziati già nel nostro territorio da alcuni decenni), si siano rifugiati tutti insieme, in una estremo ultimo tentativo di difesa, e con l’aiuto di armate bizantine,  sulla antica terravecchia che avranno velocemente recintato con apposite mura per resistere ancora all’ultimo assalto dell’emiro, ma che poi capitolando, come successe per tutti gli altri castrum siciliani, compreso per ultimo il più importante di Castrogiovanni/Enna, si arresero definitivamente al dominio arabo, che, contrariamente a quello che si può pensare, rispetto soprattutto al periodo romano-bizantino, per molti anni fu un periodo di pace e grande prosperità economica per  tutta la Sicilia.

Anche il nostro Mensmir/Mussumeli  ebbe, così, per la prima volta, la possibilità di costituirsi in una piccola laboriosa comunità di pastori ed agricoltori di circa 3000 musumulisi, (attorno al 1500 saranno circa 6000),  che si avvalse  delle nuove colture agricole e dei nuovi sistemi di irrigazione, importati dagli arabi, tra tutti, in particolare il pistacchio ed il carrubo, con buone prospettive socio-economiche per il proprio futuro.  Sarà, infatti, città demaniale in alcuni decenni del 1300/1400 e poi baronia e  contea, e sarà sempre ambita  non solo dagli emiri ma anche dai baroni e principi dei secoli a venire, con, a volte, operazioni molto spregiudicate, in particolare quella di Don Cesare Lanza,  il parricida della famosa Baronessa di Carini.  E non poteva essere un caso che, come ho scritto nel precedente articolo,  proprio nella ricca e prospera  Mensmir/Mussumeli, nei primi anni del  secolo scorso, siano state ritrovate 124 monete arabe d’oro, di cui 90 esposte da molti decenni in una vetrina del Museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa, e che aspettano, un domani (!?), di essere riportate a Mussomeli.

E’ grazie alla dott.ssa Stefania Santangelo del CNR di Catania, che tutti noi mussomelesi dovremmo ringraziare,  se oggi esiste uno studio approfondito  ed interessantissimo sui 90 ruba’i d’oro di Mussomeli che giacevano dimenticati da  90 anni (!) in una vetrina del Museo Orsi di Siracusa. Con un suo intervento pubblicato nel 2015 sulla Rivista Italiana di Numismatica, dal titolo “Un inedito ripostiglio di ruba’i da Mussomeli”, si è dato finalmente grande spazio a livello nazionale alla eccezionale scoperta.  La Santangelo sostiene,  attraverso un nota di cronaca del Giornale dell’Isola  e dalla lettura di un racconto del 2010 di Maria Sorce Cocuzza, che il gruzzolo di 124 ruba’i d’oro (quarti di dinar) del periodo di Al- Mustansir fu rinvenuto casualmente nel 1923 in un ripostiglio ai piedi del castello, lato sud, e subito sequestrato al suo scopritore, un certo Belfiore, che poi, però, ne consegnò  alle autorità solo 90 esemplari (gli altri 34 saranno stati forse un premio o un contentino per il Belfiore), e nel 1928, grazie all’impegno ed alla tenacia di Paolo Orsi, pervennero al Museo Archeologico di Siracusa dove ancora oggi li possiamo ammirare. E come si può vedere dalle foto qui pubblicate, le monete sono ancora in  buono stato di conservazione, hanno un peso medio di circa un grammo e sono state quasi tutte emesse nella zecca di Palermo e in Tunisia a nome di Al-Mustansir, il califfo fatimide che regnò dal 1035 al  1094, tranne alcune  a nome di Al Zahir.  Esse si presentano, come ce le descrive la Santangelo,  per lo più con tre cerchi concentrici di scrittura o con leggenda disposta in tre o quattro righe e quelle più numerose, 41 esemplari, considerate le più peculiari della zecca fatimide di Sicilia,  con il tipo stellato o ad esagramma,  caratterizzate, nelle due facce, da una stella o ruota di carro ottenuta dall’intersezione di cinque/sei linee di scrittura.

Molto piacevole il racconto del ritrovamento che ne fa la Santangelo “Le storie locali, com’è  noto, pullulano di fantasiosi racconti sulla presunta presenza di oggetti preziosi e monete nascosti, soprattutto se nel territorio vi è  un castello. Non fa eccezione il castello chiaramontano di Mussomeli, da sempre al centro di suggestivi misteri, come quello che, stando ad un’antica credenza, al suo interno vi fosse seppellito un tesoro. Nel febbraio del 1923, finalmente, qualcuno crede che i sogni si possono realizzare e che quella leggenda popolare tramandata nei secoli celi un fondo di verità: un umile uomo, trovandosi a passeggiare per raccogliere verdure nel terreno sottostante la rocca del castello, rinviene casualmente un’anfora sigillata piena di monete d’oro e sembra destinato a diventar ricco. Ma il rumore generato dalla vicenda è tale che buona parte delle monete vengono sequestrate allo scopritore e subito prese in custodia dalla Soprintendenza di Palermo.”

 

Inspiegabilmente, sottolinea ancora la Santangelo, questo eccezionale rinvenimento, pur essendo esposto da tempo in una vetrina del Medagliere del museo di Siracusa, è stato ignorato dalla comunità scientifica ed è rimasto inedito fino ad oggi. Indubbia, tuttavia, è la sua importanza, sia per la nota penuria di ripostigli editi riferibili all’epoca islamica, che per la storia stessa del territorio in cui fu trovato”. Quindi  un rinvenimento eccezionale non solo per Mussomeli ma per  tutta la Sicilia,  e  che può far conoscere meglio l’ultima fase della monetazione araba in Sicilia (in arabo Siqilliyyah come riportato in alcune monete), nell’ultimo tormentato periodo che mette fine alla dominazione araba in Sicilia e che fa pensare alla fuga di un potente arabo, forse il figlio o nipote del nostro emiro musumulisi (!?), che da Palermo, attaccata dai Normanni, correva a  rifugiarsi nell’imprendibile fortezza del nostro castello o  nella strategica terravecchia araba di Mensmir/Mussumeli (!?).

Adesso, mille  e qualche decennio dopo,  il nostro antichissimo paese dell’emiro, ormai spopolato da una pesante emigrazione che si trascina ancora oggi e che ne ha ridotto la popolazione ad appena 9 mila residenti, la  metà di quelli che aveva sul finire degli anni 50, conserva tra le sue mura rugose, gli archi di pietra e le stradine medievali, quasi del tutto ormai abbandonati e fatiscenti,  un fascino ed una atmosfera straordinari, ultimi frammenti  della nostra storia  millenaria. Ma chi lo sa! Può darsi che domani (?) con le nostre ricche risorse ambientali, monumentali ed archeologiche, il clima mite e l’aria salubre,  con la riscoperta dell’agricoltura biologica e dei prodotti e dei sapori genuini di un tempo, si volti pagina  e si cominci una nuova età,  magari con l’aiuto di  un  nuovo emiro!

A  mille anni di distanza,  la comunità di Mensmir/Mussomeli  per sopravvivere dovrà per forza inventarsi un nuovo ruolo, una nuova identità. Far leva  sul  proprio lontano passato, sulla propria storia, sulle quelle  antichissime radici  che si perdono nella notte dei tempi,  non può, non deve essere solo un sogno.

 

di

- che ha scritto 6070 articoli su Castello Incantato.


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