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E’ tempo di Risorgere (a cura del Professore Vaccaro)

MUSSOMELI – Con la domenica di Pasqua dovrebbero finalmente traboccare riti e simbologie di vita che rinasce, ma in confronto al Venerdì Santo, la Domenica di Resurrezione è poca cosa. La Giunta pasquale, “l’annacata” del Gesù risorto con la Madonna e San Michele, è veloce e in tono molto più modesto rispetto allo sfavillio di luci dell’urna e di tutto il prolungato rituale della crocifissione e morte di Cristo. Non vi sono autorità e nemmeno i preti. E’ una processione che rapidamente fa il giro del paese ed a cui partecipano solo 3 confraternite con pochi confratelli e con stendardi ed abiti meno appariscenti del giovedì e venerdì santo.

  Non si sa quando abbia avuto inizio questo rito con le tre statue. E’ probabile che sia stato nei primi anni del ‘900. La statua del Cristo Risorto, come quella della Madonna, è molto recente ed ha sostituito quella più antica, forse della fine dell’800 restaurata nel 2014 e conservata nell’oratorio della Madrice. Il san Michele è stato anch’esso restaurato di recente. Qui, accanto, si può vedere, in una foto degli anni 50/60, il vecchio Cristo risorto con in mano la croce, anziché la bandiera rossa, simbolo del flusso sacro della vita. Si nota pure  che la Madonna, che  è conservata nella cappella del fonte battesimale della Chiesa di San Giovanni, non è più quella che viene portata oggi in processione. Abbiamo qualche notizia da Angelo Barba nel suo “L’arciconfraternita del SS. Sacramento alla Madrice, in cui scrive che la Giunta, con relativa processione, presumo negli anni 30/40,  fu colpita da interdetto vescovile per alcuni eccessi verificatisi durante “l’annacata” dell’anno precedente, pare un po’ troppo festosa (!!). Ecco perché i preti non partecipano più alla processione!?  Ed a proposito di interdetti, come non ricordare quanto scrive il Sorge nelle sue Cronache sul decreto della direzione generale di polizia che proibì, nel 1838, alle due confraternite della Madrice e di San Giovanni la funzione della discesa dalla Croce, per gravissimi disordini, non proprio edificanti, avvenuti forse l’anno prima, l’anno del terribile colera !

      Comunque emblematica da noi la scarsa popolarità e ritualità della Pasqua. Il mistero della resurrezione, qui, nella nostra terra, non ha una tradizione di grande spessore. Direi che, per certi versi, non ha nemmeno una notevole risonanza religiosa e culturale, come è possibile verificare, invece, in altri comuni della Sicilia, anche limitrofi al nostro. Vedi San Cataldo con i Sampauluna,  i Santuna di Aidone o  il ballo dei diavoli di Prizzi, un rito in bilico tra fede cristiana e paganesimo, quasi uno scontro tra il Bene ed il Male che, ancora oggi, riesce ad accendere  gli animi della gente. Una festa spettacolare, ormai famosa in tutto il mondo, con i diavoli che cercano di impedire l’incontro tra il Gesù risorto e sua Madre ma che, dopo tre tentativi, vengono sconfitti dagli Angeli nel tripudio delle campane a festa (!) e sono costretti a compiere il rito di purificazione chinandosi per tre volte davanti alle due statue della Madre e del Figlio, mentre la Madonna, nel lasciar cadere il manto nero e nello sfoggiare la nuova veste celeste, simboleggia, insieme al Cristo risorto, la vittoria della vita sulla morte, della primavera sull’inverno.

 

Leggendo “L’Arciconfraternita del SS. Sacramento…” di A. Barba, mi sono pure imbattuto in una specialissima chicca, altamente rivelatrice, che conferma ulteriormente questa mia interpretazione del sentimento popolare, di questa cultura millenaria del rito della morte, della cultura funeraria che, in un certo senso, si contrappone al rito della resurrezione cristiana, alla cultura della rinascita.  Racconta A. Barba “… Aurelio (Uleriu), era una vera e propria istituzione: così alto e magro…, guardava con tenerezza da innamorato l’urna, che non si stancava mai di spolverare ed accarezzare, e andava ripetendo: questa è mia madre!”(sic!!) . Ed a proposito di Uleriu, ho sentito spesso raccontare da alcuni anziani che, una sera del venerdì santo, si mise davanti alla porta grande della Chiesa Madre e, forse perché pioveva a dirotto, gridò con forza: “Cca nun trasi mancu Dia si prima nun trasi l’urna”, espressione, quasi uguale, che, stranamente (!?), ho sentito anche nel film “Baarìa” di G. Tornatore, quando, durante la processione di San Giuseppe, venendo giù un diluvio d’acqua, uno dei confrati della processione corre davanti alla chiesa ad urlare “Cca nun trasi mancu Dia si prima nun trasi San Giuseppi”.

 

     Oltre trent’anni fa scrivevo su Progetto Vallone che, da noi, nel nostro profondo sud, Cristo è rimasto sulla croce, perché il più grande mistero della cristianità, la Resurrezione,  la vittoria della luce sulle tenebre, forse, qui, non ha attecchito, non è cresciuto tra le nostre bianche colline, in questo paese del centro Sicilia, nella mente di tanta gente bloccata dalla cultura del futuro senza speranza, dalla rassegnazione più insopportabile. Da allora, non è ancora cambiato quasi niente. Forse che la nostra marginalità e insignificanza dipendano da questa cultura della morte!? E così la mancanza di prospettive per un futuro migliore, qualcosa che assomigli ad un pur minimo sviluppo economico ed occupazionale, il nuovo fenomeno emigratorio di tanti giovani mussomelesi, l’insopportabile isolamento infrastrutturale senza una strada minimamente decente di accesso e di comunicazione con le più importanti strade di collegamento siciliane, sono forse figli del nostro fatalismo, dell’immobilismo, della mentalità “renditataria”,  dell’indifferenza per il bene comune, della mancanza di  volontà di riscatto, del cinismo speculativo e dell’abbandono senza dolore di una comunità ad un futuro senza prospettive, mentre si continua a celebrare la morte di Cristo nell’urna trionfante di ori e luci…per paura di risorgere, di rinascere…!

Nella struggente straordinaria bellezza primaverile delle nostre lussureggianti colline,  dobbiamo avere il dovere di non perdere, e non può essere solo un imperativo morale o cristiano,   la speranza su giorni migliori a venire. E’ già tempo, prima che sia troppo tardi, che tutti, nessuno escluso, lavorino per l’interesse generale …che il Bene Comune diventi il nostro pane quotidiano e la nostra comunità possa risorgere…rinascere a nuova vita.

 

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

 

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