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Categoria | Cultura

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“Garzizetti”: la valle del sale (a cura del Prof.Salvatore Vaccaro)

Insieme ai nostri lettori, in queste ultime settimane, abbiamo fatto una bella passeggiata, anche mentale, tra i sentieri e le trazzere secolari delle antiche terre di Mussomeli “lungo i costoni delle montagnole e, con davanti a nostri occhi l’ampio panorama di colline e vallate, dorate dal grano maturo e appena chiazzate da macchie verdi di olivi o di fichi, e, al lontano orizzonte, le alte montagne, azzurre come il cielo nel quale si fondono…pervasi, come scriveva Louise Hamilton nel suo libro di 120 anni fa, da una sensazione di profondo benessere…”. Guardando la piantina degli ex feudi elaborata da Pietro Giacona nel 1828, è come se avessimo fatto il giro partendo da Polizzello a est, per poi scendere verso sud sud-est, con Scala, Canzirotta, Malpertugio, Sampria, Crocifia, Buonanotte, Torretta, Reina, Mustulicatu (Raffe), e poi verso ovest sud-ovest con Cangioli-Quadìa e Caccione (zona Sutera). Qui, faremo, invece, una breve escursione al centro della vecchia Contea di Mussomeli, a Garzizetti di cui fanno parte le contrade Testacotta, Zubbieddu, Piscazzu, Rainieri, ed in parte Mappa, di cui parleremo prossimamente.

Garzizetti, (277 salme di terra e 168 abitanti (!!) come risulta dal censimento del 1921) trae origine dall’arabo. G. Giunta, nella sua Storia di Bompensiere, sostiene che derivi da Uarzazate, una tribù berbera. Io propendo, invece, per Gar-aziz-ued, che potrebbe significare fiume o valle di garaziz, nomi comunissimi ancora oggi nei paesi arabi, oppure fiume o valle (ued) della grotta (gar) rinomata (aziz). C’è pure una piccola città a nord della Tunisia che si chiama Ghar El Melh (cioè grotta del sale). A proposito di grotta, non tutti sanno che nell’ex feudo Garzizetti vi era una salina, cioè una miniera di sale, da cui tutti i nostri progenitori, probabilmente fino agli anni cinquanta del secolo scorso, cavavano, gratuitamente, sale di uso alimentare per sé e per la propria famiglia. Da un’ordinanza dell’Intendenza di Caltanissetta del 29 aprile 1844, a firma del barone di Rigilifi e del segretario Giuseppe Tumminelli, a definizione della contesa tra il principe Lanza di Trabia, rappresentato da Francesco Tumminelli, ed il Comune di Mussomeli, rappresentato dall’illustre valentissimo procuratore Filippo Cordova, dopo l’ispezione disposta il precedente 16 agosto, e dopo aver preso visione delle perizie e della pianta topografica redatte dall’ingegnere Diego Giordano e dal professore Gaetano Piazza, nonché “aver constatato che il cavar sale è un ramo della principale industria dei mussomelesi, che oltre ad usar il sale per i propri bisogni ne fanno anche spaccio nei paesi convicini (!!), si ordinava che si assegnasse la salina alla Comune di Mussomeli in quanto più vantaggiosa del compenso in terre e si condannasse l’ex feudatario Principe di Trabia alle spese (!!).

     Nell’ordinanza si faceva cenno anche al fatto che la perizia dell’ing. Giordano dimostrava che circa un terzo dell’ex feudo, in particolare la zona ad ovest, fosse sparsa di sale e che le acque che qui vi sgorgavano fossero tutte salse (salate), ma la decisione finale dell’Intendenza faceva rimarcare che il sale delle altre zone non era “atto all’uso di condir le vivande visto che i comunisti di Mussomeli si recano nel punto più distante dall’abitato ove si estirpa il sale, locchè (!) mostra che solo di quello possono far uso e ritrarre vantaggio”. Di questa ordinanza parla anche il Sorge nelle sue Cronache, per gli anni 1843 e 1844, riferendo che vi era stata, prima dell’ordinanza definitiva, la proposta del Dottor Caracciolo che tendeva, come indennizzo della miniera di sale, a far distaccare a favore del nostro Comune una metà dell’ex feudo Garzizetti, “ma alla maggior parte dei mussomelesi del tempo conveniva piuttosto godere tutti liberamente del sale di Garzizetti che far godere a pochi la metà delle terre del feudo”, per cui la Decuria di Mussomeli preferì chiedere, come poi fu definitivamente deciso dall’Intendenza, “la conservazione dell’uso del sale, anziché ottenere un compenso di terre”. Ma l’ordinanza del 1843, se da una parte dichiarava la demanialità della salina ad uso dei mussomelesi, rigettava, però, tutte le rimanenti richieste del Comune sugli usi civici relativi agli altri ex feudi, lasciando integri a favore della popolazione solo gli usi incompensabili, quali il pescare nel fiume, far gesso, cogliere erbe, raccogliere lumache, ecc.

         Vorrei riportare, qui, la descrizione della miniera che fece “Nel giardino della memoria”, libro pubblicato nel 1992, Michele Vaccaro, nato nel 1911, straordinario poeta (con Poesie inedite del 1986, la Storia siciliana – Poemetto giullaresco del 1987, La gobba degli altri del 1988, Luci ed ombre del 1989, Lucciole del 1991, ecc.) e generale dei carabinieri, deceduto nel 2011, a cento anni di età. Il racconto si riferisce a circa 50/60 anni fa, quando, insieme ad alcuni familiari, fece una visita alla salina di Garzizetti: “All’ingresso della miniera c’era un grande rudimentale cancello fatto di assi di legno e filo spinato… La miniera era incustodita e inattiva… Era un’immensa grotta che si inoltrava su piano orizzontale nelle viscere della terra per oltre cinquanta metri, larga quindici ed alta dieci. Nel cielo e nelle pareti quasi circolari, si notavano strati di terra che si alternavano ad altri di minerale di diverso colore, varianti dal bianco candido al rosa pallido. Sul pavimento a fondo naturale rigagnoli di acqua salata che appena all’aperto si solidificava in parte trasformandosi in cristalli di sale bianchissimo e in parte, rimanendo allo stato liquido, si riversava in un vicino torrente fino a raggiungere il fiume Salito… Il Nonno ci spiegò che la miniera era rimasta attiva per secoli e che era stata chiusa soltanto negli anni cinquanta, perché non più remunerativa…”.

In Contrada Garzizetti, alla confluenza del fiume Belici con il fiume Salito,  a 272 metri di altezza, vi è ancora, come descritto nel II volume “Le Masserie” di Mario Cassetti, un’antica tenuta riadattata, e più recentemente ristrutturata, su un preesistente casamento, dalla famiglia Mancuso nella seconda metà dell’800. Il caseggiato rurale s’incardina intorno al patio centrale, delimitato su tre lati da edifici ad un piano e su un’altra ala da una costruzione a due piani.  Ai piedi della collina, proprio sotto la masseria dei Mancuso, l’accesso alla salina, meglio conosciuta come la miniera di Raineri  (nome che deriva  quasi certamente da riinedda (reinella), la contrada limitrofa, al di là del fiume Salito, è crollato (!!). E’ un ammasso di rovine e non vi si può entrare più. Come riportato dal Giornale Sicano del 30 marzo 2012: la miniera di Raineri è tra quelle, indicate dall’Arpa, ad alto rischio, dove negli anni passati potrebbero essere state interrate tonnellate di rifiuti tossici se non addirittura radioattivi… una miniera, distante in linea d’aria pochi chilometri dalla ben più nota miniera Bosco di Serradifalco, e di cui si parla poco o niente. La miniera non ha lasciato quasi nulla nella memoria storica dei mussomelesi tant’è che i più ignorano la sua ubicazione e perfino la sua stessa esistenza. E proprio qui pochi anni addietro, nel febbraio del 2008, si registrò un inquietante caso, documentato con foto dal geologo della Protezione Civile provinciale dott. Salvatore Saia, che notò sul terreno una grande orma a forma di stella (?!). L’orma si stagliava nitida sul fango a pochi centimetri dal lucore del sale. L’orma era stata impressa con forza tant’è che era traboccante di pioggia e, cosa assai strana, tutt’attorno non c’erano altre orme, né di uomini né di bestie… Da decenni le 800 miniere e cave siciliane sono state abbandonate, ma di quello che le ecomafie potrebbero avere sepolto là sotto, è buio pesto (!!). Di tanto in tanto il velo di silenzio che avvolge le miniere e le cave viene squarciato, ma ben presto l’oblio torna a cadere sul contenuto sepolto nelle viscere della terra…”.

Salvatore Vaccaro

La masseria Raineri

 

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