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Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Anche in questo servizio parliamo di un altro benemerito della nostra comunità. Dovrebbe essere superfluo dirlo, ma ricordare chi ha voluto beneficare i propri concittadini testimoniando grande solidarietà umana e cristiana, in particolare per i poveri e i bisognosi, è un dovere civico e morale. Non è un caso che Dante, nella sua Divina Commedia, collochi i traditori dei benefattori  nell’ultimo girone dell’Inferno, il 34° canto. E’ lì, nella zona di Cocito, che, insieme a Virgilio, trova coloro che sono stati sleali e disonesti con i propri amici da cui hanno ricevuto solo bene… i quali giacciono sprofondati nel ghiaccio, completamente immobili, muti… e il sommo poeta non ha parole per esprimere il proprio orrore: “Com’io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco…”

Ci occupiamo di Nicolò D’Andrea, un benefattore mussomelese dell’800, del tutto sconosciuto ai più, che, 181 anni fa, il 27 ottobre del 1836, decise di fare un testamento pubblico dal notaio Cinquemani (poi autorizzato con Regio decreto dell’11 febbraio 1842), per istituire “un legato di maritaggio a favore delle donzelle orfane di Mussomeli”. In quell’anno, in cui si moriva dalla paura per l’avvicinarsi del colera e tutte le autorità comunali e provinciali erano in grande allerta perché si prevedevano, riporta il Sorge nelle sue Cronache, almeno 124 casi di peste nel nostro paese di 8240 abitanti (sbagliandosi non di poco, perché l’anno dopo, nel 1837,  saranno oltre 400 i morti di colera!), l’aromatario  D’Andrea, che aveva la sua farmacia nella popolosa Piazza del Popolo, detta anche piano di San Giovanni, anziché preoccuparsi dell’arrivo del fiero morbo che si appressava inesorabilmente al nostro comune, pensò, seguendo i fulgidi esempi di F. Tomasino di Bartolo e di Paolo Valenza, di lasciare in eredità, quale dote di matrimonio, le case di sua proprietà alle ragazze senza genitori, o in alternativa quasi 50 onze.

Lasciò, inoltre, alla Chiesa di San Giovanni, oltre ad una piccola statua in legno di San Giuseppe (non si sa che fine abbia fatto), 9 tumoli di terra, con l’impegno di destinare, ogni anno, per Natale, 16 tarì della rendita alla vestizione di un bambino povero e senza genitori, scelto dal Cappellano della Chiesa. Nel secolo scorso, nella stessa giornata, si procedeva ad estrarre per  sorteggio una giovane orfana a cui assegnare la dote per il suo matrimonio, così come stabilito nel testamento del D’Andrea. Scrive il Sorge, così come riportato nei documenti parrocchiali, che “la poetica vestizione del fanciullo povero, nel giorno di Natale, permane tuttora, col concorso delle elemosine del popolo…”  Oggi, questo rituale di beneficenza, che ricorda la generosità di un lontano aromatario sangiovannese che teneva il proprio laboratorio di speziale proprio di fronte alla Chiesa, (la via D’Andrea, infatti, si trova sul lato nord, in parallelo alla piazza di San Giovanni), viene ancora celebrato quasi sempre la domenica successiva alla festività del 25 dicembre, ma, come per gli altri benefattori di Mussomeli, non resta più niente di quella eredità e di quella dote… nemmeno il ricordo, e si alimenta soltanto delle offerte dei fedeli.

Piazza del Popolo, 12 anni dopo, nel 1848, l’anno della rivoluzione non riuscita contro la monarchia borbonica, sarà invece l’arena affollatissima di una tragedia terrificante. Scrive Giovanni Mulè Bertolo nella sua La Rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta: “Le cose procedono tranquille… non così il 3 agosto, che si ricorderà sempre con orrore e raccapriccio. Quel giorno, presso il convento di San Domenico, si svolgevano le elezioni per il Consiglio civico con l’esclusione dalla lista degli elettori dei debitori del comune, tra cui Carmelo Minnella (inteso Darenu), cancelliere del tribunale, che, però, dimostrando con documenti come la sua esclusione fosse infondata, insisteva energicamente per potere votare. Ma alcuni che odiavano il cancelliere, forse perché 9 anni prima, nel 1839, era stato decisivo nella cattura del famoso bandito Peppi Termini di Campofranco, morto poi in seguito alle ferite riportate dai colpi di arma da fuoco del Minnella e di altri, sparsero la voce che Darenu avesse maltrattato il sac. Michele Cicero, Presidente della Commissione, e ferito l’economo sac. Morreale. Subito dopo, difatti, nei pressi del convento, si radunò una gran massa di gente armata di fucili e coltelli, che pareva essersi dissolta su intervento del Maggiore della Guardia nazionale, Salvatore Mancuso, ma la folla di popolani inferociti, ritornando di nuovo al convento e frugando in tutti gli angoli nascosti, trovò il povero Minnella, “col pallor della morte sul viso”, che venne accoltellato e colpito in testa con un colpo di arma da fuoco. “Non contenti i cannibali di tanto scempio buttano da un altissimo verone il cadavere…” lì sulla piazza dove ardeva già il fuoco. “La triste e fosca luce del fuoco irradia una scena, che la penna non sa ritrarre, (scriveva il Mulè Bertolo riprendendo i versi sul conte Ugolino nel 33° canto dell’Inferno dantesco), son visti alcuni  addentare le interiora,  di quel disgraziato e pieni di gioia sollevar la bocca dal fiero pasto”. 

         Il 6 novembre del 1850 veniva arrestato per reati di sedizione a Casteltermini, un certo Carmelo Saladino, forse un parente di Peppi Termini. La Gran Corte Criminale constatò, tra l’altro, che egli era stato uno degli autori dell’assassinio del Minnella. Sarà stato lui ad addentare per primo il cuore di Darenu? Chissà… Si sa solo che il bandito Peppi Termini era benvoluto dai popolani di allora, certamente molto di più del cancelliere Carmelo Minnella Darenu. Ne sono una conferma i versi, riportati dal Sorge, di un mussomelese di quei tempi, Fra Domenico Nicastro, converso domenicano (!!) che parteggiano per il bandito:“A Mussumeli daveru dispiaci/ la morti vera atroci di chist’omu/chi ‘nni sti parti mali nun ‘nni fici/ e li gendarmi facianu li porci.

          Scriveva pure un altro poeta popolare mussomelese, Giuseppe Palumbo, nel finale di una poesia inedita sulla “Pigliata di Darenu”, datami alla fine degli anni 70: “Di Santarrì acchiana Valintinu/ seguitu di fudda cu la ccetta mmanu/ grida: Darenu! Unn’è Darenu/ Pigliamulu! Pigliamulu a Darenu/ D’un finistruni ca duna nni la strata/ nesci Darenu e s’appenni a la firrata/ Cca iè  Cca iè grida Valintinu/ cala l’accetta e cci taglia la manu/ Cadi Darenu pi jiri nni la strata/ la fudda di sutta lu piglia a vulata/ e di volu lu portanu nni lu chianu/ e nni lu focu cci jetta a Darenu/ Cottu jè Darenu e ccu ci arrivà arrivà!/ La massa si nn’afferra un pezzu l’unu/ lu focu lu stramina ‘nta lu chianu/ mmezzu a lu focu nnu c’è cchiù Darenu”.

 

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