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Categoria | Cultura

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IL CASTELLO ED I RESTAURI DELL’ARMO’(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Mussomeli-(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro) Nel 1994, nel decennale di Progetto Vallone, viene pubblicato con “I restauri dell’Armò”, il primo dei 3 libri dedicati al Castello di Mussomeli, il monumento storico-artistico-architettonico più prestigioso del nostro paese. Si tratta di una ristampa del supplemento, ormai introvabile, dell’autorevole rivista mensile “L’Architettura Italiana”, edita nel maggio del 1911 dalla Società Italiana di Edizioni artistiche C. Crudo & C. di Torino, con uno speciale sui restauri del nostro castello, curato dall’arch. Ernesto Armò, docente di architettura nella Regia Università di Palermo. La pubblicazione, oltre a 30 tavole fotografiche e 8 figure, consta di circa 20 pagine di storia sulle origini di Mussomeli e del suo castello, nonché di una minuziosa descrizione dei suoi ambienti e degli straordinari interventi di restauro e di risanamento effettuativi. Ad arricchire il supplemento della rivista del 1911, sono state aggiunte, nella ristampa del 1994, 8 fotografie originali dell’Armò, datemi, allora, dall’amico Giovanni Camerota, così da rendere più completa e più interessante la documentazione sulle eccezionali operazioni di restauro, senza i quali, come già accennato nel servizio di domenica scorsa, oggi, non avremmo altro che un cumulo di macerie.

Abbiamo eseguito dei restauri, scriveva l’Armò, ma precipuamente abbiamo impedito la immane rovina di tutta quella parte a mezzogiorno… molta ne trovammo rovinata e precipitata nella sottostante pianura, dove con diligenza abbiamo ricercato il materiale e diligentemente riportato e rimurato…”. In due anni, dal 1909 al 1910, servendosi delle cave di pietra locali e di quelle di Melilli per gli intagli più fini (visto che si era esaurita la cava locale da cui erano stati intagliati i pezzi antichi più pregiati), il lavoro di risanamento e consolidamento del castello, con le poche risorse disponibili, assume aspetti davvero unici, qualcosa di inimitabile sia sul piano storico che su quello strettamente artistico-architettonico. Se si pensa, come si può ancora osservare da altro materiale fotografico che qui si pubblica, che gli ambienti rimasti quasi integri fossero solo l’interno della cappella e le tre sale con volte a crociere, ma con le aperture ed altre parti murarie rivolte a sud del tutto rovinate e cadenti, si capisce senz’altro l’immane lavoro di ricucitura e di creazione quasi dal nulla di archi, portali, bifore ed altri elementi e particolari architettonici.

Ed a proposito delle 6 bifore che non sono tutte uguali, perché diverse nelle dimensioni e nelle componenti strutturali, non fu trovato nemmeno un pezzo di colonnina o di elemento architettonico. Come ci dice l’Armò, “l’opera devastatrice del tempo dovette disperdere, se pure non furono trafugati, questi preziosi testimoni della genialità chiaramontana”. Tutte le bifore, infatti, ed altri elementi architettonici e decorativi, come il portale della Sala dei baroni, alcuni archi, capitelli, pilastri, verranno ricostruiti quasi da zero, secondo lo stile chiaramontano, stile decorativo ed architettonico, dichiaratamente fatto proprio dall’Armò, in base ai suoi studi ed alle sue indagini, e su cui, come vedremo prossimamente, vi sono delle riserve e dei dubbi, espressi da esperti di quel periodo ed anche recentemente. Se si guarda, ad esempio, l’immagine del castello, vista sud, degli ultimi anni dell’800, uno straordinario documento fotografico, fatto almeno un decennio prima dei restauri dell’Armò, si può notare come le 5 aperture degli ambienti che danno a strapiombo lato mezzogiorno, e cioè le aperture delle tre sale con volte a crociera, della sala dei baroni e del cortile antistante, siano del tutto sprovviste di elementi architettonici o di altri decori ornamentali di qualsiasi tipo o stile. Anche il particolare dell’immagine dell’apertura che dà sulla sala dei baroni, completamente distrutta, prima dei lavori dell’Armò, dimostra che non vi erano elementi decorativi ed ornamentali che facessero pensare ad un portale di stile chiaramontano come quello del Palazzo Steri di Palermo.

Solo il portale della Cappella, anche se molto danneggiato come si vede dall’immagine fatta prima dei restauri, farebbe pensare allo stile dello Steri, ma non sappiamo se sia un’opera successiva alla costruzione delle tre sale con volte a crociera che, come dirà Bodo Ebhardt, l’architetto dell’imperatore Guglielmo II di Prussia, e qualche altro studioso di quei tempi, sono del periodo federiciano o tardo federiciano, cioè di almeno un secolo prima rispetto al periodo di Manfredi III Chiaramonte. E se si presta fede a quanto sostenuto da esperti della sovrintendenza di Caltanissetta in merito al materiale fittile trovato durante uno scavo nel torrione del castello, in occasione dei lavori di consolidamento e risistemazione, effettuati a partire dalla fine degli anni 80, la costruzione del castello potrebbe risalire al periodo arabo-normanno, a tre secoli prima, cioè all’XI secolo ! Un altro rebus nella storia delle origini del nostro paese.

E’ innegabile, però, al di là delle perplessità e dei dubbi emersi su cui torneremo ancora nei prossimi servizi, che lo studio, il restauro e gli interventi di ricostruzione fatti dall’Armò, sono un grande capolavoro artistico ed architettonico che fa parte della storia del nostro castello e della nostra comunità. Ed alla fine della sua pubblicazione, oltre a citare coloro che l’avevano aiutato in questa straordinaria impresa, il costruttore Domenico Paladino di Palermo, che ha eseguito molto egregiamente i lavori di restauro, l’abilissimo intagliatore Domenico Puma, l’impareggiabile scultore ornamentale Giuseppe Ajello, lo scrupoloso e diligente assistente ai lavori Simone Rutelli, il noto artista fotografo Vincenzo Lo Cascio, collaboratore dell’Illustrazione Italiana e della Stampa Sportiva di Torino, ringrazia anche Desiderio Sorce, Testadiferro, di cui abbiamo parlato diffusamente, nei due precedenti articoli domenicali, come uno degli illustri benemeriti della nostra comunità, perché, da premuroso ammiratore del Castello ed amministratore locale dei Principi di Trabia e Scalea, è stato un cosciente e fedele ausilio(!!)

Egli avrebbe voluto continuare e completare l’opera di restauro, anche se occorreva ancora tanto studio… e tanti soldi! Avrebbe desiderato trovare le vie di comunicazione tra i vari ambienti inferiori e superiori, ma, soprattutto, rintracciare quel passaggio segreto (!!), che doveva esistere da qualche parte per facilitare l’uscita in caso estremo di bisogno, come in tutti gli altri castelli normanni… e concludeva: “solo allora quando codeste opere d’amore alla Storia dell’arte, e principalmente al nostro paese, saranno compiute, il magnifico Castello di Mussomeli, prendendo a prestito le parole di Giuseppe Pipitone Federico, a nido d’aquila fuso nella rupe, che ha destato di recente l’ammirazione di Guglielmo II di Hohenzollern, richiamerà l’attenzione dei viaggiatori su Mussomeli, suscitandone gli entusiasmi come una delle più mirabili opere di bellezza del Medio Evo a noi pervenute”!

 

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