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Categoria | Cronaca

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Medaglia d’oro al merito civile a Michelangelo Vullo, il 18enne che 25 anni addietro morì salvando un amico in mare

Michelangelo Vullo

MUSSOMELI – Dicono che il dono più grande che un essere umano possa fare a un suo simile sia la vita. Lui appena diciottenne compì questo gesto estremo di generosità.  Michelangello Vullo, annegato il 4 luglio del 1993 alle Dune di San Leone, si è immolato per salvare un amico. La  famiglia che in cuor suo ha sempre saputo  che il proprio ragazzo è morto da eroe, salvando un  essere umano. A certificarlo ora ci pensa il Quirinale che, a distanza di oltre 25 anni da quel tragico evento,  ha conferito all’impavido ragazzo mussomelese, la medaglia d’oro al merito civile con la seguente motivazione: “con coraggiosa determinazione e generoso slancio altruistico, si prodigava per prestare soccorso a un amico travolto da un’onda anomala del mare, mentre stavano facendo il bagno. Nell’attesa dell’arrivo dei soccorsi sorreggeva l’uomo per il collo, impedendogli di ingerire acqua, e lo confortava, fino a quando, durante il salvataggio, veniva a sua volta risucchiato dal mare, perdendo tragicamente la vita. Splendido esempio di incondizionato amore per il prossimo e di umana solidarietà, spinti fino all’estremo sacrificio. 4 luglio 1993 – Agrigento/Località San Leone”. Enzo Marco Costanzo  (foto in basso a destra) era il ragazzo sedicenne che deve la vita a Michelangelo e che, comprensibilmente, non potrà mai scordare quell’amico che, nonostante non fosse un nuotatore provetto, ha barattato  con il mare la propria vita in cambio della sua. “Quella domenica maledetta.- ebbe modo di raccontare – eravamo  in sei, con me e Michelangelo  c’erano i fratelli Simone e Totuccio Morreale miei zii, Carmelo e Francesco Messina. Spesso la domenica andavamo in tre

no fino ad Agrigento e da lì alla spiaggia di San Leone. Avevo sedici anni, Michelangelo ne aveva diciassette. Eravamo tutti minorenni e senza patente. Scendemmo con l’autostop fino ad Acquaviva e arrivammo in treno alle 10.30 ad Agrigento e da lì in pullman raggiungemmo le Dune di San Leone, dove andavamo solitamente. Non facemmo subito il bagno. Stringemmo amicizia con un gruppo di ragazzi di Agrigento e ci sfidammo a beach volley. Poco prima di mezzogiorno, accaldati dopo la partita, facemmo il bagno. Il mare era calmissimo ma poiché nessuno di noi era abile nel nuoto, non ci allontanavamo dalla riva. L’acqua ci arrivava sotto la pancia. All’improvviso –continua Enzo Marco- ricordo che arrivò un’onda che mi spostò e non riuscii più a toccare il fondo. Fu un attimo: il mare da calmo e gentile qual era, si increspò di colpo e diventò un nemico. La corrente era fortissima. In meno di trenta secondi, con una forza incredibile, ci portò a circa 100 metri dalla riva. Io Michelangelo e Simone fummo trascinati al largo, mentre gli altri amici ancora riuscivano a toccare il fondale. Io e Michelangelo fummo poi sospinti in mare aperto. Eravamo a circa 150 metri. I nostri amici che avevano toccato riva dettero l’allarme e arrivarono i bagnini.  Uno  salvò Simone portandolo a riva, l’altro arrivò da me e Michelangelo che continuava a farmi coraggio: “Stai calmo, stai calmo, ora tocchiamo di nuovo, stai calmo” mi diceva. Arrivò il bagnino ma la corrente era così forte che non riuscì a portarci a riva e ci disse di aspettarlo, il tempo di tornare a riva e ritornare con la scialuppa di salvataggio. Tornò con un moscone ma ebbe difficoltà a raggiungerci. Eravamo in balia delle onde e bevevamo acqua in continuazione. Successe allora quello che non dimenticherò mai: Michelangelo non mi ha salvato solo perché mi ha afferrato mentre affondavo e mi ha tirato su, Michelangelo mi ha salvato –e qui la commozione ha il sopravvento- sostenendomi psicologicamente come un fratello maggiore. Ero terrorizzato. Quando   sono andato giù mi ha afferrato per il collo e mi ha tirato su. Ricordo, quando mi hanno salvato, che avevo le spalle graffiate e il medico che poi eseguì l’autopsia mi disse di aver trovato sotto le unghia di Michelangelo lembi di pelle. Della mia pelle. Michelangelo pensava a me ma continuava ad annaspare e mentre mi diceva stai tranquillo non ti preoccupare, vedevo che anche lui annaspava e beveva, ma ha continuato a farmi coraggio fino all’ultimo, fino a quando l’ho visto andare giù. L’ultimo ricordo che ho di lui, sono i capelli fluttuanti sotto l’acqua. Non so poi cosa è successo: ricordo soltanto che dopo aver visto Michelangelo andar giù, il mio ultimo pensiero è stato di morire ricordando  tutto ciò che di bello avevo avuto e mi è passata davanti tutta la mia vita in un lampo. Non so quanto tempo rimasi in acqua, guardavo il cielo e mi preparavo a raggiungere Michelangelo, quando qualcuno mi ha afferrato per i capelli e mi ha tirato fuori. Dov’è il tuo amico mi chiedevano e io indicai più  o meno dove l’avevo visto scomparire, ma non l’hanno trovato. Sono sicuro che se Michelangelo in quei momenti avesse pensato più a se stesso che a me, oggi ci sarebbe lui a raccontare questa storia al mio posto. A lui devo la mia vita”.  Inutile dire che i genitori non hanno mai avuto pace dopo quella perdita che nessuno potrà colmare, quello strappo impossibile da cucire. “Ho sognato mio figlio più volte -ci ha detto la signora Giuseppa Lombarda, mamma di Michelangelo Vullo- e lui mi detto di non piangere, perché il suo gesto ha salvato una vita”.  Una famiglia formata dal marito Vincenzo, dal  figlio Vincenzo, maresciallo dei carabinieri e da Sonia, insegnante che da oltre 25 anni ha dovuto convivere con un dolore grande e pesante come un macigno.

 

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