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Vittime delle foibe, medaglia d’onore al nipote di un martire

Vittime delle foibe, medaglia d’onore al nipote di un martire

Caltanissetta – È durante una sobria cerimonia in prefettura che, nel giorno della memoria, è stata consegnata una medaglia d’onore conferita dal Presidente della Repubblica.

È stata affidata a Francesco Febbrile, nipote di Filippo Febbrile, martire nisseno delle foibe  caduto in Friuli il 16 marzo 1945.

È stato il prefetto Cosima Di Stani a presiedere la cerimonia a cui hanno preso parte anche il sindaco di Sommatino e d i vertici delle forze dell’ordine

Il prefetto si è soffermato «sull’elevato significato civile della cerimonia, quale doveroso omaggio alla vittima, con un sentito riconoscimento ai familiari colpiti da una così grave tragedia umana»

Lo stesso rappresentate di governo ha poi concluso ribadendo come «simili giornate servano al Paese per coltivare la memoria e non dimenticare le sofferenze subite dal popolo italiano, mantenendone saldo il ricordo tra i più giovani e le generazioni future».

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Mussomeli, torna l’acqua: a seguire anche negli altri centri del Vallone

Mussomeli, torna l’acqua: a seguire anche negli altri centri del Vallone

Rientra l’emergenza idrica nel Vallone. È stato completato l’intervento per la riparazione all’impianto del Fanaco che sabato ha causato lo stop in undici comuni, a cominciare da Mussomeli.

E proprio a Mussomeli, così come a Campofranco, Sutera e Acquaviva, la situazione dovrebbe normalizzarsi in queste ore.

In coincidenza dello stop forzato sono stati programmati, da parte di Caltaqua, altri interventi alla periferia di Campofranco.

Così per quanto riguarda  gli altri centri del Vallone interessati dalla recente emergenza idrica, entro il pomeriggio di lunedì 11 febbraio ripartirà l’erogazione anche a Montedoro, Bompensiere e Milena, mentre entro mezzanotte toccherà a Serradifalco.

Per martedì 12, entro la notte, invece, è stata programmata la distribuzione anche nei comuni di Sommatino e Delia.

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«Da Vaccaro arrivò l’ordine di uccidere il milocchese Tona che ebbe contrasti col capomafia di Mussomeli»  

«Da Vaccaro arrivò l’ordine di uccidere il milocchese Tona che ebbe contrasti col capomafia di Mussomeli»  

MUSSOMELI – L’ordine di uccidere il milocchese Pietro Tona sarebbe arrivato da Lorenzo Vaccaro che, poi, avrebbe pagato con la vita per questa sua direttiva. A svelarlo sono stai alcuni collaboratori di giustizia, a cominciare dall’agrigentino,  Ignazio Gagliardo, tra le pieghe dell’inchiesta su mafia e delitti nel vallone ribattezzata «Gallodoro».

È un intreccio d’interessi economici, vendette e lotte di potere quello che emerge dalle rivelazioni rese ai magistrati della Dda nissena da ex uomini di Cosa nostra, del Vallone e dell’Agrigentino, che  poi hanno deciso di saltare il fosso

L’agguato a Pietro Tona, consumato nel lontano ’96  e di cui s’è autoaccusato il campofranchese Maurizio Carrubba –  secondo gli inquirenti – sarebbe stata una risposta dell’ala vicina  Bernardo Provenzano per l’uccisione dei fratelli riesini D’Alessandro.

Tona, secondo la tesi dei pentiti, era legato da un particolare feeling con la mafia agrigentina – tant’è che  a un certo punto avrebbe pure sostenuto la latitanza del boss Salvatore Fragapane. E quando è stato assassinato, Fragapane era stato già arrestato. E tra lui, il milenese, e il capomafia di Mussomeli, Sebastiano Misuraca, a capo dello stesso mandamento, sarebbero sorti contrasti. Per appianarli sarebbe stato organizzato un vertice. A dividere i due sarebbe stata una richiesta di pizzo che lo stesso Misuraca avrebbe avanzato nei confronti di un’impresa mussomelese che stava effettuando lavori a  Milena. In particolar e l’impresa Nigrelli di Mussomeli stava realizzando un mercatino a Milena. E, secondo il pentito agrigentino Gagliardi, dal punto di vista mafioso Milena non avrebbe goduto di particolare forza  e sarebbe stata guidata dai “campofranchesi”.

E, come risposta, Tona avrebbe chiesto all’ora boss di Racalmuto, Di Gati, d’intervenire per bloccare, in relazione all’appalto in questione, lo stop alla fornitura di calcestruzzo che era stata affidata a Gagliardo.

E quest’ultimo sarebbe stato chiamato  dai tre uomini d’onore di Milena – indicati dallo stesso Gagliardo in «Ciccu Randazzo, Pietro Tona e zu Pepè Tarallieddru» –  per bloccare la fornitura. E il titolare dell’impianto di calcestruzzi ne avrebbe parlato con l’imprenditore di Mussomeli che aveva ricevuto l’appalto per realizzare il mercatino. E per questa storia vi fu una riunione mafiosa.

E, ancor prima della riunione, per dirimere la questione, si sarebbe poi tenuta a Milena in casa di Francesco Randazzo, il “mammasantissima” Sebastiano Misuraca avrebbe affidato la gestione della vicenda a Lorenzo Vaccaro, di Campofranco.

A quella riunione in casa di Randazzo avrebbero poi partecipato lo stesso Tona, Misuraca, Giuseppe Palumbo, Lorenzo Vaccaro e gli agrigentini Gagliardi, Di Gati. Gli ultimi due sono arrivati a quel summit armati di pistola. Pronti, secondo gli stessi collaboranti, a sparare al comandamento di Mussomeli, Sebastiano Misuraca, nel caso in cui la situazione fosse degenerata. Ma in quella circostanza, neanche Di Gati, nonostante il legame con Tona, avrebbe potuto prendere le difese di quest’ultimo. E tirandosi un po’ fuori avrebbe investito della questione il campofranchese Lorenzo Vaccaro.

Lo stesso Di Gati, riferendosi sempre alla situazione mafiosa nel Nisseno,  ha rivelato che dopo la cattura di Giovanni rusca «’u verru», avrebbe partecipato a un summit che si sarebbe tenuto nella casa di campagna di Pietro Tona. Sareberostati presenti anche Giuseppe Palumbo, Vincenzo Licata di Grotte, Carmelo Milioto e Giuseppe Vetro di Favara, Giuseppe Fanara di Santa Elisabetta Leonardo Fragapane e, per il nisseno, Pino Cammarata di Riesi e Gaetano Falcone di Montedoro. E in quella circostanza sarebbe stata deliberata l’uccisione di Lorenzo Vaccaro, che avrebbe creato malcontento nella gestione dei guadagni derivanti dalal estorsioni. E di questo si sarebbero lamentati Tano Falcone e Pietro Tona.

In questo incrocio di vendette, poi, Vaccaro avrebbe fatto uccider e Tona. Ma poi il fronte opposto in Cosa nostra avrebbe ottenuto vendetta. Perché nel gennaio del ‘98 Lorenzo Vaccaro e il suo autista, Francesco Carrubba sono stati uccisi in un agguato a Catania. Il rappresentante provinciale di Cosa nostra nissena, Giuseppe «Piddu» Madonia, non avrebbe avallato il progetto di assassinare Lorenzo vaccaro. Perché a lui sareb estato legato da affetto.

Tra le pieghe delle sua rivelazioni, il collaborante Di Gati ha riferito che vi fossero stati malumori per un paio di ragioni. Perché in carcere Domenico «Mimì» vaccaro non avrebbe rivelato a Fragapane chi aveva ucciso Tona. E perché lo stesso Vaccaro, durante l’ora d’aria,  non sarebbe rimasto insieme a uomini d’onore, ma avrebbe passeggiato con detenuti comuni.

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«Non la sequestrarono e non abusarono di lei», cadono le accuse a due ragazzini

«Non la sequestrarono e non abusarono di lei», cadono le accuse a due ragazzini

Caltanissetta – L’avrebbero sequestrata in campagna per poi violentarla. Questa, almeno, è stata la teoria dell’accusa. Ma il verdetto dell’aula ha detto altro: non  hanno abusato della loro amica. Adolescente esattamente come loro.

A queste conclusioni è giunto il tribunale per i minorenni che non ha condiviso il teorema accusatorio a carico di due ragazzi sancataldesi  – difesi dagli avvocati Giuseppe Dacquì e Michele Micalizzi –  a quel tempo sedicenni, accusati di avere abusato di una quindicenne pure lei di San Cataldo.

Il Collegio giudicante, infatti, li ha assolti perché «il fatto non sussiste», a fronte di una richiesta di condanna, avanzata dalla procura, a 8 anni di reclusione.

I presunti fatti che sono stati al centro dell’istruttoria risalirebbero al settembre del 2011. Quando in un paio di circostanze racchiuse nell’arco di pochi giorni, è stata la tesi degli inquirenti,  la ragazza sarebbe stata condotta a forza in campagna – da qui l’ipotesi di sequestro di persona – e poi ne avrebbero abusato.

Indagine tecniche, curate dagli esperti del Ris di Messina, non avrebbero però rilevato tracce di quella violenza. E alla fine, adesso, il tribunale, così come sollecitato dalla difesa, ha assolto i due allora minorenni e oggi alle soglie dei 24 anni.

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Mussomeli, per la morte del piccolo Salvatore scattano 14 condanne

Mussomeli, per la morte del piccolo Salvatore scattano 14 condanne

Mussomeli – Quattordici condanne per la morte di un bimbo. Un quindicesimo imputato, nel frattempo, è deceduto. Tutti responsabili di omicidio colposo.

Così ha deciso il giudice al processo per il decesso del piccolo Salvatore Lo Monaco, morto cadendo con la sua bici in fondo a un dirupo.

Un scarpata, per l’accusa colpevolmente non protetta, che si sarebbe creata per lavori in corso in via Bumarro. Ed i condannati sono tutti abitanti di uno stabile nella via in questione.

È di un anno ciascuno – a fronte dei due anni chiesti dall’accusa – la pena che il giudice Valentina Balbo ha inflitto a Giovanni Giardina, Salvatore Morreale, Marco Costanzo, Salvina Amico, Salvatore Romito, Maria Mistretta, Calogera Rossana Salamone, Salvatore Corbetto, Adriana Navarra, Vanessa Nobile, Maria Carmela Sola, Maria Nobile, Vincenzo Bonfante e Salvatore Nobile – difesi dagli avvocati Antonio Impellizzeri. Michele Ambra, Walter Tesauro e Rocco Guarnaccia – per l’ipotesi di omicidio colposo.

Ma non è tutto. Già perché gli stessi dovranno anche pagare le spese legali, una provvisionale di 120 mila euro – la cui liquidazione è conditio sine qua non per beneficiare della pena sospesa – e in più dovranno risarcire le parti civili secondo quanto stabilirà il giudice in un successivo procedimento dedicato.

Diritto a un indennizzo che è stato riconosciuto, come la provvisionale, a Giuseppe Lo Monaco ed Enza La Greca – assistiti dall’avvocato Giuseppe Dacquì –  genitori del piccolo Salvatore.

La tragedia risale al pomeriggio del  6 giugno del 2007. Lì, nella zona di via in via Bumarro, il bimbo è scivolato con la sua bicicletta in fondo a una scarpata, battendo poi il capo contro una grossa pietra. Ed riverso su un fianco, esanime, che lo hanno trovato.

Poi la corsa in ospedale e il trasferimento a Palermo, ma non c’è stato nulla da fare. E nella fase iniziale dell’indagine sono stati 23 i nomi finiti al centro di un dossier della procura. Poi cinque di loro sono stati giudicati – e condannati già in via definitiva – con il rito abbreviato.

Gli altri, gli stessi ora giudicati colpevoli, hanno scelto la via dell’ordinario. Ma tre anni fa la Cassazione, dopo sei anni di processi e due gradi di giudizio celebrati, ha annullato tutto per un vizio di forma.

Così gli atti sono tornati alla procura perché si ripartisse dalla richiesta di rinvio a giudizio a carico di 15 imputati.

Ma uno di loro, nel frattempo, è deceduto e il giudice adesso ha dichiarato nei suoi confronti, com’era ovvio che fosse, il non luogo a procedere.

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Droga, due fratelli di Campofranco al «Riesame: uno chiede la libertà

Droga, due fratelli di Campofranco al «Riesame: uno chiede la libertà

da sinistra Tonino e Alex Lattuca

Campofranco – Due fratelli di Campofranco  chiedono la revoca della misura cautelare piovuta su di loro perché coinvolti nell’inchiesta «Gallodoro» su mafia, omicidi, estorsioni e droga.

E proprio per quest’ultimo aspetto, quello legato agli stupefacenti, sono stati tirati in ballo i due. Ma perché ritenute pedine di una rete organizzata che avrebbe trafficato “roba”.

Sono i fratelli campofranchesi  Antonino  e Alexander Giulio Lattuca  – difesi dall’avvocato Dino Milazzo- trentottenne il primo,  venticinquenne l’altro.

Il maggiore dei due, Antonio, è agli arresti domiciliari, l’altro è sottoposto al solo obbligo di presentazione in caserma per la firma.

A tutti e due, i magistrati della direzione distrettuale antimafia nissena hanno contestato l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

Adesso, attraverso il loro legale, hanno presentato istanza al tribunale del riesame chiedendo la revoca delle rispetti rispettive misure cautelari scattate a fine gennaio sull’onda di un’indagine dei carabinieri del Ros.

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Vallelunga e Villalba, rete del metano in tilt: scuole chiuse per 2 giorni perché troppo fredde

Vallelunga e Villalba, rete del metano in tilt: scuole chiuse per 2 giorni perché troppo fredde

Vallelunga – Scuole chiuse a Vallelunga e Villalba l’8 e il 9 febbraio. Le relative ordinanze sindacali sono state già emanate. Il perché è presto spiegato.

La rete del metano è andata in tilt per via di una frana. Così gli istituti scolastici sarebbero troppo freddi per accogliere alunni e studenti.

È stato il cedimento del terreno, in un’area a cavallo tra i due centri abitati del Vallone, a causare la rottura della conduttura del metano.

Così da rendere necessaria, come ufficializzato dagli stessi Comuni, la conduttura fino a quando i lavori non saranno completati.

Tecnici e operai sono già a lavoro ed entro breve tempo, entro domani, la situazione, salvo ulteriori imprevisti, dovrebbe tornare alla normalità.

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Lui guidava sotto l’effetto di droga, l’amica nascondeva hashish nella borsetta: smascherati due giovani

Lui guidava sotto l’effetto di droga, l’amica nascondeva hashish nella borsetta: smascherati due giovani

Caltanissetta – Lui guidava sotto l’effetto di droga, la sua amica, sulla stessa auto, nascondeva un po’ di “fumo” nella borsetta. Entrambi, nella notte , sono incappati in un posto di controllo della polizia.

Così due giovani nisseni, ventenne lui, coetanea lei, sono stati scoperti dagli agenti che li hanno fermati mentre in quattro viaggiavano in auto.

I poliziotti si sono subito resi conto che il ragazzo al volante non era lucido. Era sotto l’effetto di stupefacenti. Ma si è rifiutato di sottoporsi al test.  Per lui è arrivata la denuncia.

Poi sono stati controllati gli altri tre ragazzi in abitacolo. E una ventenne è stata sorpresa con poco più di un grammo di hashish conservato nella borsetta.

La giovane è stata segnalata in via amministrativa alla prefettura perché il suo nome venga annotato nel registro degli assuntori.

La stessa polizia, nel cuore del centro storico nisseno, ha recuperato tre barrette di hashish che erano state abbandonate per strada, per un totale di poco meno di due grammi e mezz

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Spara all’«inquilino moroso», nisseno arrestato in Piemonte

Spara all’«inquilino moroso», nisseno arrestato in Piemonte

Caltanissetta – È di tentato omicidio che è accusato. Questa l’ipotesi che ha fatto scattare il suo arresto. Il provvedimento restrittivo è scatto nei confronti di un caterinese che vive in Piemonte.

È il cinquantacinquenne Michele Prima accusato di avere sparato a un suo inquilino perché non gli avrebbe pagato l’affitto di casa.

Questa sarebbe stata la ragione per cui il nisseno avrebbe fatto fuoco contro  il ventiseienne di nazionalità moldava, Feodor Budaianu.

Il giovane, rimasto ferito alla testa in maniera assai grave, è stato trasferito immediatamente in elisoccorso in ospedale. Ma le sue condizioni di salute sarebbero più che disperate.

Anche il ragazzo, ma da molto meno tempo, vive e lavora a Leini.laddove si era trasferito molto prima il bracciante caterinese.

Lo stesso Prima è stato arrestato dai carabinieri ed è adesso detenuto in una cella del carcere di Ivrea. La sua posizione, dal punto di vista giudiziario, è legata agli sviluppi della situazione in riferimento a quelle che saranno le condizioni del ragazzo.

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Voleva farla finita, la salvano passanti e polizia

Voleva farla finita, la salvano passanti e polizia

Immagine di repertorio

Caltanissetta – È stata salvata in extremis da alcuni presenti prima e dalla polizia poi. A lieto fine la conclusione di una storia che avrebbe potuto tingersi di nero.

È stata una cinquantacinquenne nissena a tentare di togliersi la vita. Gesto estremo, per buona sorte andato a vuoto, che lei avrebbe tentato di compiere in una zona periferica dell’abitato nisseno.

Lì, secondo la ricostruzione, la donna si sarebbe avvicinata all’orlo di un precipizio con l’intenzione di farla finita. Sono stati attimi di paura.

Ma il suo proposito non è andato a buon fine. Sarebbe stato il suo compagno e altri conoscenti a riuscire a farla desistere ed a trarla in salvo.

In quei frangenti è arrivata in zona anche una pattuglia di polizia. Quanto ai contorni della vicenda non vi sarebbero dubbi. L’unica incognita rimane legata alle ragioni che l’avrebbero indotta a compiere il gesto.

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