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Stasera suoni inediti con il “Cool Jazz” di Giuseppe Milici e Roberto Gervasi

Stasera suoni inediti con il “Cool Jazz” di Giuseppe Milici e Roberto Gervasi

MUSSOMELI – Stasera, alle 21, presso l’Antica Pasticceria Normanna terzo appuntamento con la rassegna “Suoni per la Città” dell’associazione musicale mussomelese “Cool Jazz” . Tessiture sonore inedite e raffinate con l’armonica cromatica di Giuseppe Milici e la fisarmonica di Roberto Gervasi. Milici, armonicista e compositore, è sulla scena da 35 anni. Ha partecipato a trasmissioni televisive come Serata d’onore, Fantastico, Uno su cento, Il numero uno, tre edizioni del Festival di Sanremo, Un Natale italiano, Novecento, Taratata e I fatti vostri. Il suo rapporto privilegiato con il cinema si è manifestato nella esecuzione di musiche da film come Il mago con Anthony Quinn. Roberto Gervasi, nonostante la giovane età, è uno dei pochi fisarmonicisti siciliani che ha raggiunto la notorietà.  Reduce da un’intensa esperienza oltreoceano, ha toccato recentemente in tournée dodici città della Francia meridionale, che lo hanno visto impegnato con la sua formazione musicale composta da Yannis Constans alla chitarra e Camille Wolfrom al contrabasso.

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La montagna incantata (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

La montagna incantata (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

 

 MUSSOMELI – Oltre trent’anni fa, con uno “speciale archeologia”  di Progetto Vallone, mi occupai, insieme a Calogero Canalella, Giacomo Cumbo e Giovanni Mancuso, di Polizzello. Era la prima volta che salivo sulla “montagna ” con addosso il fascino di tutti i miti e le leggende che popolavano i suoi luoghi e l’incanto dei tesori della fiera dei sette anni, delle arance d’oro e di altre truvatura di cui si favoleggiava da tanto tempo. Mi avviai con gli amici, su per l’erta salita di terra battuta, e arrivato sull’altipiano di oltre 870 metri, da cui si domina tutto il territorio del Vallone e lo sguardo può spaziare fino agli orizzonti lontani, dall’Etna ad est  fino ai monti Sicani ad ovest, dalle Madonie  a nord fino al mare a sud,  mi sentii abbagliato dalla luce del sole che illuminava intensamente tutta l’ampia terrazza di terra nerissima e fertilissima, in cui crescevano quell’anno, sulle rocce dell’acropoli, insoliti rovi di mirtilli rossi che non avevo mai visto altrove, e delle piante particolari con piccole foglie madreperlacee, che davano a tutto il paesaggio una particolarissima aura di magia. Il Sorge, riferendosi ad una fortezza citata da Stefano Bizantino nel suo De Urbibus, pensava che la montagna fosse la Fortezza di Eizelos, ma a me, lì per lì, venne di pensare invece alla  Polis helios, la mitica città del sole di Tommaso Campanella, sapendo che non poteva essere
che solo una mia pura immaginazione, perché come aveva già sostenuto  Siculus (alias Salvatore Raccuglia), uno studioso grecista, sulla rivista Sicania n.8 del 1916, in greco i nomi di città non sono preceduti ma seguiti dalla parola polis, come appunto Costantinopoli, Napoli, Termopoli, ecc..

Sulla sommità dell’acropoli, nella parte centrale, con intorno la terra rossa della cenere  e del sangue dei sacrifici alla Dea Madre di tre mila anni fa, un santuario arcaico con delle are abbozzate, scoperto con i primi scavi fatti da Rosario Carta dagli anni 1921/26. Gli altri sacelli  e gli altri ambienti saranno scoperti negli scavi di De Miro e della Fiorentini degli anni ottanta, e poi di quelli diretti dalla Panvini dal 2000 fino al 2006. Oggi, tutta l’acropoli è in attesa che un domani (?) si completino i lavori di scavo e si costruisca un’adeguata copertura permanente. Anche la
montagna
sembra abbandonata. Transennata da sud ovest fino quasi alla robba du Ciensu da una lunghissima ringhiera in ferro che ha deturpato e rovinato parte della collina, tutto il pianoro è sommerso da alte erbacce in cui si fa fatica a camminare e ad ammirare i resti dell’antichissima misteriosa città sicana Onface (?), come ipotizzava, un secolo fa,  il nostro Siculus.

E’ certo che Pulizzieddu non ha niente a che vedere con Polis Eizelos, ma è un  nome sicuramente posteriore, dato probabilmente ad un borgo di epoca bizantina che doveva sorgere nei pressi della montagna, forse a sud verso la contrada in cui ha sede la fabbrica di pannelli fotovoltaici “Energy Europe” e dove si indicava una volta la località Pulizzieddu, così come riferito da alcuni anziani. Non a caso il nome della robba ai piedi della montagna e di tutta la contrada limitrofa era chiamata sempre u’ Ciensu, forse dall’arabo jizya (tributo). Anche Rosalba Panvini e Dario Palermo, sulla scorta di quanto affermato da Salvatore Raccuglia nel 1916, propendono per questa interpretazione. Dario Palermo ipotizza pure, nel suo studio su Polizzello, sulla base del taccuino di R. Carta del 1926 in cui si annotava la  presenza a sud della montagna di alcune sepolture a fossa e di un piccolo arcosolio, “l’esistenza di un insediamento tardo-antico o alto-medievale indizio di alta frequentazione del territorio in quell’epoca insieme ad altri nuclei come Borgitello, Mintina, ecc.”.  Che sia questo l’antico borgo bizantino in greco “Polis”, da cui poi Pulizzieddu? Anche Borgitello doveva essere un antico borgo bizantino della contrada Grotte o, forse, un insediamento ormai scomparso ai piedi del Castello lato sud, dall’arabo burg  da cui poi Burgitieddu, in cui sono state trovate le 124 monete d’oro arabe, di cui 90 al Paolo Orsi di Siracusa, ed un bel po’ di ceramica del periodo alto medievale che si trova nel nostro Antiquarium. Poi che un nome di una piccola ma importante fetta di territorio dia il  nome a tutto un ex feudo è qualcosa di ricorrente e fa parte della nostra storia, certo è che dentro l’ex feudo Borgitello ci sono le contrade Castello, Manca, Serra del vento, Testacotta, Mintina, Omomorto, Catabba, ecc. Così come per Polizzello che abbraccia un territorio vastissimo di cui fanno parte Carlina, Ntanalipri, San Cono, Sanfrangiore, Quarto di rose, Rocchicella, Marcato Nuovo, ecc.
  Bellissimi i reperti ritrovati: gli oinochoe, molti dei quali si trovano negli scantinati (!) del Museo archeologico di Palermo,  con i simboli stilizzati del toro, del guerriero, del polipo e di altre figure ittiche, alcuni di fabbricazione indigena, e che testimoniano il culto sacro della vita. Eccezionali i ritrovamenti degli ultimi scavi, alcuni dei quali si possono vedere, qui pubblicati, sui tabelloni del nostro Antiquarium: un elmo corinzio, simile all’elmo della Dea greca Atena, una placca  di ambra e avorio, altri  monili preziosi, tempietti indigeni dalla forma circolare, statuine con figure simboleggianti la natura e  decine di armi, lance, spade e punte di frecce, conservati per lo più al Museo archeologico di Caltanissetta. Straordinario, infine, per il nostro sito, il ritrovamento di una statuetta fittile di un guerriero itifallico con elmo e scudo, insieme ad una rara lancia di 74 cm di lunghezza e ad altre armi, che fanno pensare, come sostiene l’archeologo Dario Palermo, al culto di Ulisse, l’eroe omerico dell’Odissea, su cui torneremo a scrivere ancora nel prossimo articolo.

Diversamente da Raffe, la mitica Indara sicana da Indaruminicu lì vicino (?), che visse quasi più di tremila anni, dal periodo sicano fino alla dominazione araba, la città della Montagna, la misteriosa Onface sicana (?), esistette, come sostiene Dario Palermo, in periodi più brevi dal X, poi dall’VIII al VI/V secolo avanti Cristo, per poi riprendere vita per poco tempo dalla fine del V fino al IV a.C.  E molti si interrogheranno sul perché di questo abbandono da parte dei nostri onfacesi del loro insediamento e poi della ripresa, dopo un secolo circa, dei luoghi in cui avevano vissuto i  loro padri. Forse fu Falaride, tiranno di Agrigento, nel VI secolo a.C., a distruggere il primo insediamento (?), e dopo, definitivamente,  i cartaginesi nel V/IV secolo circa a.C. quando distrussero, pure, oltre alla stretta alleata Onface, la leggendaria imprendibile Camico, progettata e costruita dall’architetto Dedalo, il padre dello sfortunato Icaro(?).

Chissà! Di certo, qui si venerava la Grande Dea Madre dalle braccia alzate verso il cielo, come farebbe pensare il bronzetto stilizzato che si trova nel nostro museo di Mussomeli. Qui, alla Grande Dea Madre, la grande Ida cretese, che poi chiameranno Demetra, e poi Cerere, i nostri avi, pastori, contadini e guerrieri, come, probabilmente, anche tutti i sicani di quel tempo, come sostiene E. De Miro, offrivano i loro voti e facevano i loro sacrifici di cinghiali, cervi ed altri animali ormai scomparsi, per chiedere prosperità e protezione. Qui portavano in processione i modellini in terracotta dei tempietti circolari, (ritrovati negli anni venti dall’archeologo Carta e che si trovano ora nel museo archeologico di Siracusa),  con dentro anche le statuette della dea (!?).

Forse, la nostra “montagna incantata” che oggi chiamiamo Polizzello, doveva avere una enorme influenza sociale e religiosa nella civiltà sicana di quel tempo ed  il santuario, nell’area sacra dell’acropoli, che sovrastava dall’alto tutto il territorio dei sicani e dei siculi, doveva essere un importantissimo luogo di culto “omerico” e di richiamo per tutti i nostri progenitori di 2700 anni fa.

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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E’ tempo di Risorgere (a cura del Professore Vaccaro)

E’ tempo di Risorgere (a cura del Professore Vaccaro)

MUSSOMELI – Con la domenica di Pasqua dovrebbero finalmente traboccare riti e simbologie di vita che rinasce, ma in confronto al Venerdì Santo, la Domenica di Resurrezione è poca cosa. La Giunta pasquale, “l’annacata” del Gesù risorto con la Madonna e San Michele, è veloce e in tono molto più modesto rispetto allo sfavillio di luci dell’urna e di tutto il prolungato rituale della crocifissione e morte di Cristo. Non vi sono autorità e nemmeno i preti. E’ una processione che rapidamente fa il giro del paese ed a cui partecipano solo 3 confraternite con pochi confratelli e con stendardi ed abiti meno appariscenti del giovedì e venerdì santo.

  Non si sa quando abbia avuto inizio questo rito con le tre statue. E’ probabile che sia stato nei primi anni del ‘900. La statua del Cristo Risorto, come quella della Madonna, è molto recente ed ha sostituito quella più antica, forse della fine dell’800 restaurata nel 2014 e conservata nell’oratorio della Madrice. Il san Michele è stato anch’esso restaurato di recente. Qui, accanto, si può vedere, in una foto degli anni 50/60, il vecchio Cristo risorto con in mano la croce, anziché la bandiera rossa, simbolo del flusso sacro della vita. Si nota pure  che la Madonna, che  è conservata nella cappella del fonte battesimale della Chiesa di San Giovanni, non è più quella che viene portata oggi in processione. Abbiamo qualche notizia da Angelo Barba nel suo “L’arciconfraternita del SS. Sacramento alla Madrice, in cui scrive che la Giunta, con relativa processione, presumo negli anni 30/40,  fu colpita da interdetto vescovile per alcuni eccessi verificatisi durante “l’annacata” dell’anno precedente, pare un po’ troppo festosa (!!). Ecco perché i preti non partecipano più alla processione!?  Ed a proposito di interdetti, come non ricordare quanto scrive il Sorge nelle sue Cronache sul decreto della direzione generale di polizia che proibì, nel 1838, alle due confraternite della Madrice e di San Giovanni la funzione della discesa dalla Croce, per gravissimi disordini, non proprio edificanti, avvenuti forse l’anno prima, l’anno del terribile colera !

      Comunque emblematica da noi la scarsa popolarità e ritualità della Pasqua. Il mistero della resurrezione, qui, nella nostra terra, non ha una tradizione di grande spessore. Direi che, per certi versi, non ha nemmeno una notevole risonanza religiosa e culturale, come è possibile verificare, invece, in altri comuni della Sicilia, anche limitrofi al nostro. Vedi San Cataldo con i Sampauluna,  i Santuna di Aidone o  il ballo dei diavoli di Prizzi, un rito in bilico tra fede cristiana e paganesimo, quasi uno scontro tra il Bene ed il Male che, ancora oggi, riesce ad accendere  gli animi della gente. Una festa spettacolare, ormai famosa in tutto il mondo, con i diavoli che cercano di impedire l’incontro tra il Gesù risorto e sua Madre ma che, dopo tre tentativi, vengono sconfitti dagli Angeli nel tripudio delle campane a festa (!) e sono costretti a compiere il rito di purificazione chinandosi per tre volte davanti alle due statue della Madre e del Figlio, mentre la Madonna, nel lasciar cadere il manto nero e nello sfoggiare la nuova veste celeste, simboleggia, insieme al Cristo risorto, la vittoria della vita sulla morte, della primavera sull’inverno.

 

Leggendo “L’Arciconfraternita del SS. Sacramento…” di A. Barba, mi sono pure imbattuto in una specialissima chicca, altamente rivelatrice, che conferma ulteriormente questa mia interpretazione del sentimento popolare, di questa cultura millenaria del rito della morte, della cultura funeraria che, in un certo senso, si contrappone al rito della resurrezione cristiana, alla cultura della rinascita.  Racconta A. Barba “… Aurelio (Uleriu), era una vera e propria istituzione: così alto e magro…, guardava con tenerezza da innamorato l’urna, che non si stancava mai di spolverare ed accarezzare, e andava ripetendo: questa è mia madre!”(sic!!) . Ed a proposito di Uleriu, ho sentito spesso raccontare da alcuni anziani che, una sera del venerdì santo, si mise davanti alla porta grande della Chiesa Madre e, forse perché pioveva a dirotto, gridò con forza: “Cca nun trasi mancu Dia si prima nun trasi l’urna”, espressione, quasi uguale, che, stranamente (!?), ho sentito anche nel film “Baarìa” di G. Tornatore, quando, durante la processione di San Giuseppe, venendo giù un diluvio d’acqua, uno dei confrati della processione corre davanti alla chiesa ad urlare “Cca nun trasi mancu Dia si prima nun trasi San Giuseppi”.

 

     Oltre trent’anni fa scrivevo su Progetto Vallone che, da noi, nel nostro profondo sud, Cristo è rimasto sulla croce, perché il più grande mistero della cristianità, la Resurrezione,  la vittoria della luce sulle tenebre, forse, qui, non ha attecchito, non è cresciuto tra le nostre bianche colline, in questo paese del centro Sicilia, nella mente di tanta gente bloccata dalla cultura del futuro senza speranza, dalla rassegnazione più insopportabile. Da allora, non è ancora cambiato quasi niente. Forse che la nostra marginalità e insignificanza dipendano da questa cultura della morte!? E così la mancanza di prospettive per un futuro migliore, qualcosa che assomigli ad un pur minimo sviluppo economico ed occupazionale, il nuovo fenomeno emigratorio di tanti giovani mussomelesi, l’insopportabile isolamento infrastrutturale senza una strada minimamente decente di accesso e di comunicazione con le più importanti strade di collegamento siciliane, sono forse figli del nostro fatalismo, dell’immobilismo, della mentalità “renditataria”,  dell’indifferenza per il bene comune, della mancanza di  volontà di riscatto, del cinismo speculativo e dell’abbandono senza dolore di una comunità ad un futuro senza prospettive, mentre si continua a celebrare la morte di Cristo nell’urna trionfante di ori e luci…per paura di risorgere, di rinascere…!

Nella struggente straordinaria bellezza primaverile delle nostre lussureggianti colline,  dobbiamo avere il dovere di non perdere, e non può essere solo un imperativo morale o cristiano,   la speranza su giorni migliori a venire. E’ già tempo, prima che sia troppo tardi, che tutti, nessuno escluso, lavorino per l’interesse generale …che il Bene Comune diventi il nostro pane quotidiano e la nostra comunità possa risorgere…rinascere a nuova vita.

 

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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Concorso di poesie inedite all’ I.I.S. Mussomeli e Campofranco

Concorso di poesie inedite all’ I.I.S. Mussomeli e Campofranco

(di Sergio Scialabba) MUSSOMELI – In occasione del cinquantesimo della sua fondazione, l’I.I.S. Mussomeli e Campofranco (G.B. Hodierna) ha indetto il concorso “Accendi una stella” riservato a poesie inedite, in ricordo di  di Giovan Battista Hodierna. Astronomo e uomo di grande cultura vissuto tra il 1597 e il 1660,  Hodierna  è molto attuale poichè vide nel metodo sperimentale e nella crescita culturale l’antidoto alla crisi del suo tempo. Il concorso è aperto a studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, studenti degli istituti superiori e a contributi esterni. Si può partecipare con un’unica poesia inedita. La poesia dovrà essere scritta in lingua italiana, sono ammesse sporadiche espressioni dialettali o prese in prestito da altre lingue (obbligatorio riportare la traduzione italiana in nota). Il tema sono “le stelle, i sogni, le aspirazioni individuali e collettive”. Tutto il materiale dovrà essere inviato entro e non oltre le ore 13 del 10 maggio 2017, esclusivamente tramite posta elettronica, al seguente indirizzo clis016002@istruzione.it  .                 I nominativi della giuria saranno resi noti subito dopo la scadenza dei termini del concorso. Parte dei voti saranno attribuiti attraverso i “mi piace” nella pagina Facebook dell’I.S.S. Mussomeli e Campofranco. La giuria sceglierà 9 poesie, 3 per ogni categoria di partecipanti, in modo da avere un primo classificato, un secondo classificato e un terzo classificato in ciascuna categoria. La giuria potrà, inoltre, assegnare eventuali premi e menzioni speciali fino ad un massimo di due per ogni sezione. Rientra nella facoltà della giuria assegnare degli ex aequo. La cerimonia pubblica di premiazione si terrà nell’Auditorium “Lillo Zucchetto” dell’I.I.S. Mussomeli e Campofranco (G.B. Hodierna).  Premi fino a 200 euro e targhe personalizzate.

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Dalla “Casazza” agli odierni riti della Settimana Santa (a cura del Prof.  Salvatore Vaccaro)

Dalla “Casazza” agli odierni riti della Settimana Santa (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Mussomeli –  Appena dopo Natale,  tutte le confraternite di Mussomeli cominciano ad essere in fibrillazione per i preparativi dei riti della Settimana Santa. E il mercoledì delle ceneri le scintillanti trombe dal fiocco nero squarciano il buio ed il silenzio dei vicoli disabitati del centro storico,  rendendoli ancora più mesti ed abbandonati del solito. Il giovedì santo si ripete la rituale visita ai sepolcri addobbati di luci, fiori e piante,  mentre i santi nel vento gelido di tramontana girano per le ultime chiese del paese accompagnati dalle funeree melodie della banda che si alternano freneticamente al rimbombo dei tamburi ed agli squilli di tromba.

Ma è il Venerdì Santo la festa più importante, forse la chiave di tutto il nostro essere siciliani, il giorno in cui, come dice in un suo libro il grande scrittore Gesualdo Bufalino, (e lo è ancora molto di più per il passato e se si tiene conto di quanto diremo di seguito a proposito della casazza), “ogni siciliano si sente non solo spettatore ma attore, prima dolente, poi esultante, d’un mistero che è la sua stessa esistenza”.  Nel primo mattino l’Addolorata è portata in giro per le chiese e le vie del signore, preceduta  in processione da ragazze e donne quasi tutte in nero, e seguita dalla banda, dalle autorità, dalla folla che si assottiglia di anno in anno. Nel pomeriggio, nella piazza grande,  la Crocifissione, il ripetersi rituale della barbarie dell’umanità. Davanti alla folla, non tutta raccolta e silenziosa, due sacerdoti inchiodano simbolicamente il Cristo alla Croce nel lamento dei lamentatori, al suono lancinante delle trombe seguito dai rabbiosi colpi dei tamburi, mentre il requiem della banda sembra sfiorare mestamente i capelli della gente scompigliati dalla tramontana.

A sera, dal buio della Via Barcellona, spunta, tanto attesa, l’urna dorata sfavillante di luci che va a prendersi il suo Cristo morto e,  dopo una breve predica del  prete e la Deposizione,  lentissima  si avvia la processione per le vecchie strade del centro storico a seminarvi, ancora oggi, fino a notte inoltrata, i simboli della rassegnazione e del dolore,  accompagnati dalle  lamentazioni dei lamentatori sempre più stanchi e dagli squilli delle trombe sempre più flebili…a voler rinnovare, stancamente, forse senza volerlo e senza saperlo, quell’antico culto funerario dei nostri lontani antenati,  le cui reliquie millenarie sono scavate a centinaia e a diverse forme sulle rocce delle straordinarie colline di calcare e gesso che circondano il nostro paese.

Ma pochi sapranno che questi riti della settimana santa sono piuttosto recenti. Hanno avuto inizio a partire dalla fine dell’800, ( Francesco Biangardi scolpì  l’Addolorata , poi donata alla confraternita di San Giovanni, solo nel 1875) e si sono perfezionati, così come oggi li vediamo,  con la realizzazione, nei primi anni del 900, delle altre statue della Veronica, della Maddalena, del San Giovanni Evangelista, dell’Ecce Homo, del Gesù nell’orto e di quelle via via più recenti. Prima di queste processioni dei Santi e dell’urna con il Cristo Morto, vi erano state, a partire probabilmente dal 1500 circa, delle incredibili rappresentazioni sacre,  chiamate Casazza,  a cui partecipavano dal vivo centinaia di musumilisi.  Il Sorge ci dice addirittura che fossero 2000, ( ma mi pare improbabile, significherebbe quasi tutti gli abitanti del paese di allora), riferendosi a quanto scritto da Paolo Emiliani Giudici  che, però,  come ho riscontrato alla pag. 396 del suo I volume della Storia della letteratura italiana,  parla solo, senza dirne il  nome,  di un comune dell’interno della Sicilia, e forse si trattava di Nicosìa, come  riportato dal Pitrè nel suo “Feste popolari”, che scrive con entusiasmo di tale “casazza del 1851, la più solenne e strepitosa della Sicilia”.  Lo stesso Giudici, in una sua nota a pag. 385, ci fa sapere di avere assistito “nella sua prima giovinezza”, presumo dunque attorno agli anni venti/trenta dell’800, alle “Sacre Rappresentazioni della Passione di Cristo, del Giudizio Universale, della Gerusalemme liberata, ecc. e di parecchie altre di cui non si rammenta” più, dando così una conferma storica  su  questi drammi popolari che si tennero fino a buona parte dell’ottocento.  Il Pitré,  a pag. 115 delle  sue “Feste Popolari”, scrive invece di una “mezza casazza che si tenne a Mussomeli,  comune di soli cinquemila abitanti, con oltre 300 figure… e si fece stampare a Palermo uno dei soliti libretti, 22 pagine in ottave, di ordinanza de’ personaggi (probabile autore secondo me Filippo Orioles, famoso a quei tempi per i testi delle Sacre Rappresentazioni siciliane), e di cui ne aveva una copia sott’occhio risalente a metà del 700”.

Casazza a Nicosia edizione 2016

Anche il Sorge nella sua Storia di Mussomeli, partendo  ovviamente dalla nostra c.da Casazza, limitrofa alla ex c.da, ora Via Santa Croce, ed alla C.da Crucidda, riporta, ma sbagliandosi, quanto scritto dal Giudici che si riferiva però, come detto sopra, ad un altro comune dell’interno della Sicilia, che “in una settimana santa di un anno imprecisato vi agirono più di duemila personaggi, i quali rappresentavano i caratteri principali del vecchio e nuovo testamento: ed aggirandosi per tutte le vie della terra fermavansi innanzi alle chiese o nelle piazze, rappresentandovi o un dramma o un tratto dei misteri”.

Possiamo immaginare, così, e si tratta di una bellissima pagina delle nostre antiche tradizioni popolari religiose, a volte del tutto sconosciute, che, prima della seconda metà dell’800, a Mussomeli, (vedasi  qui pubblicata una foto storica della facciata della Chiesa di San Francesco senza il Calvario che sarà costruito solo nei primi anni del 900), non c’erano processioni come le intendiamo oggi, se si eccettua la Crocifissione al Calvario di Contrada Santa Croce che risale a qualche secolo prima, riservata alla sola Confraternita della Madrice e la partecipazione di quella di San Giovanni.  Allora c’era la casazza, o mezza casazza come ci dice il Pitrè per Mussomeli,  cioè centinaia di personaggi che in processione, come da antica tradizione medioevale importata dagli allora immigrati genovesi e lombardi (vedi per esempio Nicosia dove si parla appunto un dialetto di derivazione lombarda), che fermandosi in determinate vie e contrade  del territorio attorno a Mussomeli,  (allora i cosiddetti Comuni, terre di proprietà di tutti i musumilisi cioè non di uso esclusivo del principe Trabia),  come nelle Contrade Crucidda, Santa Croce, Casazza e Portella del Paradiso, rappresentavano il  dramma della passione di Cristo e le altre scene del vecchio e nuovo testamento,  alla presenza di tutto il popolo mussomelese (!), che, biblicamente, si spostava in massa per le verdi campagne a raffigurare le varie scene della Bibbia alla Casazza (?),  o drammatizzare al Calvario di Contrada Santa Croce la morte di Gesù,  e, forse, perché no, a Portella del Paradiso (presso Cda Selvaggia) la Resurrezione del Cristo.

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro@gmail.com

(foto tratte dal gruppo Mussomelesi nel Mondo a cura del dott. Giovanni Mancuso)

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IL GRANDE LEONE DI PIETRA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

IL GRANDE LEONE DI PIETRA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – A 15 km da Mussomeli ed a circa 5 da Bompensiere sorge su una collina di oltre 400 metri Raffe, la città mistero, che come un grande leone di pietra, accovacciato sulla pianura della Valle attraversata dal fiume Salito, forse è in attesa che  gli scoprano i veli che nascondono la sua storia, la nostra storia.

Un altro blocco di pietra più piccolo,  Pizzo San Giuliano, situato più in basso verso nord-ovest, sembra proprio, come si può vedere dalla foto qui pubblicata, un leone scolpito dalla mano sapiente del tempo.

pizzo san giuliano

 

 

A poca distanza, a nord-nord-est di Raffe, limitrofo alla Contrada Buonanotte,   Pizzo Reina (secondo Giunta dall’arabo-berbero uarain, nome di una tribù), un sito archeologico straordinario ma pressochè sconosciuto, così come c’è pure un altro interessantissimo sito archeologico incantevole dal nome anch’esso oscuro: Intaruminucu, che testimonia delle antichissime origini sicane del luogo.

Pizzo Reina

Che si tratti della leggendaria Indara sicana, coeva di Camico, la cui ubicazione gli studiosi, come anche per la mitica Camico, non sanno ancora oggi dove situare? Forse non lo sapremo mai.

Molti si chiederanno quale sia l’origine e il significato di Raffe ( in siciliano Raffi), ma come per Mussomeli e le altre contrade o zone archeologiche, si possono fare solo delle ipotesi. Giuseppe Giunta, nella sua Storia di Bompensiere, fa riferimento ad una origine araba del nome che potrebbe derivare dall’esistenza di un casale appartenente ad un certo Abu Raffi o dalla voce berbera Irhf che significa cinghiale e dunque Raffe/i forse vuol dire  zona di cinghiali.

Ma non è del tutto improbabile che possa derivare dal termine greco raphè  (collegamento-cucitura), nella considerazione che questa città svolse, a partire dal 2000 avanti Cristo e soprattutto nel periodo greco-romano-bizantino, un’importantissima funzione di raccordo tra il centro della Sicilia sicana, ricco di cereali e di salgemma, e le città della costa (Agrigento, Gela, ecc.).

Non a caso ai suoi piedi scorre placido il Salito che, dopo aver ricevuto le acque del Fiumicello e del Belici, attraverso il Gallo d’Oro (secondo G. Giunta dall’arabo ued dur –  fiume torto), immettendosi in territorio di Campofranco nel  Platani, permetteva secoli fa un rapido collegamento commerciale tra l’entroterra e le città costiere.

Contrariamente a Polizzello, non vi sono molti studi e pubblicazioni su Raffe. Le prime segnalazioni su questo sito furono fatte nel 1881 dal Salinas, allora direttore del Museo archeologico di Palermo, al principe Lanza Trabia di Scalea che era pure Commissario dei Musei e degli scavi della Sicilia. Ma solo nel 1956 furono fatti i primi scavi dal Soprintendente Pietro Griffo. Dalla fine dell’800 agli anni 50, e anche dopo, la collina fu terra di conquista da parte di pseudi amatori e scavatori senza scrupoli. Negli anni 70,  scrive, in una

Rassegna  della Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, Sebastiana Lagona, che sarà responsabile degli scavi a partire dal 1983, alternandosi fino al 1991 con Angela Merendino, Graziella Parasiliti, Laura Carracchia ed Antonio La Marca,  una ruspa distrusse quasi tutto il pendio sud. E infatti poche ceramiche,  statuette fittili molte della dea Demetra, alcune monete ed altre suppellittili del periodo greco che vanno dal VII al IV secolo avanti Cristo, si trovano nei musei di Agrigento e Gela. Molto interessante un sarcofago del VI secolo a.C. che si trova al Museo

sarcofago

archeologico di Agrigento che raffigura a bassorilievo una quadriga con figure di un volatile  e di un cane, e di cui qui pubblichiamo una foto in bianconero.   Nell’Antiquarium di Mussomeli vi sono alcuni frammenti del periodo medioevale e  due monete d’oro arabe su cui bisogna ancora fare delle  indagini.  Probabilmente saranno le due monete della fine del XI secolo della zecca di Palermo (come ce le descrive la Lagona, che parla di scoperta sensazionale, presentano  su entrambi i lati una leggenda su sei linee intersecate a due a due, tipo quelle di Al Mustansir  di cui abbiamo parlato nel precedente articolo), e trovate nel 1988 dalla stessa archeologa  sulla parte sommitale di Raffe tra due pietre della fortificazione medioevale. Un’altra scoperta straordinaria di cui parla Paolo Orsi negli anni venti del 900 e su cui mancano, come al solito, degli studi,  è quella di 137 monete di bronzo del V secolo a.C. e di altri oggetti bronzei che grazie al podestà di Milena sono finiti al Museo archeologico di Palermo. Ma forse la scoperta più sorprendente, e più sconsolante perché non ce n’è più traccia, è quella di due misteriosissime verghe d’oro e di una finissima anfora di vetro, fatta alla fine dell’800 e di cui parla il Sorge nel primo volume della Storia di Mussomeli.

Gli scavi del 1956/57 e, soprattutto, quelli del 1983/91, anche se non continuativi, hanno portato alla luce  una fortezza medioevale sulla parte alta di Raffe, sormontata da un torrione circolare da cui a strapiombo si domina la valle del Salito e si gode un panorama ed un paesaggio indimenticabili! Da rilevare inoltre la scoperta del santuario rupestre, comunemente inteso della Dea Demetra, con altare rettangolare, due colonne ai lati ed accanto dei lavabi purificatori scavati nella pietra. Più in alto poi le cisterne, la basilica monoabsidata forse bizantina ed alcune abitazioni. Di particolare interesse una scaletta a chiocciola scavata nella roccia che serviva forse a scendere nella area sacra della spianata, all’interno di un complesso formato da due ambienti rettangolari di cui uno incavato nella roccia con muri  laterali a secco e cisterna. I reperti di questi scavi, ceramica, lucerne e statuette della dea Demetra, di cui due vasi ed alcune statue più grandi di terracotta trovati ai piedi della scaletta scavata nella roccia  del V-III secolo a.C., si trovano per lo più nel Museo di Agrigento.

Su Raffe, (il cui parco archeologico attrezzato, dopo tre anni e più di lavori, fu inaugurato in pompa magna il 7 giugno del 2011 dalle varie autorità istituzionali ed ancora in attesa di essere custodito, utilizzato e valorizzato)… città antichissima, ricchissima di storia, sepolta dalla polvere del tempo, ferita, quasi distrutta dai vandali e dall’incuria,  misteriosa  come una sfinge ed affascinante… vi salii per la prima volta oltre 30 anni fa.  Camminando su per la collina ancora oggi si sente aleggiare nell’aria
lo spirito dei nostri antichi padri, agricoltori, commercianti, guerrieri…che si difesero e poi convissero con i greci, i romani, i bizantini, gli arabi, per poi soccombere definitivamente e lasciare le proprie dimore… molte scavate…abbarbicate nella roccia per risalire ormai per sempre verso  nord  in direzione della nostra Mensil al amir/Mussumeli  di mille anni fa.

Il grande leone di pietra dorme il sonno dei secoli e forse non si scuoterà più dal suo torpore, perché l’oblìo, l’indifferenza,  l’incultura…stanno ormai seppellendo, inesorabilmente,  un altro pezzo straordinario delle nostre lontanissime radici.

 

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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“Rosario Livatino, il giudice Santo”, si presenta il nuovo volume

“Rosario Livatino, il giudice Santo”, si presenta il nuovo volume

“Rosario Livatino, il giudice Santo”. É il titolo del volume che verrà presentato in più tappe a cura di Domenico Airoma, vice presidente del “Centro Studi Rosario Livatino” di Roma.

L’opera raccoglie gli atti del convegno studio realizzato alla sala dei gruppi parlamentari a Roma, alla presenza delle massime autorità dello Stato, in occasione del 25° anniversario dell’uccisione del giudice Rosario Livatino per il quale, il 21 settembre 2011, è stata avviata dall’arcivescovo don Franco Montenegro la fase diocesana del processo di canonizzazione, ormai alla conclusione.

Il primo appuntamento è per venerdì 24 marzo alla chiesa madre di Raffadali dove interverranno, oltre all’autore, anche Carmelina Pistone, referente “Libera” per la provincia di Agrigento, mentre relazionerà don Giuseppe Livatino, postulatore della causa diocesana di canonizzazione del servo di Dio.

Altra tappa, sabato 25 marzo, a Canicattì alla parrocchia di S. Chiara, sempre alle 19 così come a Raffadali. L’introduzione sarà di Alvise Gangarossa del presidio “Libera” di Raffadali e relazionerà ancora don Giuseppe Livatino.

Concluderà Domenico Airoma, mentre i lavori saranno moderati da Valentina Garlandi, presidente dell’Associazione “Amici del giudice Rosario Livatino”.

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Attentatori tornano in azione, agenzia di disbrigo pratiche nel mirino

Attentatori tornano in azione, agenzia di disbrigo pratiche nel mirino

immagine di repertorio

Caltanissetta – Gli attentatori tornano in azione. Questa volta hanno preso di mira, ma per buona sorte senza successo, un’agenzia di disbrigo pratiche.

Nel mirino, nel cuore della notte, è finito un ufficio di via Francesco Crispi, a Gela. Lì sono entrati in azione nonostante il livello d’allerta si sia alzato tantissimo sull’onda delle recentissime disposizioni venute fuori dal vertice del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza.

Se l’azione sia fallita per un imprevisto o se volutamente, magari per lanciare un avvertimento, è uno degli aspetti dell’indagine da chiarire.

Intanto i carabinieri starebbero acquisendo immagini girate da un impianto di videosorveglianza in cerca di indicazioni utili alle indagini.

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Alla ricerca delle nostre lontane origini … Nel paese dell’emiro (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Alla ricerca delle nostre lontane origini … Nel paese dell’emiro (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

(di Salvatore Vaccaro)         Tra mille e mille cento anni fa, molto probabilmente, come ho sostenuto nel mio precedente servizio su questo giornale on line,  un potente signore arabo, un emiro aglabita o kalbita,  fondò quindi  sull’altipiano della nostra  terravecchia, a 770 metri sul livello del mare, Menzil al Amir ( in arabo casale o paese dell’emiro), poi nel tempo, nel corso dei secoli,  mensmir-munsmil-mussumeli.   Allora oltre all’arabo si parlava una lingua che si può dire un miscuglio tra  latino,  greco-bizantino e arabo-berbero che,  nell’arco di qualche centinaio di anni, a partire dal 1200, diventerà gradualmente il primo siciliano parlato e scritto,  grazie soprattutto a Federico II di Svevia, lo stupor mundis,  e ad alla sua scuola poetica siciliana con sede alla corte di Palermo, e contribuirà anche alla nascita della lingua italiana ed al grande patrimonio letterario nazionale. Nasceva così “il paese dell’emiro”, raggruppando qualche  migliaio di musumulisi  nostri progenitori, sparsi qui e là nei vari insediamenti limitrofi che diventeranno poi nel 1500 gli ex 29 feudi della contea di Mussomeli.  L’emiro, che aveva già sconfitto i nostri lontani musumulisi  e distrutto nell’arco di alcuni anni, tra il 830 ed il 860, i loro vari stanziamenti, a partire da Raffe/Mustulicatu, Grotte/Burgitello, Mintina, Girafi/Calavò, Polizzello/Ciensu, ecc.,  scelse per  il suo nuovo borgo una posizione altamente strategica e facilmente difendibile anche con le mura che saranno costruite attorno al centro antico dell’abitato, senza contare il beneficio di un’aria saluberrima e la vista su un territorio straordinario, così come ne scriverà più tardi Gian Giacomo Adria, poeta, storico e medico dell’imperatore Carlo V, e ne decanterà, in un suo manoscritto in latino del 1535, riportato dal Sorge  e che si conserva alla Biblioteca Comunale di Palermo, le bellezze naturali e paesaggistiche con i suoi monti, i boschi (!), le valli, i ponti  e le acque dolci e saltellanti (!) nonché la vita sana e longeva dei suoi abitanti…“Hic vitam sanam …  hic multi viri centenarii”.

O forse può essere accaduto, (siamo sempre nel campo delle ipotesi perché, come ho già detto,  non ci sono prove documentali, e forse non se troveranno mai,  in questo affascinante, oscuro e crudele racconto giallo del nostro passato), che i nostri musumulisi di oltre mille anni fa, abbandonando, sotto la spinta impetuosa dell’avanzata e della conquista arabo-berbera, le loro precedenti fortificazioni con annessi insediamenti, (anche se qualche storico sostiene che molti berberi, una parte dei quali presentano  i caratteri tipici del nord Europa  con occhi azzurri e capelli biondi,  erano stanziati già nel nostro territorio da alcuni decenni), si siano rifugiati tutti insieme, in una estremo ultimo tentativo di difesa, e con l’aiuto di armate bizantine,  sulla antica terravecchia che avranno velocemente recintato con apposite mura per resistere ancora all’ultimo assalto dell’emiro, ma che poi capitolando, come successe per tutti gli altri castrum siciliani, compreso per ultimo il più importante di Castrogiovanni/Enna, si arresero definitivamente al dominio arabo, che, contrariamente a quello che si può pensare, rispetto soprattutto al periodo romano-bizantino, per molti anni fu un periodo di pace e grande prosperità economica per  tutta la Sicilia.

Anche il nostro Mensmir/Mussumeli  ebbe, così, per la prima volta, la possibilità di costituirsi in una piccola laboriosa comunità di pastori ed agricoltori di circa 3000 musumulisi, (attorno al 1500 saranno circa 6000),  che si avvalse  delle nuove colture agricole e dei nuovi sistemi di irrigazione, importati dagli arabi, tra tutti, in particolare il pistacchio ed il carrubo, con buone prospettive socio-economiche per il proprio futuro.  Sarà, infatti, città demaniale in alcuni decenni del 1300/1400 e poi baronia e  contea, e sarà sempre ambita  non solo dagli emiri ma anche dai baroni e principi dei secoli a venire, con, a volte, operazioni molto spregiudicate, in particolare quella di Don Cesare Lanza,  il parricida della famosa Baronessa di Carini.  E non poteva essere un caso che, come ho scritto nel precedente articolo,  proprio nella ricca e prospera  Mensmir/Mussumeli, nei primi anni del  secolo scorso, siano state ritrovate 124 monete arabe d’oro, di cui 90 esposte da molti decenni in una vetrina del Museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa, e che aspettano, un domani (!?), di essere riportate a Mussomeli.

E’ grazie alla dott.ssa Stefania Santangelo del CNR di Catania, che tutti noi mussomelesi dovremmo ringraziare,  se oggi esiste uno studio approfondito  ed interessantissimo sui 90 ruba’i d’oro di Mussomeli che giacevano dimenticati da  90 anni (!) in una vetrina del Museo Orsi di Siracusa. Con un suo intervento pubblicato nel 2015 sulla Rivista Italiana di Numismatica, dal titolo “Un inedito ripostiglio di ruba’i da Mussomeli”, si è dato finalmente grande spazio a livello nazionale alla eccezionale scoperta.  La Santangelo sostiene,  attraverso un nota di cronaca del Giornale dell’Isola  e dalla lettura di un racconto del 2010 di Maria Sorce Cocuzza, che il gruzzolo di 124 ruba’i d’oro (quarti di dinar) del periodo di Al- Mustansir fu rinvenuto casualmente nel 1923 in un ripostiglio ai piedi del castello, lato sud, e subito sequestrato al suo scopritore, un certo Belfiore, che poi, però, ne consegnò  alle autorità solo 90 esemplari (gli altri 34 saranno stati forse un premio o un contentino per il Belfiore), e nel 1928, grazie all’impegno ed alla tenacia di Paolo Orsi, pervennero al Museo Archeologico di Siracusa dove ancora oggi li possiamo ammirare. E come si può vedere dalle foto qui pubblicate, le monete sono ancora in  buono stato di conservazione, hanno un peso medio di circa un grammo e sono state quasi tutte emesse nella zecca di Palermo e in Tunisia a nome di Al-Mustansir, il califfo fatimide che regnò dal 1035 al  1094, tranne alcune  a nome di Al Zahir.  Esse si presentano, come ce le descrive la Santangelo,  per lo più con tre cerchi concentrici di scrittura o con leggenda disposta in tre o quattro righe e quelle più numerose, 41 esemplari, considerate le più peculiari della zecca fatimide di Sicilia,  con il tipo stellato o ad esagramma,  caratterizzate, nelle due facce, da una stella o ruota di carro ottenuta dall’intersezione di cinque/sei linee di scrittura.

Molto piacevole il racconto del ritrovamento che ne fa la Santangelo “Le storie locali, com’è  noto, pullulano di fantasiosi racconti sulla presunta presenza di oggetti preziosi e monete nascosti, soprattutto se nel territorio vi è  un castello. Non fa eccezione il castello chiaramontano di Mussomeli, da sempre al centro di suggestivi misteri, come quello che, stando ad un’antica credenza, al suo interno vi fosse seppellito un tesoro. Nel febbraio del 1923, finalmente, qualcuno crede che i sogni si possono realizzare e che quella leggenda popolare tramandata nei secoli celi un fondo di verità: un umile uomo, trovandosi a passeggiare per raccogliere verdure nel terreno sottostante la rocca del castello, rinviene casualmente un’anfora sigillata piena di monete d’oro e sembra destinato a diventar ricco. Ma il rumore generato dalla vicenda è tale che buona parte delle monete vengono sequestrate allo scopritore e subito prese in custodia dalla Soprintendenza di Palermo.”

 

Inspiegabilmente, sottolinea ancora la Santangelo, questo eccezionale rinvenimento, pur essendo esposto da tempo in una vetrina del Medagliere del museo di Siracusa, è stato ignorato dalla comunità scientifica ed è rimasto inedito fino ad oggi. Indubbia, tuttavia, è la sua importanza, sia per la nota penuria di ripostigli editi riferibili all’epoca islamica, che per la storia stessa del territorio in cui fu trovato”. Quindi  un rinvenimento eccezionale non solo per Mussomeli ma per  tutta la Sicilia,  e  che può far conoscere meglio l’ultima fase della monetazione araba in Sicilia (in arabo Siqilliyyah come riportato in alcune monete), nell’ultimo tormentato periodo che mette fine alla dominazione araba in Sicilia e che fa pensare alla fuga di un potente arabo, forse il figlio o nipote del nostro emiro musumulisi (!?), che da Palermo, attaccata dai Normanni, correva a  rifugiarsi nell’imprendibile fortezza del nostro castello o  nella strategica terravecchia araba di Mensmir/Mussumeli (!?).

Adesso, mille  e qualche decennio dopo,  il nostro antichissimo paese dell’emiro, ormai spopolato da una pesante emigrazione che si trascina ancora oggi e che ne ha ridotto la popolazione ad appena 9 mila residenti, la  metà di quelli che aveva sul finire degli anni 50, conserva tra le sue mura rugose, gli archi di pietra e le stradine medievali, quasi del tutto ormai abbandonati e fatiscenti,  un fascino ed una atmosfera straordinari, ultimi frammenti  della nostra storia  millenaria. Ma chi lo sa! Può darsi che domani (?) con le nostre ricche risorse ambientali, monumentali ed archeologiche, il clima mite e l’aria salubre,  con la riscoperta dell’agricoltura biologica e dei prodotti e dei sapori genuini di un tempo, si volti pagina  e si cominci una nuova età,  magari con l’aiuto di  un  nuovo emiro!

A  mille anni di distanza,  la comunità di Mensmir/Mussomeli  per sopravvivere dovrà per forza inventarsi un nuovo ruolo, una nuova identità. Far leva  sul  proprio lontano passato, sulla propria storia, sulle quelle  antichissime radici  che si perdono nella notte dei tempi,  non può, non deve essere solo un sogno.

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Sulle orme dei nostri antenati. Mille anni fa (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Sulle orme dei nostri antenati. Mille anni fa (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Inauguriamo oggi la rubrica  a cura del Professore  Salvatore Vaccaro, già dirigente scolastico,  da sempre impegnato nel mondo della formazione e della  cultura. Giornalista pubblicista, per 22 anni ha diretto “Progetto Vallone”,  storico e conosciutissimo  periodico cartaceo e  si è avvalso dei contributi  di oltre 200 collaboratori. Il direttore e la redazione di Castello Incantato ringraziano il Professore Vaccaro per aver messo la sua prestigiosa e autorevole penna a beneficio di questa testata.

(di Salvatore Vaccaro) Cominciamo con questa piccola indagine alla ricerca delle nostre antiche radici, un cammino, fatto di ipotesi e tracce per lo più toponomastiche,  ripercorrendo, insieme ai lettori,  le orme dei nostri lontani antenati.  Le origini dei vari piccoli insediamenti che formeranno poi, attorno al mille, la comunità di  Mussomeli, si perdono  nella notte dei tempi. Troviamo, infatti, segni della presenza di gruppi umani preistorici e sicani anche all’interno stesso della nostra  “Terravecchia”, cuore del  suo ancora  inestimabile centro storico, e nei pressi dell’abitato.

Ma quando nasce Mussomeli e perché questo nome? Il documento storico più antico che si conosce, come riporta il Sorge, nel 1910, nella sua Storia di Mussomeli, è il privilegio del 4 aprile 1392 con il quale Re Martino concedeva a Guglielmo Moncada tutti i feudi posseduti da Manfredi e confiscati ad Andrea Chiaramonte, fra cui il castrum Musumelis cum terra Manfride.  Quindi prima che Manfredi ne detenesse il possesso la nostra terra aveva  già una sua comunità ed  un suo nome, e a nulla servono tutte le facili asserzioni dei vari storici che attribuiscono a Manfredi III  la paternità della sua fondazione, come non bastarono i quasi quarant’anni di suo incontrastato dominio e del suo erede Andrea  a lasciare una traccia del loro nome nella memoria del nostro popolo, e forse non sarebbero bastati altri decenni ancora,  perché non era facile cancellare le radici secolari di una identità popolare collegata ad un nome con il quale era stata identificata in un dato momento della sua storia. Risulta quindi errata l’affermazione dello storico Di Giovanni, che poi è diventata ricorrente in quasi tutte le guide nazionali ed internazionali, con la quale si è fatto risalire il nome Mussomeli (monte di miele dal latino mons mellis) ad una fantomatica coltivazione di “meli” e/o ad una ricca colonia di api esistenti nel territorio,  in particolare sul monte più alto che domina l’abitato.

 Mussomeli deriva, invece, quasi certamente, dall’arabo Menzil al Amir  e nasce circa mille anni fa  durante la dominazione araba, in uno dei pochi periodi di pace e prosperità. Non ci sono, e forse non si troveranno mai, documenti che provino in  modo assoluto quello che sto dicendo, ma si tratta di una ipotesi, come vedremo, non del tutto peregrina. Uno degli emiri aghlabiti, o forse kalbiti, un  potente  signore arabo, apprezzandone il clima salubre e la posizione strategica dalla quale si controlla una grande estensione dell’antica Val di Mazzara,  decise di risiedervi nei momenti di riposo dalle fatiche  dell’amministrazione del territorio e dalle continue lotte contro i berberi e i vari nemici esterni, e di riedificare quella eccezionale fortezza fusa nella rupe, usata dai bizantini in una estrema  e coraggiosa difesa da Abbàs, emiro arabo, che cercò di espugnarla invano nell’860,  come ci racconta il Sorge, parlando dell’imprendibile roccaforte Kalàt-abd-el-Mumin, citata dall’Amari nella sua Storia dei Musulmani, e che potrebbe aver dato il nome alla contrada Katabba, limitrofa al  nostro castello.  Anche dentro l’abitato c’è pure un  “Cortile Catabba”, l’unico nome (!) di contrada che risulta presente nello stradario del paese e che si trova  alla fine di Via Milazzo, ad est della  Piazza Roma.

Non mancano altre ipotesi,  come  quella  del  Sorge che, riferendosi ad alcuni eventi citati nella Cronaca di Cambridge, ipotizza, oltre a Mensil al Amir, anche il nome di  Mesid-Malis , oppure quella molto più recente del giovane Michele Ognibene che, in un articolo di un  paio di anni addietro, prendendo lo spunto dalle 90 monete arabe emesse quasi tutte a nome dell’emiro Al Mustansir,  però del tardo periodo 1035-1094, e ritrovate nei primi anni del novecento ai piedi del Castello (ora si trovano al Museo Paolo Orsi di Siracusa e vi sta facendo uno studio la  Dott.ssa Stefania  Santangelo ), fa risalire a quell’emiro l’origine del nome ,  o ancora l’altra di Giuseppe Giunta, esperto di lingua araba, che nella sua Storia di Bompensiere del 1983, per Mussomeli suppone  il nome originario Mmis  Melih, che a parte la somiglianza fonica non ha però alcun riferimento storico su cui basarsi,  mentre  per altri toponomi arabo-berberi delle nostre contrade,  ricostruiti dallo stesso in una interessantissima cartina  che qui pubblichiamo per i nostri lettori, l’origine  dei nomi è molto plausibile e coerente con la natura idro-orografica del territorio e delle tribù berbere di allora.

Ma al di là di queste supposizioni e di altre che non cito perché poco attendibili,  Menzil al Amir  resta  per me,  (e anche, con più convinzione, per lo storico mussomelese, P. Giuseppe  Calà , che nel suo manoscritto “Ricerche storiche su Mussomeli” del 1909, e pubblicato per la prima volta da Progetto Vallone nel 1995, a cura del prof. Nino Raviotta, cita Misimerium  per Mussomeli da un documento del 1466 riportato dal Pirri), l’ipotesi più probabile, la più logica, con  un fondamento  storico, quello riportato da Edrisi, storico arabo di Ruggero II, anche se  riferito ad un altro comune, Misilmeri, i cui dati storici riprendo dal  volume “Il castello di Misilmeri” pubblicato nel 1981 da Mons.  F. Romano (ed. Fiamma Serafica – Palermo), ma che ha un’evoluzione fonetica straordinariamente simile a quella di Mussomeli. Per capire meglio quanto detto, si possono vedere le tabelle qui pubblicate con elenco dell’evoluzione del nome per le due città e con i nomi dei due comuni nelle carte geografiche più antiche della Sicilia, senza contare, e non può essere solo una coincidenza, che i suoi abitanti, almeno quelli più anziani, tra di loro si chiamano in dialetto, ancora oggi, musumulisi.

  Qualcuno si chiederà come possa essere stato il percorso fonetico soprattutto orale, e poi, negli ultimi secoli, scritto, da Menzil al amir a Mussomeli. Probabilmente sarà stato così come segue: Menzil al amir  > Menzilmir > Menzmir > Mnzmir > Munsmir > Mussumir > > Musumeni > Musulumeni > Mussumeli. Altri si chiederanno come si è arrivati a fondare la comunità con annesso insediamento di Menzil al amir/Mussumeli. Qui, restando sempre nel campo delle ipotesi, ma che danno una risposta al Padre Calà, al Sorge e ad altri che si chiedevano come mai il nostro castello, contrariamente a come si vede negli altri centri medievali siciliani, si trovi a quasi tre chilometri dall’abitato?  Perché prima di Menzil al amir, c’erano stati   altri piccoli insediamenti tardo-bizantini a Raffe, Grotte, Cangioli, Borgitello, ecc., su cui torneremo a fare altre indagini, che furono definitivamente abbandonati, dopo  la conquista araba,  sotto l’impetuoso urto armato degli arabi e berberi  musulmani, con possibile distruzione del nostro castello Kalat-abd-el mumin/Katabba, attorno al 900, e, agevolati dall’influsso positivo della cultura araba, oltre che delle nuove colture agricole, i piccoli gruppi di qualche migliaio di musumilisi del tempo  si costituirono in una comunità locale più ampia e più solida, insediatasi definitivamente e stabilmente sulla parte alta della rocca, l’attuale Terravecchia, che si chiamerà Menzil-al-Amir/Mussumeli.

 A dare anche un supporto logico a questa ipotesi come non considerare il nome Burgitello/Borgitello, dall’arabo burg, un ex feudo  di cui fa parte il castello fino alla contrada Grotte/Omomorto,  cioè un piccolo insediamento bizantino difeso dal Kalat-abd,  che doveva esistere prima del nuovo Menzil-al amir.  Hanno poi valore di prova delle origini arabo-berbere del nostro paese, che ripeto fu uno dei periodi più ricchi sul piano economico e culturale della Sicilia e del nostro entro terra (osservare le bellissime monete d’oro qui illustrate, di cui si è conservata solo una minima parte), i nomi di quasi tutte le contrade e località limitrofe attorno all’abitato:  Annivina  da Ain Bin – fontana di periferia (Indovina!), Annivinedda (Indovinella!), Bumarru, Burruganu, Bragamè, Calavò  (Calabue!), Cangiuli, Catabba, Canzirotta, Dainu, Garzizetti, Girafi, Mintina, Mustijuvi, Mustulicatu, Quadìa, Raffi, Raffucallu, Riina, Samprìa, Zubbiu, ecc.,  molti dei quali, italianizzati e resi illogici e bizzarri,  si riferiscono a vari tipi di sorgente ed  a nomi di personalità arabe, a cui, dalla fine dell’800 all’anno mille, millecento, circa, furono concesse  dall’emiro del tempo grandi estensioni di terre da coltivare, e che, a loro volta, hanno dato origine a cognomi ancora oggi in uso nelle famiglie di Mussomeli ed in Sicilia.

        Non è facile in poche righe dare un quadro esaustivo di come e quando cominciammo ad essere comunità “musumulisa”.  Da quanto ipotizzato sopra, e su cui avremo tempo per approfondire ed accettare chiarimenti e suggerimenti anche da parte dei lettori, non ci siamo allontanati troppo da quello che avvenne tra il mille e i mille e cento anni fa.

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