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Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Anche in questo servizio parliamo di un altro benemerito della nostra comunità. Dovrebbe essere superfluo dirlo, ma ricordare chi ha voluto beneficare i propri concittadini testimoniando grande solidarietà umana e cristiana, in particolare per i poveri e i bisognosi, è un dovere civico e morale. Non è un caso che Dante, nella sua Divina Commedia, collochi i traditori dei benefattori  nell’ultimo girone dell’Inferno, il 34° canto. E’ lì, nella zona di Cocito, che, insieme a Virgilio, trova coloro che sono stati sleali e disonesti con i propri amici da cui hanno ricevuto solo bene… i quali giacciono sprofondati nel ghiaccio, completamente immobili, muti… e il sommo poeta non ha parole per esprimere il proprio orrore: “Com’io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco…”

Ci occupiamo di Nicolò D’Andrea, un benefattore mussomelese dell’800, del tutto sconosciuto ai più, che, 181 anni fa, il 27 ottobre del 1836, decise di fare un testamento pubblico dal notaio Cinquemani (poi autorizzato con Regio decreto dell’11 febbraio 1842), per istituire “un legato di maritaggio a favore delle donzelle orfane di Mussomeli”. In quell’anno, in cui si moriva dalla paura per l’avvicinarsi del colera e tutte le autorità comunali e provinciali erano in grande allerta perché si prevedevano, riporta il Sorge nelle sue Cronache, almeno 124 casi di peste nel nostro paese di 8240 abitanti (sbagliandosi non di poco, perché l’anno dopo, nel 1837,  saranno oltre 400 i morti di colera!), l’aromatario  D’Andrea, che aveva la sua farmacia nella popolosa Piazza del Popolo, detta anche piano di San Giovanni, anziché preoccuparsi dell’arrivo del fiero morbo che si appressava inesorabilmente al nostro comune, pensò, seguendo i fulgidi esempi di F. Tomasino di Bartolo e di Paolo Valenza, di lasciare in eredità, quale dote di matrimonio, le case di sua proprietà alle ragazze senza genitori, o in alternativa quasi 50 onze.

Lasciò, inoltre, alla Chiesa di San Giovanni, oltre ad una piccola statua in legno di San Giuseppe (non si sa che fine abbia fatto), 9 tumoli di terra, con l’impegno di destinare, ogni anno, per Natale, 16 tarì della rendita alla vestizione di un bambino povero e senza genitori, scelto dal Cappellano della Chiesa. Nel secolo scorso, nella stessa giornata, si procedeva ad estrarre per  sorteggio una giovane orfana a cui assegnare la dote per il suo matrimonio, così come stabilito nel testamento del D’Andrea. Scrive il Sorge, così come riportato nei documenti parrocchiali, che “la poetica vestizione del fanciullo povero, nel giorno di Natale, permane tuttora, col concorso delle elemosine del popolo…”  Oggi, questo rituale di beneficenza, che ricorda la generosità di un lontano aromatario sangiovannese che teneva il proprio laboratorio di speziale proprio di fronte alla Chiesa, (la via D’Andrea, infatti, si trova sul lato nord, in parallelo alla piazza di San Giovanni), viene ancora celebrato quasi sempre la domenica successiva alla festività del 25 dicembre, ma, come per gli altri benefattori di Mussomeli, non resta più niente di quella eredità e di quella dote… nemmeno il ricordo, e si alimenta soltanto delle offerte dei fedeli.

Piazza del Popolo, 12 anni dopo, nel 1848, l’anno della rivoluzione non riuscita contro la monarchia borbonica, sarà invece l’arena affollatissima di una tragedia terrificante. Scrive Giovanni Mulè Bertolo nella sua La Rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta: “Le cose procedono tranquille… non così il 3 agosto, che si ricorderà sempre con orrore e raccapriccio. Quel giorno, presso il convento di San Domenico, si svolgevano le elezioni per il Consiglio civico con l’esclusione dalla lista degli elettori dei debitori del comune, tra cui Carmelo Minnella (inteso Darenu), cancelliere del tribunale, che, però, dimostrando con documenti come la sua esclusione fosse infondata, insisteva energicamente per potere votare. Ma alcuni che odiavano il cancelliere, forse perché 9 anni prima, nel 1839, era stato decisivo nella cattura del famoso bandito Peppi Termini di Campofranco, morto poi in seguito alle ferite riportate dai colpi di arma da fuoco del Minnella e di altri, sparsero la voce che Darenu avesse maltrattato il sac. Michele Cicero, Presidente della Commissione, e ferito l’economo sac. Morreale. Subito dopo, difatti, nei pressi del convento, si radunò una gran massa di gente armata di fucili e coltelli, che pareva essersi dissolta su intervento del Maggiore della Guardia nazionale, Salvatore Mancuso, ma la folla di popolani inferociti, ritornando di nuovo al convento e frugando in tutti gli angoli nascosti, trovò il povero Minnella, “col pallor della morte sul viso”, che venne accoltellato e colpito in testa con un colpo di arma da fuoco. “Non contenti i cannibali di tanto scempio buttano da un altissimo verone il cadavere…” lì sulla piazza dove ardeva già il fuoco. “La triste e fosca luce del fuoco irradia una scena, che la penna non sa ritrarre, (scriveva il Mulè Bertolo riprendendo i versi sul conte Ugolino nel 33° canto dell’Inferno dantesco), son visti alcuni  addentare le interiora,  di quel disgraziato e pieni di gioia sollevar la bocca dal fiero pasto”. 

         Il 6 novembre del 1850 veniva arrestato per reati di sedizione a Casteltermini, un certo Carmelo Saladino, forse un parente di Peppi Termini. La Gran Corte Criminale constatò, tra l’altro, che egli era stato uno degli autori dell’assassinio del Minnella. Sarà stato lui ad addentare per primo il cuore di Darenu? Chissà… Si sa solo che il bandito Peppi Termini era benvoluto dai popolani di allora, certamente molto di più del cancelliere Carmelo Minnella Darenu. Ne sono una conferma i versi, riportati dal Sorge, di un mussomelese di quei tempi, Fra Domenico Nicastro, converso domenicano (!!) che parteggiano per il bandito:“A Mussumeli daveru dispiaci/ la morti vera atroci di chist’omu/chi ‘nni sti parti mali nun ‘nni fici/ e li gendarmi facianu li porci.

          Scriveva pure un altro poeta popolare mussomelese, Giuseppe Palumbo, nel finale di una poesia inedita sulla “Pigliata di Darenu”, datami alla fine degli anni 70: “Di Santarrì acchiana Valintinu/ seguitu di fudda cu la ccetta mmanu/ grida: Darenu! Unn’è Darenu/ Pigliamulu! Pigliamulu a Darenu/ D’un finistruni ca duna nni la strata/ nesci Darenu e s’appenni a la firrata/ Cca iè  Cca iè grida Valintinu/ cala l’accetta e cci taglia la manu/ Cadi Darenu pi jiri nni la strata/ la fudda di sutta lu piglia a vulata/ e di volu lu portanu nni lu chianu/ e nni lu focu cci jetta a Darenu/ Cottu jè Darenu e ccu ci arrivà arrivà!/ La massa si nn’afferra un pezzu l’unu/ lu focu lu stramina ‘nta lu chianu/ mmezzu a lu focu nnu c’è cchiù Darenu”.

 

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«Figlicidio di Riesi», è giallo su una presunta confessione

«Figlicidio di Riesi», è giallo su una presunta confessione

Caltanissetta- Se sia una confessione o no sulla tomba del figlio sarà un “super esperto” a stabilirlo. È una dele grandi incognite che pesano sulla vicenda giudiziaria che vede un padre accusato del delitto del figlio., E pure con modalità atroci.
È quello che per l’accusa è stato il delitto di del trentunenne di Riesi, Piero Di Francesco. Ad assassinarlo, la mattina del 9 gennaio di cinque anni fa, sarebbe stato il padre, Stefano Di Francesco – difeso dagli avvocati Michele Micalizzi e Giampiero Russo – che dal primo processo ne è uscito con la condanna al carcere a vita.

Avrebbe ucciso il figlio, secondo gli inquirenti, per aspri contrasti che a un certo punto sarebbero sorti tra loro nella gestione dell’azienda di famiglia che si occupa di smaltimento di rifiuti speciali.

E, secondo i magistrati, lo avrebbe prima colpito e poi, credendolo morto, avrebbe caricato il corpo del figlio su una vecchia auto per appiccare il fuco. Così ne avrebbe simulato un suicidio.

Durante le indagini che ne sono derivate dopo la morte del ragazzo, i carabinieri hanno registrato una frase che il genitore avrebbe pronunciato sulla tomba del figlio, non sapendo di essere intercettato.

« Sulu un curpu fu ppi difennimi», sarebbero queste le parole, per l’accusa, pronunciate dall’imputato e che rappresenterebbero una confessione. Così le ritengono anche le parti civili – assistite dagli avvocati Walter Tesauro e Margherita Genco – ossia gli altri familiari della vittima.

La Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, dopo averle risentite in aula, ha disposto una super perizia.

Mentre è sempre braccio di ferro tra procura e difesa sugli spostamenti dell’imputato la mattina della morte del figlio e l’intervallo di tempo in cui il presunto delitto si sarebbe consumato. Tutti nodi che restano da sciogliere.

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Mussomeli, l’I.I.S. Virgilio organizza un incontro per la revisione annuale del “Piano Triennale dell’Offerta Formativa”

Mussomeli, l’I.I.S. Virgilio organizza un incontro per la revisione annuale del “Piano Triennale dell’Offerta Formativa”

MUSSOMELI – La Dott.ssa Calogera Genco – Dirigente scolastico dell’I.I.S. Virgilio di Mussomeli – porta a conoscenza delle associazioni e degli enti operanti nel territorio, della giornata organizzativa per la revisione del piano dell’offerta formativa. In una nota divulgativa infatti si legge:

“In vista della revisione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa di cui all’oggetto, tutti coloro che sono interessati a collaborare con questa Istituzione Scolastica per la citata revisione : Enti locali, Genitori, Sacerdoti, Associazioni, ecc.., sono invitati all’incontro, pari oggetto, che si terrà il giorno 16/10/2017 alle ore 16,00 nei locali del Liceo Classico. Si ringrazia anticipatamente per l’attenzione che il Territorio vorrà prestare a questa Scuola. “

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Giacomo Longo,  eroe e benefattore (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Giacomo Longo, eroe e benefattore (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Ho riletto più volte le Cronache del Sorge e confesso che non mi sono mai stancato di sfogliare le pagine su Giacomo Longo, giovanissimo eroe del Risorgimento, grande benefattore della nostra comunità… una figura straordinaria della nostra storia, quasi del tutto sconosciuta, che mi ha sempre affascinato per il suo coraggio e la sua generosità,  per la sua dedizione al proprio paese… un campione di valori per tutti i nostri giovani, se solo lo conoscessero e sapessero un po’ della sua straordinaria brevissima vita.

         Siamo nel 1860. Il 4 aprile scoppiano i moti rivoluzionari a Palermo e, qualche giorno dopo, anche a Mussomeli, come riportano il Mulé Bertolo e il Sorge, cominciano le agitazioni popolari. Nella piazza Manfredi, spunta una bandiera tricolore, il primo segnale per prepararsi alla lotta. Arriva, poi, la notizia che a Palermo, il 27 maggio, Garibaldi ha sconfitto e cacciato via dalla città l’esercito borbonico, e, allora, sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, si riuniscono a palazzo Trabia i quarantottisti, gli ardimentosi liberali che si erano già battuti contro i Borboni nel 1848, ed improvvisano, per le vie del paese, una manifestazione di giubilo con sventolio di bandiere tricolori, alcune delle quali erano state conservate dal 1848. Al ritorno, sulla piazza del palazzo (ora piazza Roma), Giacomo Longo, appena diciottenne, arringa la folla con parole di amore patrio e spirito di combattente rivoluzionario, scagliandosi contro la tirannide borbonica e mostrando alla fine del suo infuocato discorso il ritratto del Principe di Lanza di Scordia, morto in esilio a causa dei Borboni, suscitando così “un grido enorme di plauso… dal popolo entusiasta che correndo tutti alla casa del comune presero e scaraventarono a terra i busti in gesso dei sovrani…”.

Subito dopo viene ricostituita la Guardia nazionale, tra i quali con il grado di comandanti delle compagnie, il giovanissimo animoso combattente “nuovo capitano” Giacomo Longo, che lavorava ad alimentare l’entusiasmo rivoluzionario a Mussomeli e nei paesi vicini… dove si recò con Carmelo Sorce (padre del nostro storico Sorge) ed i suoi militi, in armi e bagaglio e a suon di tamburo, per far trionfare la causa della libertà e dell’Unità d’Italia. Due anni dopo, nell’estate del 1862, il Longo, insieme ad altri giovani rivoluzionari mussomelesi, si recheranno a Villalba, per incontrare Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, “che li ricevette con patriottiche parole… e lo avrebbero seguito se non si fossero trovati i padri di taluni di essi, che li obbligarono a retrocedere (!!)”.

Il Longo era nato nel 1842 in una famiglia ricchissima di San Giovanni Gemini (suo padre Vincenzo era del luogo e sua madre Grazia Nigrelli di Mussomeli). Ma morti prematuramente i suoi genitori, gli farà da padre adottivo lo zio sacerdote Pietro Nigrelli, fratello della madre, che lo farà studiare a Palermo dove conseguirà la laurea in Giurisprudenza, e dove morirà a 26 anni, “colpito da fiero morbo”, il 14 agosto del 1868.  Sentendosi morire, il giovane Longo, proprietario di ben 164 salme  dell’ex feudo Recalmici, l’eroico capitano della Guardia nazionale in quei tumultuosi mesi del 1860, poi consigliere ed assessore comunale, “manifestò il desiderio di fare il suo testamento e di destinare il grosso della sua sostanza alla fondazione di un ospedale a Mussomeli”. Il vecchio ospedale Santa Rosalia, sottostante la Chiesa di Sant’Antonio, era ormai inutilizzabile.

La sua buona intenzione venne vanificata, però, dall’improvviso aggravarsi della sua malattia e dalle mene ritardatarie di qualche erede, ma alcuni amici presenti al suo capezzale, pur non essendoci stato un atto notarile, testimoniarono che quelle erano le sue ultime volontà e che dovevano essere eseguite come lui aveva voluto. Non mancarono gli ostacoli frapposti da chi era interessato alla sua lauta eredità, in particolare lo zio sac. Nigrelli, che ottenne 54 salme di terra “per essere ricompensato dell’affetto e delle cure che, quale secondo padre, aveva avuto di lui”. Ma grazie agli amici e uomini liberali, come il sindaco e deputato Giuseppe Giudici e Carmelo Sorce (padre dello nostro storico Sorge), presidente della Congregazione di carità, ed alla fermezza della sorella di Giacomo, suor Domenica Longo, monaca nel monastero di San Vincenzo di Agrigento, rimasta unica erede, si riuscì a fare fallire tutti i raggiri di chi aspirava a prendersi tutto ed a farsi beffe della volontà del nostro benefattore.

Dopo lunghissime trattative, con atto del 21 settembre 1900, confermato dai pareri favorevoli dei vari enti locali, si pervenne finalmente all’atto istitutivo dell’ospedale, che, come vollero i due canonici della diocesi di Agrigento G.Bondì e G.Bonfiglio, fiduciari di suor Domenica, verrà intitolato alla Madonna “Maria Immacolata”, forse mal sopportando che un ospedale potesse essere intitolato ad un giovane liberale e rivoluzionario antiborbonico (!) Nello stesso atto si ratificava la destinazione di un terzo del patrimonio, che ammontava a 115.913 lire, ai poveri di San Giovanni Gemini. Seguirà il regio decreto del 23 luglio del 1903 con il quale l’ospedale “Maria Immacolata” sarà eretto in ente morale.

         Per fortuna, i primi amministratori dell’ospedale, che comincerà ad operare dopo il 1903, tra i quali Salvatore Sorge (fratello del nostro storico), aggiungeranno Longo al nome Maria Immacolata nella corrispondenza ufficiale, ma lo Statuto non sarà più modificato. La struttura esterna dell’edificio, molto bella ed in stile neoclassico,  con un ingresso imponente decorato da quattro colonne doriche, con le due centrali ripetute nell’atrio, era stata completata, come si vede dalla data impressa nel timpano in alto, nel 1887, forse su progetto del famoso architetto Ernesto Basile.

Amaro il commento del nostro storico Sorge alla fine delle pagine dedicate al nostro benemerito concittadino: “nessuno ha pensato a rivendicarne le ceneri che giacciono dimenticate a Palermo, nel corridoio nuovo del cimitero dei Cappuccini… nulla ricorda il fondatore  fuor d’una sbiadita fotografia appesa ad una parete… ma sulla ingratitudine umana veglia e veglierà vindice la storia, che porrà il nome di Giacomo Longo fra i grandi benefattori di Mussomeli”. Qualche anno dopo, però, qualcuno, forse il fratello, sensibilizzato dal nostro storico Sorge, pensò bene di far scolpire due busti per i due fratelli fondatori, Giacomo e Suor Domenica. Fu la compianta Francesca Sorce,  assistente sociale, qualche anno prima della sua tragica fine, avvenuta il 24 ottobre del 1998, a portarli dove ora si trovano, nella sala d’aspetto del pronto soccorso del nuovo ospedale di Mussomeli, prendendoli dal vecchio ospedale di Via G. Longo (che aveva smesso di funzionare dal 1957), e dove erano stati dimenticati per 40 anni.

Il prossimo anno, il 14 agosto, ricorrerà il 150° anniversario della sua morte. Sarebbe auspicabile che il Comune e l’ASP, insieme, lo commemorassero con una cerimonia a cui far partecipare tutti i cittadini, così da dimostrare che si è  ancora riconoscenti verso questo giovane eroe e benemerito. Sarebbe pure altamente significativo, che, prima di quella data, le autorità comunali e dirigenti dell’ASP, potessero annunciare congiuntamente che è stato presentato e finanziato con appositi fondi regionali o europei, il progetto di restauro e di riutilizzo del vecchio ospedale, un inestimabile monumento storico-architettonico del nostro paese, ora del tutto abbandonato, per destinarlo ad una fondazione o ad una ONLUS che si occupi di ricerca e prevenzione sanitaria.

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L’I.C. Paolo Emiliani Giudici di Mussomeli ha concluso la tappa formativa del progetto Erasmus plus in Repubblica Ceca

L’I.C. Paolo Emiliani Giudici di Mussomeli ha concluso la tappa formativa del progetto Erasmus plus in Repubblica Ceca

MUSSOMELI – La settimana che va dal 17 al 25 settembre, tappa formativa prevista dal progetto Erasmus plus, otto alunni frequentanti la scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo “Paolo Emiliani Giudici”, accompagnati dalla dirigente scolastica Alessandra Camerota e dalla prof.ssa Francesca Di Pasquale, sono partiti alla volta della scuola del primo ciclo Zàkladni Skola di Uherskj Brod, nella Repubblica Ceca.

In una nota il Responsabile della comunicazione esterna dell”I. C. “Paolo Emiliani Giudici” – Prof. Tonino Calà – spiega ed analizza le tappe salienti del progetto:

“Il progetto Erasmus plus prevede uno scambio culturale con altri 4 paesi dell’UE: Romania (paese coordinatore), Bulgaria, Polonia e Repubblica Ceca. L’obiettivo è lavorare insieme per individuare strategie e contrastare i crescenti fenomeni di bullismo nell’adolescenza.

Nel corso della settimana, come da progetto, la realizzazione sia di momenti di lavoro a scuola sia momenti di svago e di conoscenza del territorio e della cultura ceca.

Gli alunni hanno fatto vita di classe e hanno potuto apprezzare l’ottima organizzazione didattica e una impostazione scolastica meno selettiva della nostra (il loro sistema scolastico non prevede esami intermedi né conclusivi) che nei primi anni del curriculo ha solamente l’obiettivo della integrazione e della alfabetizzazione scolastica.

Scuole molto grandi e con spazi estesi predisposti e funzionali alla didattica laboratoriale per via di laboratori ben attrezzati e frequentati dagli alunni cechi con spostamenti continui. Il calendario orario prevede lezioni di 50 minuti e 10 minuti per gli spostamenti da un laboratorio all’altro. La funzionalità delle scuole è resa possibile dalla proficua collaborazione con l’ente locale che con propri fondi provvede all’ordinaria amministrazione, con pronti interventi circa la manutenzione ordinaria degli edifici e la fornitura essenziale di beni e servizi (armadietti, banchi, sedie, tende, strumenti e apparecchiature di uso scolastico).

Importantissima è stata l’attività di tutoraggio che hanno fatto i ragazzi cechi ai nostri alunni: già si erano incontrati nel mese di maggio presso la nostra scuola e quindi erano già in confidenza. Rilevante e positiva la conoscenza dei luoghi e del territorio relativa al contesto di riferimento; esperienza importante è stata quella di comprendere il cambio della moneta, la visita allo zoo di Uherskj Brod, la visita al castello di Buchlovice, al monastero di Velehrad, al museo pedagogico Johann Amos Comenius, alle sorgenti termali di Luhacovice.

Un’ottima impressione quella riportata dagli ospiti italiani che hanno potuto apprezzare la civiltà del popolo ceco: in maggioranza gente mite, silenziosa e pacifica. Sicuramente tali scambi con altre scuole dell’Europa permettono ai ragazzi di sentirsi cittadini europei e anche di aprire precocemente gli occhi sul mondo, facendo esperienze culturali di conoscenza degli altri.

Tutti i nostri alunni hanno ottenuto un Europass che varrà loro come credito alla scuola superiore, viaggiatori riconosciuti e consapevoli per una vera integrazione e cittadinanza europea.

Bisogna precisare che la scelta degli alunni è stata principalmente dettata dalla disponibilità dei genitori a fare partire per una settimana all’estero i propri figli. Ci si augura, vista la positività dell’esperienza, che ci sia da parte delle nostre famiglie una maggiore condivisione e fiducia in tali progetti, così da estendere la partecipazione a un numero sempre più crescente di allievi.”

 

 

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Quel “Libro d’oro” da sfogliare… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Quel “Libro d’oro” da sfogliare… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa, sempre nel solco della straordinaria storia della nascita del culto della nostra Madonna dei Miracoli, abbiamo parlato di quei “piccoli  miracoli” di grande solidarietà umana fatti da gente del popolo, magari possidente ed agiata ma senza cariche e titoli nobiliari, che, nella seconda metà del ‘500, cominciarono a lasciare in eredità le proprie rendite  ed i propri beni a beneficio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati, delle ragazze orfane da marito…  Potremmo dire che i due grandi munifici nostri concittadini Paolo Valenza (testamento del 1567),  Francesco Tomasino di Bartolo (testam. dettato nel 1576 e pubblicato, dopo la sua morte, nel 1587), e gli altri di quel periodo fine ‘500 inizi del ‘600 , tra i quali Pietro Lo Pozzo, Agata La Pipa, Giacomo Capodici, Angelo Maglia, Pino Catania, Don Matteo Genco (1592), Paolo Salerno (1613, )ecc, forse meno abbienti ma non per questo meno generosi, furono semplici persone comuni che, come sosteneva il Sorge nella sua “Storia di Mussomeli”, insieme agli altri prodighi benemeriti che avremo fino al ‘900,  meriterebbero di essere collocati in quell’ideale indelebile “libro d’oro” della nostra comunità mussomelese.

Ma prima di sfogliare, insieme ai miei lettori, questo immaginario nostro libro d’oro in cui dovremmo leggere di altri munifici benefattori mussomelesi, tra i quali, Michele Minneci (1739) Nicolò D’Andrea (1836), Vincenzo e sorelle Sorce Malaspina(1883-85), Domenico Longo e sorella Suor Domenica (dal 1868), Leonardo Mancuso (1899), Padre G.Calà (anni 40 del 900), Sorelle Sola, ecc., e le cui pagine ci occuperanno di certo anche nei prossimi servizi domenicali, vorrei dedicare poche altre righe a Paolo Valenza ed alla straordinaria “manomissione di due suoi schiavi”(!). Il Valenza, nella seconda metà del ‘500, non si limitò, infatti, alla pura elargizione dei suoi beni ai poveri ed agli indigenti o a lasciare loro in eredità le rendite dei suoi possedimenti, ma volle dare un segnale di grande liberalità e di vero evangelico amore cristiano verso il prossimo, in particolare per quello che veniva considerato in quel tempo, come scrive il Sorge, niente di più che “un animale da lavoro… soggetto perpetuamente al dominio del padrone”, una persona come un oggetto qualsiasi che poteva essere venduto, acquistato, disperso… come se non esistesse. Ed è qualcosa di veramente ed esemplarmente straordinario sapere che nel suo testamento del 22 luglio del 1567, riportato dal Sorge, il Valenza, dopo avere affrancato i suoi due schiavi, Giovanna e Battista Valenza (!!), madre e figlio, li abbia trattenuto nella sua casa, dato loro il suo cognome (!) e lasciato loro “una casa, 3 vigne, 3 somari, 4 salme di orzo ed altri mobili” (!!)… Come se avesse voluto dare la vista a due ciechi… la vita e la salute a due poveri paralitici senza speranze!

A quei tempi, come scrive il Sorge, era un segno di sontuosità avere degli schiavi neri o bianchi al proprio  servizio, e, sebbene la schiavitù fosse stata abolita dai viceré, si continuava a fare traffico di schiavi, in particolare arabi. Nel XVI secolo qualcuno dice che in Sicilia ve ne fossero quasi 10 mila, altri qualche migliaio. Don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, ne aveva tre: un nero di 80 anni e due  mori, uno di 25 ed uno di 50. Il giureconsulto Giuseppe Caracciolo di Mussomeli, nel 1615, aveva  uno schiavo nero, Antonino, che, lungi dall’affrancarlo, (eppure, dice il Sorge, dall’alto dei suoi sommi principi di diritto e dalle stesse patrie leggi avrebbe dovuto sapere non esser lecito tenere un uomo nella condizione di bruto), lo lasciò in eredità (!) ai suoi figli, uno dei quali, Ottavio, fu, allora, tra i più famosi giureconsulti di Sicilia.

         Intanto, nei primi anni del ‘600, la Confraternita del Monte di pietà, di Paolo Valenza e degli altri benemeriti confrati,  che, come scritto nell’articolo di domenica scorsa, aveva dato, dagli anni 60 del ‘500, esempi concreti e quotidiani di solidarietà e carità cristiana verso i deboli e gli indigenti, veniva soppiantata, sempre nella stessa Chiesa di Santa Maria del Monte (ora dei Monti), dalla Compagnia dei Verdi, “una “confraternita di nobili” in estirpazione della bestemmia ed in sussidio dei poveri…” Scrive il Sorge che la confraternita del Monte di pietà non riuscì “a svolgere appieno il suo scopo forse perché molto si spendeva nelle elemosine quotidiane (!!) e poco si capitalizzava per l’avvenire”, tacendo il fatto che, quasi certamente, i nobili, la venerabili comunia di li parrini ed i gentiluomini di allora, mal tolleravano che una confraternita di estrazione borghese-popolare osasse raccogliere così tante rendite e cospicue oblazioni, tra le quali quelle dello stesso Paolo Valenza ed altri, tra cui  Francesco Tomasino di Bartolo, Pino Catania, Angelo Maglia, ecc., ed aspirasse nel contempo ad un ruolo di primo piano in un contesto sociale in cui era assurdo, per non dire impensabile, voler primeggiare su lor signori.

A riprova di quanto scrivo, il Monte di pietà di Mussomeli, avversato dai detentori del potere feudale del tempo, non arrivò nemmeno ad erogare, contrariamente a quanto fecero quelli di Nicosia e Gangi, quei piccoli prestiti in cambio di un pegno, molto ben accetti dalle classi sociali di quel periodo. Ad ulteriore riprova, a voler dare quasi un’aura di sacralità alla nuova istituzione della Compagnia dei Verdi, la cosiddetta confraternita dei nobili, in sostituzione di quella ormai morente del Monte di pietà, l’episodio rocambolesco raccontato dal fondatore dei Verdi Conte Don Lorenzo Lanza,  il quale, in un’orrida notte piovosa d’inverno del 1608, tornando da Sommatino, nei pressi del luogo, reso intransitabile dalla pioggia battente, dove sorgerà la Chiesa delle Vanelle di Mussomeli,  impantanatosi a tal punto nella melma che le mule della sua lettiga, affondate nel fango fino alle ginocchia, non riuscivano più a proseguire, e vistosi a mal partito, invocò l’aiuto divino, promettendo di istituire una confraternita in onore del Santo Nome di Gesù qualora uscisse vivo dal quel pericolo mortale. E aveva appena espresso tale voto “che vide le mule con forza meravigliosa divellersi dal fango ed apparire una luce celeste come due torce accese” che lo scortarono nel buio fino a Mussomeli. Il pio Conte, quindi, come promesso (!), non tardò a fondare la confraternita in sollievo dei poveri orfanelli maschi, come quella di Santa Cita di Palermo,  che per il colore del mantello, venne chiamata dei Verdi, e la cui bolla di conferma venne velocemente inviata dal Vescovo Bonincontro il 25 febbraio dello stesso anno.

         E forse, anche il culto della Madonna delle Grazie o delle Vanelle, nato nei primi anni del ‘600 nel punto in cui un bue piegò le ginocchia e si rialzò solo dopo, sgombrati i rovi, si trovò, come narra la tradizione, l’immagine dipinta in un sasso (!) della Madonna e di San Michele, nascerà per contrastare quello troppo popolare della Madonna dei Miracoli?  Anche il miracolo del Conte salvato dalle acque lì nei pressi non sembrerebbe casuale… Chissà! Poi di lì a qualche decennio, la chiesa della Madonna delle Grazie, costruita appunto nella contrada detta delle Vanelle dell’Annunziata, verrà aperta al culto quasi 100 anni dopo il ritrovamento dell’immagine della Madonna della Grazia, detta poi dei Miracoli (!!), la bedda matri, che diventerà, per merito del domenicano Padre Francesco Langela e della sua influente famiglia, la Madonna e Patrona di Mussomeli.

 

 

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Mussomeli, l’I.S.S. Hodierna ottiene i fondi Europei per il progetto Inclusione sociale e lotta al disagio

Mussomeli, l’I.S.S. Hodierna ottiene i fondi Europei per il progetto Inclusione sociale e lotta al disagio

Mussomeli – è stato autorizzato il progetto “Inclusione sociale e lotta al disagio” da realizzarsi con fondi Strutturali Europei PON“Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014/2020. Progetti di inclusione sociale e lotta al disagio nonché per garantire l’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico. (Obiettivo 10.1 Azione 10.1.1 ). A darne avviso e la Dirigente dell’ Istituto di Istruzione Superiore G.B. Hodierna di Mussomeli la Dott.ssa Carmela Campo con una nota in cui si legge:

“VISTO l’avviso AOODGEFID/ prot. n° 10862 del 16/09/2016 del M.I.U.R.– Dipartimento per la Programmazione – Direzione Generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e l’innovazione digitale ”Avviso pubblico Progetti di inclusione sociale e lotta al disagio nonché per garantire l’apertura delle scuole oltre l’orario scolastico soprattutto nella

aree a rischio e in quelle periferiche”. Asse I – Istruzione – Fondo Sociale Europeo (FSE). Obiettivo specifico 10.1. – Riduzione del fallimento formativo precoce e della dispersione scolastica e formativa. Azione 10.1.1 – Interventi di sostegno agli studenti caratterizzati da particolari fragilità, tra cui anche persone con disabilità (azioni di tutoring e mentoring, attività di sostegno didattico e di counselling, attività integrative, incluse quelle sportive, in orario extrascolastico, azioni rivolte alle famiglie di appartenenza, ecc.);

VISTA la nota Prot. n. AOODGEFID 28618 del 13/07/2017con la quale la Direzione Generale per interventi in materia di edilizia scolastica, per la gestione dei fondi strutturali per l’istruzione e l’innovazione digitale – Uff. IV del MIUR ha autorizzato il progetto, relativo al Programma Operativo Nazionale “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento”, proposto da questo istituto scolastico;

VISTA la nota Prot. n. AOODGEFID 31711 del 24/07/2017;

VISTE le Disposizioni ed Istruzioni per l’attuazione delle iniziative cofinanziate dai

FSE-FESR 2014- 2020;

RENDE NOTO

Che questa istituzione scolastica è stata autorizzata ad attuare il seguente Piano FSE:

Codice identificativo progetto: 10.1.1A-FSEPON-SI-2017-653

Titoli moduli e importi autorizzati

  • English Goes Live € 5.682,00
  • Vedo…Penso…Scrivo!. € 5.682,00
  • Quando la matematica non è un’opinione. € 5.682,00
  • ..mente a Campofranco. € 5.682,00
  • ..mente a Mussomeli. € 5.682,00
  • Tra le quinte della vita. € 5.682,00
  • Cambiare si può. € 5.082,00

Per un totale di TOTALE   € 39.174,00”

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Virgilio di Mussomeli, saluto e messaggio augurale del Dirigente scolastico e nuovo reggente dell’I.C. Milena e Campofranco

Virgilio di Mussomeli, saluto e messaggio augurale del Dirigente scolastico e nuovo reggente dell’I.C. Milena e Campofranco

Con una nota il Dirigente scolastico del Virgilio Dott.ssa Calogera Genco comunica che: “con decreto MIUR AOOUSPCL .Reg. Uff. N°7016 del 03/09/2017, del Dirigente dell’Ambito Territoriale Caltanissetta ed Enna- UFF. VI – USR Sicilia, è stato conferito alla dott.ssa Calogera M. Genco, dirigente scolastico dell’IISS Virgilio di Mussomeli, l’incarico di reggenza dell’IC Milena e Campofranco per l’anno sc. 2017/18.

Il Dirigente Scolastico, nei giorni scorsi, ha prontamente avviato la sua azione professionale,  per garantire la gestione unitaria, efficiente, efficace e trasparente dell’Istituzione Scolastica, nell’intento dei valorizzarne le risorse professionali e materiali, e per potenziarne la qualità dell’Offerta Formativa.

Ella intende altresì promuovere una proficua collaborazione con le famiglie, gli Enti locali, le Associazioni, le parrocchie , i Club service, la stampa e tutti gli stakeholder, nella consapevolezza che, solo in un rapporto sinergico con il Territorio, la Scuola possa crescere, migliorare il suo servizio e contribuire alla costruzione del tessuto socio-economico del contesto in cui opera.

Il dirigente pertanto porge ai Sindaci, ai Presidenti del Consiglio, alle Autorità militari e religiose, e alle comunità cittadine di Milena, Campofranco, Bompensiere e Montedoro  il suo saluto, ed augura ai docenti, agli scolari, agli alunni e alle famiglie un sereno e proficuo anno, ricco di successi scolastici,  e fecondo di  costruttive relazioni ed opportunità culturali.”

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Della nostra Madonna della Grazia e dei Miracoli (del Prof. Salvatore Vaccaro)

Della nostra Madonna della Grazia e dei Miracoli (del Prof. Salvatore Vaccaro)

In questi giorni, in occasione della festa della nostra Bedda Matri, ho riletto con gran diletto il primo libretto della Storia del Santuario della Madonna dei Miracoli,  scritto e pubblicato nel 1906 dal Sac. Salvatore Scozzari, e stampato dalla tipografia Giannone-Cosentino di Palermo.  Allora, si può dire, che fosse, in assoluto,  il primo testo stampato dedicato a vicende storiche di Mussomeli “la prima monografia, come dice lo stesso Scozzari, che vede la luce sulle cose nostreson passati dei secoli e mai una voce s’è levata per dire chi noi siamo e donde veniamo”. E, con una vena quasi poetica,  inizia così:  “Verso l’anno 1530 o 1536ai tempi burrascosi del secolo XVI, sul finire del pontificato di Clemente VII e il cominciare di quello di Paolo III, qui in Manfredonia, dove quasi finiva il piccolo monte su cui cominciava a sorgere il paese, per un viottolo frastagliato di spine e di rovi, il giorno 8 del mese di settembre avveniva un fatto meraviglioso”. E qui mi piace continuare la descrizione del miracolo riportando, nel paragrafo successivo, stralci dell’attestazione giurata, che sicuramente in pochi avranno letto (attestato che come dice lo Scozzari si trovava nel primo volume delle scritture ed attestati pubblici del Convento da foglio I fino al foglio VII), trascritta, il 6 settembre del 1596,  a 66 anni dal prodigio,  quasi in dialetto mussomelese italianizzato, presumo dal sac. Pietro Messina, maestro notaro,  ascoltando i tredici testimoni, di cui 3 de visu, (Rogerio Messina, Giurlando Genco e Giaimo Calà), cioè presenti durante il ritrovamento della Sacra immagine della Madonna, e altri 10 (Giovanni Lanzalaco, Salvatore Genco, Giacomo Arcudio, Marino Caldararo, Bartolo Lo Manto, Giannetto Lanzalaco, Paolino Garofalo, Antonio Mauro e altri due che lo Scozzari non riesce a decifrare) per averne sentito parlare da parenti che avevano assistito al prodigio. La dichiarazione giurata, ordinata dal vescovo di Agrigento, fu fatta davanti ai sacerdoti Paolo Fraterrico, vicario foraneo, e Pietro Messina sopra citato.

      “Circa l’anno 1530 lì 8 di settembre passando un povero pellegrino paralitico sicco di la cintura a basso che andava con li crocci sottu li scilli per il luogo dove ora è la Chiesa, anticamente non occupato da case ma d’un largo spazio che introduceva al paese coperto di macchie di rovetti e  i lati tutti di vigni, e non potendo per la stanchezza della bestia che lo portava passare avanti si riposò sulla detta strada sopra una balata, llà si addormentao senza aversi addonato che in canto d’esso c’era quella Santa figura di Maria Vergine coperta di rovetti. E risvegliatosi si mise in piedi sano et salvo senza macula nissuna, e vedendo questo spaventoso prodigio ridendo cominciò a gridari a vuci alti: Misericordia, misericordia. Agli vuci concursi la maggior parte della gente di quelli contorni della nostra terra, fralli li quali vi furono testimonii di viso che sentirono il miracolo per bocca di detto Paralitico, ed incominciando a cercare fra li rovetti, a quattro palmi in circa arrasso d’onde era coricato, trovarono una S. Immagine col S. Pargoletto nel seno a cui porge il latte pittata in una pietraQuesta sacra immaginequando si trovò sudava e fece moltissimi miracoli fu istituita altra festa alli 13 di Aprili per altri stupendi miracoli oprati  non derogando però l’antiqua e grandiosa festività del dì 8 7bre

     Ho voluto sottolineare in grassetto la frase che descrive l’immagine ritrovata della “Madonna col Gesù Bambino nel suo seno a cui porge il latte”, perché, stranamente, nelle varie iconografie della Madonna dei Miracoli  non ho mai visto dipinta o scolpita una scena così particolarmente materna, scena che ho visto recentemente in un quadro  settecentesco del Convento di suore domenicane di Santa Caterina d’Alessandria di Palermo.  L’antica immagine  dipinta sulla pietra è stata purtroppo coperta, anche se lo Scozzari parla di restauro,  con una nuova icona del pittore Domenico Provenzani che, in quel periodo, era impegnato, su commissione dei Padri Domenicani del tempo,  nella decorazione della volta e di altri affreschi della Chiesa. La Madonna  del Provenzani è comunque in stile diverso da quella di prima,  probabilmente era come l’hanno descritto i testimoni del 1596? o di tipo bizantino,  ma allora perché  le dichiarazioni dei testimoni la descrivono col Bambino nel suo seno a cui porge il latte ? Chissà! Sarebbe sicuramente interessante, come auspicato da Calogero Barba, in un articolo del 2004 su Progetto Vallone, di cui qui si pubblicano alcune foto che corredavano l’articolo, poter rendere visibile con le attuali tecnologie a laser l’originaria immagine  del 1530. Però è pure strano che le antiche immagini fossero di tipo bizantino, cioè con Gesù Bambino sorretto al centro dell’icona dalle due mani della Madonna, come si può dedurre da quelle dipinte o a rilievo, presenti  nel tesoro del santuario, nell’oratorio della Confraternita e nella cappella esterna sotto al campanile del santuario, oltre che nei vecchi santini ottocenteschi.

 Nemmeno la prima scultura dorata , forse dei primi anni del 600, in stile misto bizantino e barocco (!), e che ora si trova nella cripta, riprendeva l’immagine della Madonna che allatta Gesù. Lo stesso Bambino, come riporta  C. Barba,  anche per essere stato incaricato del suo restauro qualche anno prima del 2004,  non è l’originale ma quello appartenente alla prima statua della Madonna del Rosario che, dopo tante peripezie, come riferisce pure lo Scozzari, tornò dalla Chiesa Madre, dove era stata sequestrata (!), al Santuario (era successo anche per la statua della Madonna dei Miracoli !).  Nel 1725 si stipulò nientemeno che un accordo (!!) tra l’Arciprete Stefano Nisi e Padre Giuseppe Langela, fratello dell’altro più famoso Francesco, Giacinto da laico, (il frate assassino, “il bollente Langela che avea atterrato con una carabina”  un paggio, reo di averlo schiaffeggiato, e che, fuggito a Roma e divenuto amico di potenti cardinali e di Cristina, regina di Svezia, avendo ottenuto dal Vaticano l’assoluzione e la relativa  dispensa, si convertirà e si farà frate domenicano col nome di Francesco, fondando, da priore, insieme alla sua famiglia,  la nuova Chiesa settecentesca ed il Convento dei Domenicani), con il quale l’arciprete si obbligava a restituire la statua della Madonna del Rosario (!) ed il Padre Langela a costruire una statua di San Ludovico per la Madrice (!), con la clausola che  il manto e le corone d’argento dovessero restare alla Madonna della Catena (!?) della Madrice.

  Un altro straordinario particolare,  scoperto rileggendo il libretto dello Scozzari (nota 29), è che la nostra Madonna  veniva chiamata prima Madonna della Grazia e che il dipinto su pietra, prima di essere rifatto, era collocato anticamente, fino al 1759, sull’altare sotto il lettorino (leggìo) del coro, per  essere spostato di lì a qualche anno su un altarino dell’arco maggiore della chiesa, e nel 1762  in alto a destra del coro. Poi,  circa un trentennio fa, non senza grosse difficoltà, (nelle operazioni di trasloco, come mi raccontarono, l’enorme pietra crollò a terra dall’alto del coro, spaccandosi in due  metà poi ricongiunte), fu spostato nella cripta del Santuario, dove ora si trova definitivamente.

E così, tutti gli 8 di settembre di ogni anno, come venerdì scorso in cui abbiamo avuto la prima anelata pioggia dopo 5 mesi, la statua della Madre di Mussomeli, scolpita  nel 1876 da Francesco Biangardi, coperta di ori e doni votivi, continua ad essere portata ancora  in processione per le vie del paese e del centro storico che si va sempre più spopolando… Come ogni anno, da quasi 5 secoli, ci ritroviamo  davanti alla sua immagine dal dolce sorriso  materno… per ripercorrere in silenzio, molti a piedi nudi, le vecchie strade della nostra infanzia… per rinnovare un culto dalle radici antichissime che si perde nella notte dei secoli… per chiedere di proteggerci, sotto il suo simbolico manto, dal velo dell’oblio e dallo scorrere inesorabile del tempo…  Ricordo sempre,  con vivo piacere, quando da bambino, nei primi giorni di settembre, salivo su nella cappella della Bedda Matri, sotto lo sguardo vigile dell’amico Vincenzo Maniscalco, ora 92enne,  arrampicandomi sulle spalle e sulla testa del “povero paralitico” per pulirle quel suo bel viso incipriato dalla polvere, e,  per non cadere giù a precipizio, mi aggrappavo  alla sua vita,  restando lunghi minuti estasiato a vedermela così vicina…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

 

P.S: Nell’articolo di domenica scorsa, parlando dell’antica mappa dell’agrimensore F. Vaccaro, ho scritto che il numero di salme del territorio di Mussomeli era un po’ eccessivo, invece è proprio quello giusto. Contrariamente al Giacona che usa la misura della salma mussomelese equivalente a 33940 mq, il Vaccaro impiega quella “borbonica”, più piccola,  corrispondente a 17415 mq.

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Un’altra antica mappa del nostro territorio (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Un’altra antica mappa del nostro territorio (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Riprendiamo insieme ai nostri cari lettori, dopo la caldissima pausa estiva, il nostro appuntamento domenicale, un piacevole ed interessantissimo cammino a ritroso nel passato e nella storia del nostro patrimonio culturale, un viaggio, anche mentale, lungo gli ex feudi del nostro vastissimo territorio, dai nomi misteriosi, e le cui origini si perdono nella notte dei tempi…tra sentieri ormai perduti che attraversano le valli gialloverdi e le straordinarie bianche colline delle nostre contrade…quasi un volo d’aquila sulle bellissime vette delle nostre colline, da quelle più alte di Calabue (899 m), San Vito (888m) e Castelluccio (oltre 800 m a nord-ovest dell’abitato), alle altre, meno conosciute, sui 600  metri , di Castellaccio (Cda Mappa), Rocche dell’Edera (Edera), Piscazzo (Garzizetti), Cozzo Reina (Reina), Cozzo Cantacucchi (Cda Torretta), Cozzo dell’asparagio (Mustujuve), Rocca conigliera (Cda Buonanotte), Serra del fico (Cda Sampria), Cozzo lanterna (Malpertugio), Cappello d’acciaio (Reinella), Pizzo agnello (Cda Canzirotta)… o forse una suggestiva discesa dantesca nei gironi “infernali” di Gorgo di sale (dintorni di Cda Mappa), Gorgazzo e Omo morto ( Cda Manca) Gorgate (Cda Valle), Malpertugio e Malupirtusillu (a est di Mandra di piano), Fosse (Cda Soria), Valle del lupo (Cda Castelluccio), Selvaggia (Cda Calabue), Mandra nera, Mandra rossa, Fimmina morta (C.da Polizzello), Testacotta (sotto Cda Manca), Fiume della morte (Cda Mandrigli)… o nei gironi del “paradiso” di Quarto di rose, San Cono (Cda Polizzello), Sanfrangiore, San Giacomo, San Giovannello  (a nord-est delle Cde Scala e Canzirotta), Portella del paradiso (Cda Calabue), San Vito, Santissimo (Cda Quadìa)

Ultimamente, facendo qualche ricerca, ho scoperto, nell’archivio di Stato di Palermo,  una mappa colorata a tempera con i confini, ad inchiostro di china, dei feudi di Mussomeli, redatta dall’agrimensore Francesco Vaccaro attorno al 1830, e che si pubblica qui accanto. Ho inserito nella  mappa in caratteri bianchi, per favorirne  meglio la visione, i nomi dei feudi e l’antica estensione in salme, così come riportato nella legenda in basso dell’agrimensore Vaccaro, incaricato a suo tempo dai notabili della monarchia borbonica.

La pianta topografica, che sembra più precisa nei confini e più professionale, differisce da quella elaborata  dall’amministratore Pietro Giacona nel 1828 per conto del Principe Lanza di Trabia ( e che qui si ripubblica, con i dati rilevabili in salme, per un totale di circa 4750, che corrisponde più o meno all’attuale estensione del territorio di Mussomeli, cioè quasi 170 kmq), sia per le estensioni dei vari feudi, molto più grandi per un totale di 10584 salme (forse un po’ troppe! anche se vi era calcolato tutto Rabbione, il totale di Scala, che passerà successivamente in parte a Marianopoli, e forse quello di Canzirotta,  di cui qualche pezzo è finito a San Cataldo), ed in parte anche per la geografia dei vari confini di ogni feudo. Inoltre, il Giacona inserisce nella cartina (probabilmente si tratta di una bozza  sui generis di quella del Vaccaro o di altri) il feudo Indovinella di 109 salme, tra Mandrigli e Mandra di cuti, oltre al feudo Salina (245 salme), che passerà in quegli anni al Comune di Acquaviva Platani, mentre il Vaccaro nell’escludere completamente Indovinella dalla sua mappa, vi inserisce Raffi (120 salme) e Rabbione  ( di ben 832 salme), un grosso feudo che entrerà a far parte, di lì a qualche anno, del territorio di Serradifalco. Nella mappa del Vaccaro vi sono inoltre altri interessantissimi dati geografici riguardanti i fiumi, le vie di comunicazione ed i comuni confinanti.

         Nella pianta in corrispondenza del feudo Comuni di 400 salme (in quella del Giacona sono 310) vi è abbozzato l’abitato di Mussomeli in cui si intravede il campanile della Madrice, mentre nello spazio Borgitello si scorge in alto, sotto al numero 47, il disegno accennato del Castello, con la dicitura, trascritta nella Legenda in basso, Castello così detto di Manfredonia.  Quello che incuriosisce maggiormente è l’assenza nelle due piante topografiche del grosso feudo Mappa (esteso da 350 a circa 767 ettari dopo l’acquisizione, nel 1962 di altre terre di Gorgo di sale,), ubicato tra Garzizetti, Edera, Mandra di Piano, Malpertugio e Gorgo di sale.  E’ probabile che l’ex feudo Mappa, terra buona e profumata, e conigli e pernici e fagiani in abbondanza in mezzo a una campagna selvaggia”, come ha scritto un giornalista di cui non ricordo il nome, appartenente al principe di Spatafora, apparentato con i Lanza Trabia, si sia formata nei decenni, forse tra la fine del 700 e gli inizi dell’800, con quella sottratta progressivamente ai cinque ex feudi sopra citati.

      La costruzione della bella ed imponente masseria degli Spatafora a Mappa,  da qualche decennio adattata ad agriturismo, fu iniziata, come riporta MarioCassetti nel tomo A dei due interessantissimi e riccamente illustrati volumi de “Le Masserie”, edito nel 2001 dalla provincia di Caltanissetta, fu iniziata verso la fine dell’ottocento dal principe Pietro di Spatafora e condotta a termine dal fratello Michele Gutierrez   (che sarà sottosegretario al Ministero dell’agricoltura,  nel 1943, durante il regime fascista e, poi, aderirà alla Repubblica Sociale Italiana. Arrestato e detenuto a Regina Coeli dopo la fine della guerra, sarà rilasciato su intervento di re Umberto II il 5 giugno 1946).  Il caseggiato in pietra bianca di Comiso, che è stato costruito a 572 metri s.l.m., su un fianco del monte Castellaccio (673 metri), domina un panorama mozzafiato sulla vallata del fiume Belici, tra Mandra di Piano e Gorgo di sale. Sulla chiave di volta del portale  di ingresso campeggia lo stemma degli Spatafora (un braccio con la spada). All’interno, oltre al grande patio dal pavimento acciottolato  chiuso da fabbricati, una volta destinati a stalle, fienili e magazzini,  la casina signorile posta su un piano rialzato con una piccola scalinata. Nelle grandi stanze, ora utilizzate come camere d’albergo, come scrive Mario Cassetti, resta solo qualche traccia dell’antico splendore d Duca di Spatafora, in particolare il ricordo dello studio arredato con mobili d’epoca su cui troneggiavano animali esotici imbalsamati. Sulla chiave della volta a crociera del salone centrale era segnata la data del 1861. Infine, da rilevare la presenza dell’immancabile cappella costruita fuori dal caseggiato, su un vicino rialzo a nord est, e dedicata al beato Domenico Spatafora. All’interno della chiesetta, sempre in pietra bianca, con un campanile a vela, non rimane quasi più niente degli antichi arredi. Lo stesso si può dire di un piccolo parco in cui, secondo Cassetti, vi erano delle vasche con fontane e giochi d’acqua (!!), gazebi e torri merlate…

 

 

Salvatore Vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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