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Archivio | Cultura

 

Stasera alle 21 nella piazza Garibaldi di Marianopoli “San Giovanni Decollato”

Stasera alle 21 nella piazza Garibaldi di Marianopoli “San Giovanni Decollato”

MARIANOPOLI – Questa sera, alle 21, in piazza Garibaldi a Marianopoli una commedia dalle crasse risate: “San Giovanni Decollato” di Nino Martoglio con la quale l’esordiente compagnia teatrale di Marianopoli allieterà una delle serate dell’estate manchese, dopo il successo ottenuto la scorsa estate con la rappresentazione “Si cunta, si canta e si rappresenta”, spettacolo di tradizioni popolari siciliane scritto da Salvatore Montagna.

La commedia ha per protagonista mastro Austino che chiede continuamente a San Giovanni Battista di zittire una volta per tutte sua moglia Lona, una lavandaia che lo opprime opponendosi ad ogni sua minima decisione. C’è poi la classica situazione a tre con Serafina, la figlia di mastro Austino, promessa sposa di un lampionaio ma il cui amore non è corrisposto da Serafina che, infatti, è innamorata segretamente di Ciccino, un giovane studente di medicina. Molto presto l’amore segreto viene “sgamato” costringendo i giovani a fare ricorso alla “fuitina siciliana”.

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Reliquia di S. Antonio Abate accolta a Milena per la festa del 13 agosto

Reliquia di S. Antonio Abate accolta a Milena per la festa del 13 agosto

MILENA – Domenica 13 agosto sarà celebrata a Milena l’antica festa di Sant’Antonio Abate. L’evento attira ogni anno numerosi fedeli provenienti da molti comuni del circondario e, anche quest’anno, per il decimo anno consecutivo, sarà riproposto in chiave storico—tradizionale. Quest’anno le attenzioni sono dedicate al Decennale del Comitato! Per l’ occasione sarà accolta a Milena una preziosa reliquia di S. Antonio Abate: si tratta di un frammento osseo incastonato in un reliquiario che renderà memorabile e storica questa edizione con la presenza del protagonista. In questo modo Milena si candida ad essere il capoluogo del culto a S.Antonio Abate nel Vallone e nell’ intera provincia nissena.

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Nell’ ambito della giornata della Cultura visita guidata al museo archeologico di Marianopoli

Nell’ ambito della giornata della Cultura visita guidata al museo archeologico di Marianopoli

MARIANOPOLI – Nell’ambito della manifestazione “Notti di Sicilia”, stasera alle 22,00, visita guidata al Museo archeologico di Marianopoli.

L’appuntamento è presso il Museo Archeologico, in Viale Regione Siciliana, 7. L’iniziativa è organizzata da BCsicilia – Per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, in collaborazione con ATC a Guardie Sikane. Per informazioni: Tel. 091.8112571 – 339.5921182. email: info@associazionecheviaggia.it., facebook: Atc l’associazionecheviaggia. Twitter: Atc TurismoeCultura.

Il Museo è allestito nel nuovo Palazzo della Cultura “Sikania” ed è intitolato ai fratelli Ludovico e Francesco Landolina, archeologici e numismatici che vissero a Marianopoli. La civiltà del territorio di Marianopoli, dalla preistoria all’età ellenistica, è riccamente documentata, con particolare riferimento ai due siti archeologici di Monte Castellazzo e Balate-Valle Oscura.

La manifestazione è inserita nella locale 5^ Giornata  della Cultura. La visita sarà guidata dal prof. Carmelo Montagna, saluto del sindaco Salvatore Noto e dell’assessore alla cultura M. Antonietta Vullo.

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Tra cultura e tradizione prosegue il calendario di eventi dell’estate suterese

Tra cultura e tradizione prosegue il calendario di eventi dell’estate suterese

SUTERA – Prosegue a spron battuto il fitto calendario di eventi dell’estate suterese. Stasera alle 22 in piazza Zucchetto ci saranno The Bleach, domani dalle 19 parata della fanfara dei Bersaglieri e concerto in piazza Sant’Agata. L’estate all’insegna della tradizione, religione, spettacolo cultura e sport ha, ancora, in programma la giornata con i suteresi nel mondo, eventi presso il museo etnoantropologico e presentazioni di libri. Giovedì è prevista una escursione nell miniere di zolfo “San Paolino”. Essendo a numero chiuso – max 18 persone – prenotare chiamando 331 6976965. Venerdi alle 21.30 il Rabato abbraccia il mondo attraverso una manifestazione in piazza Madrice. Lunedi 14 in serata tutti invitati ad aspettare il Ferragosto, presso il campo sportivo, con musica e altro divertimento

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Stasera a Marianopoli Miss 5 Valli, mentre proseguono gli eventi dell’estate 2017

Stasera a Marianopoli Miss 5 Valli, mentre proseguono gli eventi dell’estate 2017

MARIANOPOLI – Stasera alle 21 in piazza Garibaldi a Marianopoli “Miss 5 Valli”. Prenderanno parte all’ evento le ragazze delle 5 Valli. Ospite della serata sarà Asia Martina Galvagno, Miss Kia e finalista Miss Italia.

Prosegue, intanto, senza sosta, il fitto calendario di eventi dell’estate Marianopoli 2017 a cura dell’amministrazione comunale. Ce ne è per tutti i gusti, il 5 agosto Zecchino d’oro mentre, il 7 agosto, si celebrerà la quinta giornata della cultura con visite in biblioteca, mostre di fotografia, opere di ceramica, pittura, chitarra, musica popolare e visite al museo archeologico. Seguirà, l’8, il carnevale estivo con carri allegorici per le vie del paese che sarà replicato giorno 10 e, ancora, lo spettacolo “artisti per Marianopoli”.

Per proseguire con  serate danzanti, commedie e chiudere, il 12 agosto, con lo show musicale e il cabaret di Massimo Spata, contestualmente alla premiazione dei vincitori del torneo di calcetto, iniziato il 2o luglio.

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“Garzizetti”: la valle del sale (a cura del Prof.Salvatore Vaccaro)

“Garzizetti”: la valle del sale (a cura del Prof.Salvatore Vaccaro)

Insieme ai nostri lettori, in queste ultime settimane, abbiamo fatto una bella passeggiata, anche mentale, tra i sentieri e le trazzere secolari delle antiche terre di Mussomeli “lungo i costoni delle montagnole e, con davanti a nostri occhi l’ampio panorama di colline e vallate, dorate dal grano maturo e appena chiazzate da macchie verdi di olivi o di fichi, e, al lontano orizzonte, le alte montagne, azzurre come il cielo nel quale si fondono…pervasi, come scriveva Louise Hamilton nel suo libro di 120 anni fa, da una sensazione di profondo benessere…”. Guardando la piantina degli ex feudi elaborata da Pietro Giacona nel 1828, è come se avessimo fatto il giro partendo da Polizzello a est, per poi scendere verso sud sud-est, con Scala, Canzirotta, Malpertugio, Sampria, Crocifia, Buonanotte, Torretta, Reina, Mustulicatu (Raffe), e poi verso ovest sud-ovest con Cangioli-Quadìa e Caccione (zona Sutera). Qui, faremo, invece, una breve escursione al centro della vecchia Contea di Mussomeli, a Garzizetti di cui fanno parte le contrade Testacotta, Zubbieddu, Piscazzu, Rainieri, ed in parte Mappa, di cui parleremo prossimamente.

Garzizetti, (277 salme di terra e 168 abitanti (!!) come risulta dal censimento del 1921) trae origine dall’arabo. G. Giunta, nella sua Storia di Bompensiere, sostiene che derivi da Uarzazate, una tribù berbera. Io propendo, invece, per Gar-aziz-ued, che potrebbe significare fiume o valle di garaziz, nomi comunissimi ancora oggi nei paesi arabi, oppure fiume o valle (ued) della grotta (gar) rinomata (aziz). C’è pure una piccola città a nord della Tunisia che si chiama Ghar El Melh (cioè grotta del sale). A proposito di grotta, non tutti sanno che nell’ex feudo Garzizetti vi era una salina, cioè una miniera di sale, da cui tutti i nostri progenitori, probabilmente fino agli anni cinquanta del secolo scorso, cavavano, gratuitamente, sale di uso alimentare per sé e per la propria famiglia. Da un’ordinanza dell’Intendenza di Caltanissetta del 29 aprile 1844, a firma del barone di Rigilifi e del segretario Giuseppe Tumminelli, a definizione della contesa tra il principe Lanza di Trabia, rappresentato da Francesco Tumminelli, ed il Comune di Mussomeli, rappresentato dall’illustre valentissimo procuratore Filippo Cordova, dopo l’ispezione disposta il precedente 16 agosto, e dopo aver preso visione delle perizie e della pianta topografica redatte dall’ingegnere Diego Giordano e dal professore Gaetano Piazza, nonché “aver constatato che il cavar sale è un ramo della principale industria dei mussomelesi, che oltre ad usar il sale per i propri bisogni ne fanno anche spaccio nei paesi convicini (!!), si ordinava che si assegnasse la salina alla Comune di Mussomeli in quanto più vantaggiosa del compenso in terre e si condannasse l’ex feudatario Principe di Trabia alle spese (!!).

     Nell’ordinanza si faceva cenno anche al fatto che la perizia dell’ing. Giordano dimostrava che circa un terzo dell’ex feudo, in particolare la zona ad ovest, fosse sparsa di sale e che le acque che qui vi sgorgavano fossero tutte salse (salate), ma la decisione finale dell’Intendenza faceva rimarcare che il sale delle altre zone non era “atto all’uso di condir le vivande visto che i comunisti di Mussomeli si recano nel punto più distante dall’abitato ove si estirpa il sale, locchè (!) mostra che solo di quello possono far uso e ritrarre vantaggio”. Di questa ordinanza parla anche il Sorge nelle sue Cronache, per gli anni 1843 e 1844, riferendo che vi era stata, prima dell’ordinanza definitiva, la proposta del Dottor Caracciolo che tendeva, come indennizzo della miniera di sale, a far distaccare a favore del nostro Comune una metà dell’ex feudo Garzizetti, “ma alla maggior parte dei mussomelesi del tempo conveniva piuttosto godere tutti liberamente del sale di Garzizetti che far godere a pochi la metà delle terre del feudo”, per cui la Decuria di Mussomeli preferì chiedere, come poi fu definitivamente deciso dall’Intendenza, “la conservazione dell’uso del sale, anziché ottenere un compenso di terre”. Ma l’ordinanza del 1843, se da una parte dichiarava la demanialità della salina ad uso dei mussomelesi, rigettava, però, tutte le rimanenti richieste del Comune sugli usi civici relativi agli altri ex feudi, lasciando integri a favore della popolazione solo gli usi incompensabili, quali il pescare nel fiume, far gesso, cogliere erbe, raccogliere lumache, ecc.

         Vorrei riportare, qui, la descrizione della miniera che fece “Nel giardino della memoria”, libro pubblicato nel 1992, Michele Vaccaro, nato nel 1911, straordinario poeta (con Poesie inedite del 1986, la Storia siciliana – Poemetto giullaresco del 1987, La gobba degli altri del 1988, Luci ed ombre del 1989, Lucciole del 1991, ecc.) e generale dei carabinieri, deceduto nel 2011, a cento anni di età. Il racconto si riferisce a circa 50/60 anni fa, quando, insieme ad alcuni familiari, fece una visita alla salina di Garzizetti: “All’ingresso della miniera c’era un grande rudimentale cancello fatto di assi di legno e filo spinato… La miniera era incustodita e inattiva… Era un’immensa grotta che si inoltrava su piano orizzontale nelle viscere della terra per oltre cinquanta metri, larga quindici ed alta dieci. Nel cielo e nelle pareti quasi circolari, si notavano strati di terra che si alternavano ad altri di minerale di diverso colore, varianti dal bianco candido al rosa pallido. Sul pavimento a fondo naturale rigagnoli di acqua salata che appena all’aperto si solidificava in parte trasformandosi in cristalli di sale bianchissimo e in parte, rimanendo allo stato liquido, si riversava in un vicino torrente fino a raggiungere il fiume Salito… Il Nonno ci spiegò che la miniera era rimasta attiva per secoli e che era stata chiusa soltanto negli anni cinquanta, perché non più remunerativa…”.

In Contrada Garzizetti, alla confluenza del fiume Belici con il fiume Salito,  a 272 metri di altezza, vi è ancora, come descritto nel II volume “Le Masserie” di Mario Cassetti, un’antica tenuta riadattata, e più recentemente ristrutturata, su un preesistente casamento, dalla famiglia Mancuso nella seconda metà dell’800. Il caseggiato rurale s’incardina intorno al patio centrale, delimitato su tre lati da edifici ad un piano e su un’altra ala da una costruzione a due piani.  Ai piedi della collina, proprio sotto la masseria dei Mancuso, l’accesso alla salina, meglio conosciuta come la miniera di Raineri  (nome che deriva  quasi certamente da riinedda (reinella), la contrada limitrofa, al di là del fiume Salito, è crollato (!!). E’ un ammasso di rovine e non vi si può entrare più. Come riportato dal Giornale Sicano del 30 marzo 2012: la miniera di Raineri è tra quelle, indicate dall’Arpa, ad alto rischio, dove negli anni passati potrebbero essere state interrate tonnellate di rifiuti tossici se non addirittura radioattivi… una miniera, distante in linea d’aria pochi chilometri dalla ben più nota miniera Bosco di Serradifalco, e di cui si parla poco o niente. La miniera non ha lasciato quasi nulla nella memoria storica dei mussomelesi tant’è che i più ignorano la sua ubicazione e perfino la sua stessa esistenza. E proprio qui pochi anni addietro, nel febbraio del 2008, si registrò un inquietante caso, documentato con foto dal geologo della Protezione Civile provinciale dott. Salvatore Saia, che notò sul terreno una grande orma a forma di stella (?!). L’orma si stagliava nitida sul fango a pochi centimetri dal lucore del sale. L’orma era stata impressa con forza tant’è che era traboccante di pioggia e, cosa assai strana, tutt’attorno non c’erano altre orme, né di uomini né di bestie… Da decenni le 800 miniere e cave siciliane sono state abbandonate, ma di quello che le ecomafie potrebbero avere sepolto là sotto, è buio pesto (!!). Di tanto in tanto il velo di silenzio che avvolge le miniere e le cave viene squarciato, ma ben presto l’oblio torna a cadere sul contenuto sepolto nelle viscere della terra…”.

Salvatore Vaccaro

La masseria Raineri

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Il giallo Bongiorno e la guaritrice di Caccione ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Il giallo Bongiorno e la guaritrice di Caccione ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Ventisette anni fa con i miei familiari ed un gruppo di amici, dopo una bellissima scampagnata in zona Quadia, decidemmo di salire sulla montagna di Caccione, alta sui 750 metri, e da cui, guardando verso sud, si tocca quasi con mano la incantevole rocca di San Paolino di Sutera. Era un fresco pomeriggio di primavera inoltrata e si sentiva nell’aria qualcosa di magico ed inspiegabile. Le pecore del signor Territo, incuranti della nostra presenza, pascolavano beatamente sulla piana della montagna, mentre noi, andando in giro nei dintorni a curiosare tra gli alberi e le piante, fummo attratti da una vecchia grande bianca casa dalle porte spalancate, la casa di “mamma Cruci”.

Dentro, in un’atmosfera quasi surreale, tutto era ancora in ordine, come se, da un momento all’altro, dovesse tornare la guaritrice di Caccione. Le suppellettili stavano sul vano della cucina, sui tavoli e le vecchie sedie, e i quadri dei santi erano ancora appesi sui muri. Non ricordo se ci fosse anche il quadro del Cuore di Gesù, davanti al quale, mi dissero, lei andava in estasi, per implorare la guarigione di chi si recava a trovarla.

Ci racconta Gero Di Francesco, su un numero di Progetto Vallone dell’ottobre 2000, mamma Cruci, all’anagrafe Crocifissa Costanzo, era di Mussomeli, dov’era nata il 23 aprile 1852. Suo padre si chiamava Pasquale e sua madre Sorce Maria. Nel 1911, lascia Mussomeli e va ad abitare a Sutera, nei pressi di Piazza Sant’Agata, dal fratello Giuseppe che aveva sposato una suterese, Rosa Vitellaro. Ben presto, però, l’arciprete Giuseppe Nicastro, il sindaco Salvatore Castelli e il medico Antonino Vaccaro, forse gelosi delle sue qualità taumaturgiche (?) e infastiditi dalla presenza della mistica, meta quotidiana di tante persone disperate, verso le quali lei aveva sempre una parola di conforto e un rimedio per ogni malattia, brigarono per mandarla via e, così, fu costretta ad autoesiliarsi sulla montagna di Caccione, nella casa che aveva ereditato da suo padre Pasquale, e dove vivrà gli ultimi 16 anni, fino al 22 settembre 1928, anno della sua morte, tra le migliaia di visite di persone malate alle quali, mi dicevano alcuni anziani di 30 anni fa, mamma Cruci, come la chiamavano per affetto e deferenza i mussomelesi e suteresi del suo tempo, non chiedeva mai soldi, ma solo preghiere ed implorazioni al Cuore di Gesù ed a San Paolino. Insieme a lei, Bastiana, la cognata, a prestar fede a quanto riportato dal romanzo, pubblicato nel 1981, “Nel segno del miracolo” di Kalino Tavanja (alias ing. Calogero Nucera) di Mussomeli, cugino dell’avvocato Vincenzo Nucera, e stampato da una tipografia di Vibo Valentia, dove lui risiedeva da tempo per lavoro.

Il Tavanja Nucera, dalle pagine del suo romanzo, anticipa di un anno la sua venuta a Sutera (1910) e ci narra chela donna, di estrazione pastoriziale (!?), ma agiata, rimasta vedova in giovane età e senza figli (dagli atti di nascita e morte risulta invece nubile!), viveva in ascesi, assistita sempre dalla nubile cognata Bastiana. Appena toccati i cinquant’anni, avvertì che possedeva un fluido prodigioso che le conferiva il potere di stagliare il fuoco di Sant’Antonio, il ballo di San Vito (!?), la tenie e i vermi fuseragnoli (!?); per cui ella veniva frequentata da bisognosi paesani di ogni estrazione sociale”.

Nel romanzo, ma credo si tratti di pura fantasia, si parla anche della guarigione di Gabriele D’Annunzio e Matilde Serao (Matilda Sarago nel romanzo) che, in dialetto napoletano, le esponeva così i suoi guai “Donna Crucifì, sono nguaiata assaie: rinda o cuollo ddu rette me c’è cresciute nu fasulu e carne; e nu ve ddico du ddulure che spesso me fa sentì. Pe tantu tiempu me rivorsi a San Gennaru, ma chillo llà no me ntise mai…”(!!). Un’altra simpatica annotazione è quella fatta da Di Francesco, riportata da un articolo de La forbice, in cui il prof. Calogero Sinatra, riferendosi alla calca di persone ed animali che si creava nei pressi dell’abitazione di mamma Cruci, ironizzava sulle liti tra vicine di casa per fare incetta di fumere, l’ottimo sterco dei muli per concimare, lasciato in gran quantità nella piazza Sant’Agata.

L’ex feudo Caccione, 624 ettari , (per G. Giunta deriva dall’arabo hat ciun = territorio arido), confinante con Cangioli e Quadia, si trova a pochi chilometri da Mussomeli, in territorio di Sutera, ma buona parte delle sue terre appartiene a cittadini di Mussomeli. Sulla base delle informazioni reperite nella Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di De Spucches, questo latifondo, che dominava, con la sua posizione strategica e dall’alto dei suoi 750 metri, i feudi circostanti ed era dirimpettaio della città demaniale di Sutera, fu assegnato anticamente, verso il 1350, da Federico III re di Sicilia al milite Giovanni de lo Haria, per passare nei decenni successivi, nel 1425, tralasciando altri illustri sconosciuti, ad Antonino Spatafora De Castellis ed ai suoi eredi, che, nel 1649, con Francesco Spatafora Sanseverino, lo vendettero al facoltoso Pompeo Salamone, e da lui ai suoi discendenti, tra cui, nel 1706, Pompeo Salamone Notarbartolo Moncada, e, nel 1755, Paolo Crescimanno, Duca di Albafiorita e signore di Caccione e barone di Pietrevive, una contrada ad sud-est di Caccione, in cui è ubicato un noto agriturismo. (Notare anche l’aura poetica dei titoli nobiliari della signoria di Caccione: Duca di Albafiorita, barone di Pietrevive). Per ultimo, Gaetano Crescimanno, che sposò la figlia di Francesco del barone di Donnafugata e di Donna Vincenza De Spucches e i cui successori saranno titolari dell’ex feudo fino al 1919.

Sarà la volta, poi, di Michelangelo Bongiorno e famiglia, che, provenienti da Comitini, come scrive Di Francesco su Castelloincantato del 2 marzo 2014, presero possesso delle terre di Caccione fin dalla seconda metà dell’800, forse dapprima come gabelloti o affittuari, e poi nei primi anni del 900 come proprietari, e che andranno ad abitare nella masseria Sant’Antonio, rimessa a nuovo, ubicata ad ovest ed ai piedi della montagna, a 479 metri di altezza, l’antica tenuta del 700 degli Spatafora e dei Crescimanno. Il caseggiato, come scrive Mario Cassetti ne “Le masserie”, edito nel 2001 a cura della provincia di Caltanissetta, presenta un’interessante aggregazione compositiva che ricorda una torre di avvistamento, (come nelle masserie fortificate dell’800). Nel patio si apre un grande portone centrale, ed in fondo l’edificio è sormontato da una elegante balaustra traforata. Sul retro, una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, accostata ad alcuni bassi casamenti e poi, più in là, una stradina che porta ad una grande vasca con dei lavatoi. Tra i Bongiorno salirà alla ribalta delle cronache giornalistiche degli anni 20, Gaetano, sindaco di Campofranco e presidente della provincia, per essere stato tratto agli arresti nel carcere di Mussomeli, e poi in quello di Agrigento, dove morirà nel 1932, come probabile mandante dell’assassinio mafioso di Desiderio Sorce, Testa di ferro, ex sindaco di Mussomeli, avvenuto l’11 maggio del 1913. Un altro Bongiorno, Michelangelo, figlio di Gaetano, sarebbe il padre di Mike Bongiorno (!?), il noto presentatore televisivo deceduto qualche anno fa. Si dice che Michelangelo avesse una relazione con Rosa Romano, la concubina del padre, e che da questo rapporto nascesse, il 31 dicembre 1924, un bambino che, insieme a sua madre Rosa, il padre Gaetano costrinse ad emigrare in America, e dove lei, poi, gli darà il nome e cognome di suo padre: Mike Bongiorno.

Come dice Di Francesco, una storia assurda! “Ma ai cittadini di Campofranco e Sutera, che qualche anno fa assistettero al Canta Mike, non sembrò per niente strano che lo stesso Mike ribadisse la sua appartenenza a queste contrade… e neppure che ci fosse una certa somiglianza…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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“La ragnatela del potere”, a Vallelunga si presenta il nuovo volume di Tatano

“La ragnatela del potere”, a Vallelunga si presenta il nuovo volume di Tatano

VALLELUNGA – Lo scrittore e giornalista villalbese Jim Tatano presenta il suo nuovo libro. L’appuntamento domani a partire dalle sei e mezzo del pomeriggio, è in programma a Villalba, al centro polifunzionale.

“La ragnatela del potere” è il suo ultimo lavoro già presentato in un tour letterario per la Sicilia che prevede  diverse tappe.

Durante la presentazione, a cura del Comune, al fianco dell’autore vi saranno anche il sindaco Tommaso Pelagalli e all’assessore ai Beni Culturali, Rosa Maria Izzo.

« Il romanzo – è stato spiegato –  è un thriller dalla trama misteriosa e molto coinvolgente, ricco di spunti di riflessione come il reale volto del potere, rete spionistiche, società civile, società segrete e rapporti tra élite di potere, e molto altro».

E la critica ha osservato come «la scrittura incalzante e densa di Tatano accompagna cadenzatamente tutto il racconto ed è in grado di costruire l’immaginifico sul reale, non dimenticando mai di intrecciare il personale e il politico, pezzi di storia d’Italia avvolti ancora da troppi misteri con l’ansia di rivolta e riscatto, e ancora brandelli di memoria e di vissuto tragico o comunque borderline, con denunce e ritratti a tinte fosche della realtà quotidiana».

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Omaggio al filosofo nisseno, nasce l’associazione culturale Rosario Assunto

Omaggio al filosofo nisseno, nasce l’associazione culturale Rosario Assunto

CALTANISSETTA – Nasce l’associazione culturale Rosario Assunto. Prende vita nella sua Caltanissetta dove il filosofo è nato e ha studiato. E l’iniziativa, non a caso, parte proprio dallo stesso istituto scolastico che lo ha formato in età giovanile, il “Ruggero Settimo” di Caltanissetta.

La città non può continuare ad ignorare la grande figura del filosofo Rosario Assunto”, è la motivazione semplice, ambiziosa e soprattutto etica che ha ispirato l’evento in programma per mercoledì 28 giugno alle 17,30 nello stesso liceo nisseno.

Assunto, nato a Caltanissetta nel 1915 e deceduto a Roma nel gennaio 1994, è stato autore di decine di opere.

Come nisseni che operiamo nel settore della cultura, dell’arte e dell’ambiente – ha osservato il docente Salvatore Farina che è l’anima di questo progetto – abbiamo una responsabilità in più rispetto al cittadino medio. La prima azione da fare per cercare di rimediare a questa gravissima lacuna è quella di costituire l’Associazione Culturale “Rosario Assunto”.

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Il giallo del barone di Torretta… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Il giallo del barone di Torretta… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Più di cento anni fa, Louise Hamilton sposata Caico, in una delle tante escursioni che fece nel suo soggiorno a Montedoro, dal 1897 al 1913, volendo andare a trovare la tenuta del barone di Torretta, scriveva  nel suo “Sicilian ways and days”, pubblicato nel 1910 e tradotto  in italiano nel 1983, a cura dell’amministrazione comunale di Montedoro, in “Vicende e costumi siciliani”, una delle tante bellissime pagine sulle aree interne del  nostro territorio: “Lasciato il villaggio, cavalcavo pervasa da una sensazione di profondo benessere che mi riconciliava con la vita… La strada per Torretta serpeggiava lungo il costone  di una collina e, cammin facendo, si apriva ai nostri occhi l’ampio panorama di colline e vallate, dorate dal grano maturo e appena chiazzate da macchie verdi di olivi o di fichi, e, al lontano orizzonte, si profilavano le alte montagne, azzurre come il cielo nel quale si fondevano… Mentre ci dirigevamo verso la fattoria dell’immenso feudo, chiesi notizie sul barone di Torretta… A frasi mozze, i  miei accompagnatori mi lasciarono intendere che…si era legato a gruppi di banditi e, che era stato arrestato per la scomparsa di alcuni infelici cacciatori, e poi prosciolto per mancanze di prove…”.

         Qui, in queste pagine, di cui ho trascritto alcuni stralci, più che un diario, quello della Hamilton sembra un romanzo giallo, in cui non mancano i lati oscuri di una vicenda che resta un mistero, in quanto, avendo dato un’occhiata all’elenco delle case nobiliari di Sicilia e ai proprietari degli ex feudi di Mussomeli, non è mai esistito un barone dell’ex feudo di Torretta, che, come detto nel precedente articolo, fu venduto dal Principe Pietro Lanza di Scalea a Salvatore Volpe nel 1931, anche se la figlia Pierina mi dice che,  già a 6 anni, e cioè nel 1926, suo padre l’aveva portata per la prima volta nella masseria di Torretta. Le pagine di questa storia del barone assassino, che è il penultimo capitolo del libro di Louise Hamilton, diventata anche un romanzo, “Il barone di Torretta”, scritto, nel 1997, nelle edizioni Lussografica, da Federico Messana, residente a Milano, vengono, però, straordinariamente inframmezzate da idilliache descrizioni della nostra terra, quasi a voler rimarcare il contrasto tra la violenza del barone assassino di quel tempo con la pace e la bellezza della nostra terra: “Nessuna altra costruzione rompeva la solitudine del paesaggio attorno alla casa bianca, alta sulla distesa di nuda, arida terra che scendeva giù fino a valle dove, nella chiara luce, si intravedeva un nastro d’acqua… Dalla cima ventilata della collina, la vista che si stendeva fino a Girgenti e al mare era davvero stupenda, nella gran pace di quel pomeriggio d’estate che attardava la sua luce evanescente sui pendii e le vallate. Regnavano tutt’intorno il silenzio e la calma e avevo dimenticato i sinistri racconti sul padrone di Torretta, mentre proprio lui, in persona, mi stava accanto indicandomi questo o quel monte, quel villaggio. A farmi ricordare dov’ero bastò il boschetto di cipressi su cui caddero i miei occhi, durante il ritorno a casa…”.

         Come ho già accennato sopra, una cosa è certa: non è mai esistita una baronia o signoria di Torretta. Sia nella “Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni (1924)” di Francesco San Martino de Spucches, che nella Storia di Mussomeli del Sorge ed in altri documenti non c’è alcuna menzione di titolo nobiliare per l’ex feudo Torretta. In una ordinanza emessa, il 16 agosto 1843, dall’Intendente di Caltanissetta Barone di Rigilifi, a seguito di controversia sugli usi promiscui, sorta tra il nostro Comune e il principe Trabia, si fa l’elenco di tutti gli ex feudi di Mussomeli, compreso Torretta, che appartengono al Principe Trabia. Solo l’ex feudo Scala è di proprietà del Barone Beniamino Ingham come quello di Raffi (o Mustulicatu) che è della baronessa Isabella Ayala in Scozzaro. In quel periodo erano molte le controversie tra i signori degli ex feudi ed i nuovi comuni sorti dalla loro abolizione nel 1812. Il 29 aprile del 1844,  infatti, a proposito di Mussomeli, l’Intendente di Caltanissetta, a chiusura del dibattimento sugli usi promiscui tra il Comune e i rappresentanti del principe Trabia, rigettando altre richieste sui rimanenti feudi  “Ritenuto che non sorge alcun dubio aver gli abitanti di Mussomeli sempre estratto sale dalla miniera di Garzizzetti, ciò che nemmeno contradice l’ex barone nelle ragioni addotte in questa controversia….Dichiara essere demanio all’uso dei comunisti di Mussomeli la salina dell’ex feudo Garzizetti che resta nella parte meridionale dell’ex feudo…Ordina che gli abitanti di Mussomeli ritenendo in proprietà la salina accennata, continuino ad estirpar sale nel modo che àn sinor praticato. Le spese a carico dell’ex barone, l’esecuzione a cura del sindaco.”

Ma se il barone di Torretta non esisteva perché, allora, la Hamilton Caico fece il suo nome? Da quello che mi ha riferito l’amico Calogero Messana, pare che il vero barone, quello delinquente ed assassino, doveva essere il barone di Villanova  (probabilmente il padrone della masseria Bellanova/Villanuova, ancora esistente, a pochi chilometri a sud est di Torretta, in zona Racalmuto), in rapporti di amicizia o parentela con i Caico di Montedoro, per cui la nostra scrittrice irlandese, sposata con Eugenio Caico, decise di sviare l’attenzione e di ispirarsi, per il suo vero barone criminale, a cui aveva fatto visita in una delle sue escursioni, ad un immaginario barone di Torretta, “i cui modi erano così gentili e disinvolti che uno spettatore avrebbe pensato che certamente egli mi riteneva all’oscuro di tutto ciò che  lo riguardava, mentre proprio al contrario, il barone, non solo era certo che mi avessero raccontato tutto sul suo conto, ma supponeva che io avessi fatto tutta quella strada per pura curiosità, per poter vedere com’era fatto. E indovinava”.

Ma al di là di questo giallo, dai contorni ancora oggi misteriosi, il diario di Louise Hamilton Caico è un vero resoconto documentale e fotografico di oltre cento anni fa, un periodo di sofferenza e di dolore per le classi contadine, all’alba di un nuovo secolo, il 900, in cui a fatica, dopo  oltre 40 anni, al prezzo di due guerre mondiali e milioni di morti, sarebbero stati conquistati, anche per il desolato entroterra siciliano, quei diritti sacrosanti, sanciti dalla nostra Costituzione italiana nel dicembre 1947, che sono il diritto al lavoro, al suffragio universale, alla dignità umana… Ma il libro della Caico non è solo descrizione, ma è, in alcune pagine, pura poesia… un inno alla vita, alla natura rigogliosa della nostra terra… “La folla di uomini e bambini ascoltava attentamente come in trance (un dialogo improvvisato tra due poveri diavoli di Montedoro, uno spazzino ed un mietitore, in rima metrica e in dialetto siciliano, sulla misericordia divina, San Giuseppe, ecc.)… quella scena che pittoricamente sembrava un quadro di vita medioevale, al centro della piazza circondata dalle bianche casette, nella dolce luce di quella sera d’estate. Questo scorcio di sapore arcaico disciolse le tetre sensazioni che mi erano rimaste addosso  dalla mia visita al barone di Torretta… La notte era scesa piazzando una grande stella proprio sul campanile della chiesa, i mietitori si erano sistemati per dormire negli angoli più riparati della piazza, alcuni minatori, dopo la giornata di lavoro e il frugale pasto della sera, passeggiavano su e giù chiacchierando a bassa voce…”

 

 

 

Salvatore Vaccaro

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