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TEATRO A MONTEDORO: In scena Giufà

TEATRO A MONTEDORO: In scena Giufà

Giufà, personaggio ponte che ha attraversato il tempo, lo spazio e la
storia, sarà protagonista di uno spettacolo teatrale pieno di musica e
colori, che vedrà le luci della ribalta accendersi il prossimo_ 1
DICEMBRE ALLE 21.00 _nel suggestivo teatro comunale di Montedoro. Le
storie di Giufà sono giunte intatte sino ai nostri giorni grazie al
Pitrè, medico palermitano, che col suo carretto ha girato in lungo e in
largo tutta la Sicilia per trascrivere dalla viva voce degli anziani,
più di un secolo fa, le antiche storie di questo bizzarro personaggio.
Un personaggio di cui troviamo testimonianza anche nell’Oriente e in
Africa, un personaggio “ponte” quindi, che ha attraversato il mare
insieme alle merci preziose che giungevano da quel mondo lontano. Oggi,
Giufà, diventa un divertente spettacolo teatrale e musicale, unico nel
suo genere, perché a portarlo in scena la compagnia teatrale _DONNE
INSIEME di_ Montedoro con i ragazzi minori stranieri non accompagnati
della comunità _UN MONDO A COLORI_ di Montedoro, gestita dalla
cooperativa sociale Etnos. Un tuffo quindi nel lontano passato dei
ricordi attraverso cantanti, attori e ballerini che racconteranno le
avventure di questo giovane, talmente stupido da portarsi dietro la
porta di casa, e talmente obbediente da vendere la “tela” ad una
statua. Uno spettacolo frutto di un percorso di integrazione, fortemente
voluto dalla responsabile della struttura per minori, la dott.ssa Maria
Rosaria Bufalino. Ad accompagnare in questo viaggio speciale
all’insegna del divertimento e della musica, la partecipazione
straordinaria dei “Fusibili”, duo comico, della scuola di danza
“Scarpette Rosse” diretta da Francesca Gallina, del complesso
Bandistico “Vincenzo Bellini” di Montedoro e del cantautore Giacomo
D’Agostini. I costumi sono di un giovane ragazzo nigeriano, Henry G.,
che li ha saputi creare e cucire con maestria, la regia e il
coordinamento di Francesco Daniele Miceli, con l’alto patrocinio dello
SPRAR-  ministero dell’interno e del comune di Montedoro.

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Venerdì riparte la rassegna di Teatro Comico “Cabarettiamo?” con Pippo Franco

Venerdì riparte la rassegna di Teatro Comico “Cabarettiamo?” con Pippo Franco

Mussomeli- Dopo il successo della scorsa edizione prosegue nei locali della Antica Pasticceria Normanna a Mussomeli la rassegna di teatro comico “Cabarettiamo?” che avrà più appuntamenti primo tra questi lo spettacolo “Svalutescion” del noto attore Romano Pippo Franco.

Un evento tutto da ridere dice il dir. Artistico della rassegna, l’ attrice Adriana Tuzzeo: “L’evento sta riscuotendo parecchio successo, siamo entusiasti di portare avanti un progetto che avvicina la città al teatro e mi auguro che presto a Mussomeli si possa pensare ad una vera e propria programmazione teatrale.

Note sullo spettacolo: Il noto e amato attore romano con la verve brillante che lo contraddistingue toccherà gli argomenti più disparati della società contemporanea a partire proprio dalla attuale situazione economica. Il percorso dello spettacolo si articolerà anche attraverso le analisi del cambiamento che ha portato la società moderna a confrontarsi sempre meno con i valori che hanno contribuito a sviluppare la stessa società. Dalla religione alla filosofia, dalla mancanza di dialogo che regna ormai in ogni famiglia alle difficoltà che le coppie incontrano quotidianamente e che li ha portati a non avere più comprensione gli uni verso gli altri. ll tutto è esaltato dall’ironia e dalla comicità di Pippo Franco il quale argomenterà a partire dai tempi di Pitagora fino ad arrivare ai giorni nostri in cui il degrado culturale e lo sfibramento di ogni valore costruito nel tempo sembrano perdersi nei dibattiti intelligenti dei talk show dove per essere opinionisti basta alzare la voce o sciorinare il vocabolario degli epiteti più coloriti o ancora nelle struggenti vicende che tengono con il fiato sospeso gli Italiani che seguono i reality. Dove si andrà a finire non ce lo svela il popolare comico romano, ma di sicuro aiuterà i presenti che assisteranno allo spettacolo a divertirsi e a dimenticare, anche se solo per circa due ore, il declino di questa povera società. 

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IL CASTELLO ED I RESTAURI DELL’ARMO’(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

IL CASTELLO ED I RESTAURI DELL’ARMO’(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Mussomeli-(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro) Nel 1994, nel decennale di Progetto Vallone, viene pubblicato con “I restauri dell’Armò”, il primo dei 3 libri dedicati al Castello di Mussomeli, il monumento storico-artistico-architettonico più prestigioso del nostro paese. Si tratta di una ristampa del supplemento, ormai introvabile, dell’autorevole rivista mensile “L’Architettura Italiana”, edita nel maggio del 1911 dalla Società Italiana di Edizioni artistiche C. Crudo & C. di Torino, con uno speciale sui restauri del nostro castello, curato dall’arch. Ernesto Armò, docente di architettura nella Regia Università di Palermo. La pubblicazione, oltre a 30 tavole fotografiche e 8 figure, consta di circa 20 pagine di storia sulle origini di Mussomeli e del suo castello, nonché di una minuziosa descrizione dei suoi ambienti e degli straordinari interventi di restauro e di risanamento effettuativi. Ad arricchire il supplemento della rivista del 1911, sono state aggiunte, nella ristampa del 1994, 8 fotografie originali dell’Armò, datemi, allora, dall’amico Giovanni Camerota, così da rendere più completa e più interessante la documentazione sulle eccezionali operazioni di restauro, senza i quali, come già accennato nel servizio di domenica scorsa, oggi, non avremmo altro che un cumulo di macerie.

Abbiamo eseguito dei restauri, scriveva l’Armò, ma precipuamente abbiamo impedito la immane rovina di tutta quella parte a mezzogiorno… molta ne trovammo rovinata e precipitata nella sottostante pianura, dove con diligenza abbiamo ricercato il materiale e diligentemente riportato e rimurato…”. In due anni, dal 1909 al 1910, servendosi delle cave di pietra locali e di quelle di Melilli per gli intagli più fini (visto che si era esaurita la cava locale da cui erano stati intagliati i pezzi antichi più pregiati), il lavoro di risanamento e consolidamento del castello, con le poche risorse disponibili, assume aspetti davvero unici, qualcosa di inimitabile sia sul piano storico che su quello strettamente artistico-architettonico. Se si pensa, come si può ancora osservare da altro materiale fotografico che qui si pubblica, che gli ambienti rimasti quasi integri fossero solo l’interno della cappella e le tre sale con volte a crociere, ma con le aperture ed altre parti murarie rivolte a sud del tutto rovinate e cadenti, si capisce senz’altro l’immane lavoro di ricucitura e di creazione quasi dal nulla di archi, portali, bifore ed altri elementi e particolari architettonici.

Ed a proposito delle 6 bifore che non sono tutte uguali, perché diverse nelle dimensioni e nelle componenti strutturali, non fu trovato nemmeno un pezzo di colonnina o di elemento architettonico. Come ci dice l’Armò, “l’opera devastatrice del tempo dovette disperdere, se pure non furono trafugati, questi preziosi testimoni della genialità chiaramontana”. Tutte le bifore, infatti, ed altri elementi architettonici e decorativi, come il portale della Sala dei baroni, alcuni archi, capitelli, pilastri, verranno ricostruiti quasi da zero, secondo lo stile chiaramontano, stile decorativo ed architettonico, dichiaratamente fatto proprio dall’Armò, in base ai suoi studi ed alle sue indagini, e su cui, come vedremo prossimamente, vi sono delle riserve e dei dubbi, espressi da esperti di quel periodo ed anche recentemente. Se si guarda, ad esempio, l’immagine del castello, vista sud, degli ultimi anni dell’800, uno straordinario documento fotografico, fatto almeno un decennio prima dei restauri dell’Armò, si può notare come le 5 aperture degli ambienti che danno a strapiombo lato mezzogiorno, e cioè le aperture delle tre sale con volte a crociera, della sala dei baroni e del cortile antistante, siano del tutto sprovviste di elementi architettonici o di altri decori ornamentali di qualsiasi tipo o stile. Anche il particolare dell’immagine dell’apertura che dà sulla sala dei baroni, completamente distrutta, prima dei lavori dell’Armò, dimostra che non vi erano elementi decorativi ed ornamentali che facessero pensare ad un portale di stile chiaramontano come quello del Palazzo Steri di Palermo.

Solo il portale della Cappella, anche se molto danneggiato come si vede dall’immagine fatta prima dei restauri, farebbe pensare allo stile dello Steri, ma non sappiamo se sia un’opera successiva alla costruzione delle tre sale con volte a crociera che, come dirà Bodo Ebhardt, l’architetto dell’imperatore Guglielmo II di Prussia, e qualche altro studioso di quei tempi, sono del periodo federiciano o tardo federiciano, cioè di almeno un secolo prima rispetto al periodo di Manfredi III Chiaramonte. E se si presta fede a quanto sostenuto da esperti della sovrintendenza di Caltanissetta in merito al materiale fittile trovato durante uno scavo nel torrione del castello, in occasione dei lavori di consolidamento e risistemazione, effettuati a partire dalla fine degli anni 80, la costruzione del castello potrebbe risalire al periodo arabo-normanno, a tre secoli prima, cioè all’XI secolo ! Un altro rebus nella storia delle origini del nostro paese.

E’ innegabile, però, al di là delle perplessità e dei dubbi emersi su cui torneremo ancora nei prossimi servizi, che lo studio, il restauro e gli interventi di ricostruzione fatti dall’Armò, sono un grande capolavoro artistico ed architettonico che fa parte della storia del nostro castello e della nostra comunità. Ed alla fine della sua pubblicazione, oltre a citare coloro che l’avevano aiutato in questa straordinaria impresa, il costruttore Domenico Paladino di Palermo, che ha eseguito molto egregiamente i lavori di restauro, l’abilissimo intagliatore Domenico Puma, l’impareggiabile scultore ornamentale Giuseppe Ajello, lo scrupoloso e diligente assistente ai lavori Simone Rutelli, il noto artista fotografo Vincenzo Lo Cascio, collaboratore dell’Illustrazione Italiana e della Stampa Sportiva di Torino, ringrazia anche Desiderio Sorce, Testadiferro, di cui abbiamo parlato diffusamente, nei due precedenti articoli domenicali, come uno degli illustri benemeriti della nostra comunità, perché, da premuroso ammiratore del Castello ed amministratore locale dei Principi di Trabia e Scalea, è stato un cosciente e fedele ausilio(!!)

Egli avrebbe voluto continuare e completare l’opera di restauro, anche se occorreva ancora tanto studio… e tanti soldi! Avrebbe desiderato trovare le vie di comunicazione tra i vari ambienti inferiori e superiori, ma, soprattutto, rintracciare quel passaggio segreto (!!), che doveva esistere da qualche parte per facilitare l’uscita in caso estremo di bisogno, come in tutti gli altri castelli normanni… e concludeva: “solo allora quando codeste opere d’amore alla Storia dell’arte, e principalmente al nostro paese, saranno compiute, il magnifico Castello di Mussomeli, prendendo a prestito le parole di Giuseppe Pipitone Federico, a nido d’aquila fuso nella rupe, che ha destato di recente l’ammirazione di Guglielmo II di Hohenzollern, richiamerà l’attenzione dei viaggiatori su Mussomeli, suscitandone gli entusiasmi come una delle più mirabili opere di bellezza del Medio Evo a noi pervenute”!

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LA NOSTRA “ BELLE EPOQUE” DI OLTRE 100 ANNI FA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

LA NOSTRA “ BELLE EPOQUE” DI OLTRE 100 ANNI FA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa nel parlare del truce e misterioso omicidio di Desiderio Sorce, detto Testadiferro, e degli intrighi di potere che bloccavano la crescita del nostro paese, ci siamo soffermati soprattutto sul suo prezioso e determinante impegno sociale che, insieme ad una classe illuminata di intellettuali benestanti, determinò una sorta di belle époque nostrana, in grado di imprimere una svolta  storica per il  nostro paese dei primi anni del ‘900,  una svolta dei cui frutti, fortunosamente, pur non del tutto consapevoli, ancora oggi beneficiamo. Tra gli ultimi anni dell’800 e fino al 1913, l’anno della tragica fine del benemerito sindaco Desiderio Sorce, vi fu, infatti, un grande fermento culturale che diede le basi per una rinascita della nostra comunità locale. Fu in quel periodo che, grazie a Desiderio Sorce, amministratore dei casati dei principi di Trabia e Scalea, oltre ai primi piccoli  consolidamenti delle parti più pericolanti, fatti alla fine dell’ottocento, si pensò al restauro del Castello Manfredonico che rischiava, ormai, come confermerà lo stesso architetto Ernesto Armò, di cui parleremo più sotto, di non lasciare alcuna traccia della sua imponenza monumentale.

Si ricostruiva, allora, nel 1907, la torre dell’orologio; si istituiva, dal 1910, la festa e la fiera del Castello per dare impulso allo sviluppo dell’agricoltura; si pensava, in quel periodo, alla costruzione dell’ospedale di Via Giacomo Longo, (struttura completata nel 1887 e servizio sanitario iniziato verso il 1903), un edificio di grande pregio storico-architettonico, forse dell’illustre arch. Ernesto Basile. Fu pure il periodo delle prime scuole pubbliche elementari, con le classi maschili a San Domenico, e le femminili sia all’istituto Sorce Malaspina che al Collegio di Maria; delle prime pubblicazioni storiche, vedi quella su Mussomeli del prefetto Giuseppe Sorge, nel 1910,  quella sul santuario della Madonna dei Miracoli del sac. Salvatore Scozzari, nel 1906, ma anche quella del sac. Giuseppe Calà, nel 1909, rimasto manoscritto. Come non pensare, pure, al primo settimanale locale, il Tin Ton, nel 1910/11, condotto da alcuni preti illuminati di Mussomeli, Gaetano Valenza, Salvatore Giacalone, Pasquale Mulè e… Salvatore Scozzari, in continuo contatto epistolare con Don Luigi Sturzo di Caltagirone, il fondatore del Partito Popolare e l’ispiratore delle prime casse rurali. Il Piccolo credito agrario, poi Cassa rurale ed artigiana San Giuseppe, che darà una boccata d’ossigeno all’asfittico sistema economico locale, nascerà nel 1903.

    Qui, con la relazione sulle “Condizioni attuali del castello” del 1909 e la pubblicazione sulla rivista L’Architettura Italiana, edita a Torino nel maggio del 1911, de “Il Castello di Mussomeli ed i suoi restauri”dell’arch. Armò (pubblicato da Progetto Vallone nel 1994), vorrei cominciare un piccolo interessantissimo viaggio intorno al nostro maniero, il bene storico locale più importante e più prestigioso che abbiamo, fatto dichiarare monumento nazionale nel 1908, proprio su richiesta dell’allora sindaco Testadiferro. Con la sua grafia ordinata e chiara, come si può vedere dalla riproduzione di parte del manoscritto qui pubblicato, l’Armò scriveva, prima dell’inizio dei restauri: “il Castello è talmente insidiato dall’opera devastatrice del tempo che richiede con la massima urgenza l’aiuto del costruttore e dell’amoroso restauratore. Andrò descrivendo ogni cosa, percorrendolo, e man mano andrò richiamando l’attenzione su quelle parti che hanno più bisogno di conservazione e di restauro”. Si tratta di un documento storico straordinario, che, con la sua meticolosa descrizione di tutti gli ambienti, ci dà un quadro completo di quelle che erano le condizioni del nostro monumento medievale. E’ innegabile, come si capisce anche dalle bellissime ed eccezionali foto della seconda metà dell’800, che, ormai, erano pochissimi i muri, le bifore, i portali e gli archi rimasti integri.  Molti conci, con l’inizio dei restauri, saranno recuperati dall’Armò sotto ed attorno al castello. E possiamo dire, senza ombra di dubbio, che se non ci fosse stato l’interessamento di Desiderio Sorce e di quel gruppo benemerito di intellettuali, oltre allo studio certosino ed all’opera altamente professionale dell’Armò, (nel 1904, fu pure incaricato dal rettore padre Giuseppe Calà, primo storico di Mussomeli, di disegnare e rifare l’altare principale del santuario della Madonna dei Miracoli), oggi, del nostro castello non ci sarebbero nemmeno i ruderi.

I muretti antichi della prima rampa di accesso, ci riferisce l’Armò, già allora si stavano irrimediabilmente perdendo ed, oggi, purtroppo, non n’è rimasto quasi niente. Lo spazio alla fine della prima rampa, prima dell’ingresso principale, era utilizzato addirittura come rifugio di pastori (!!). La prima porta, sulla quale vi erano, a sinistra, allora decifrabile, lo stemma dei Castellar (le tre torri), a destra uno stemma ormai distrutto ed irriconoscibile, doveva essere liberata da una recente muratura, fatta per sostenere l’arcata che rischiava sicuramente di crollare. La volta della scuderia minacciava di venire giù ed il pavimento era tutto coperto di terra. Sul secondo ingresso, egli riusciva ad intravedere uno stemma con un’aquila che sormontava il vano del portone, e su un lato del muro il giglio e le tre torri dei Castellar. Molti muri del secondo recinto erano quasi tutti cadenti ed il  materiale di alcune bifore e feritoie in massima parte perduto. La sala dei baroni in quasi completa rovina, compresi i 5 grandi archi della sala delle armi sottostante. Era urgentissimo, scriveva l’Armò, consolidarli e collegarli con travature per ripristinare il solaio, e rafforzare ed incatenare le fabbriche eliminando anche le brutte sovrapposizioni in muratura che erano state fatte qualche decennio prima. La stanza delle tre donne doveva essere liberata da bruttissime recenti opere murarie e restaurata. Anche le tre sale successive, relativamente ben conservate, con finestre bifore molto rovinate, e coperte da volte a crociera con costoloni in buono stato, avevano bisogno di alcuni interventi necessari ed immediati. Le tre sale coperte a crociera, dice l’Armò, pare che non avessero mai avuto una copertura a tegole, e che un tubo di argilla attraversasse una delle crociere, nel suo spessore, per fare, forse, da portavoce (!!). Inoltre si doveva provvedere alla stabilità delle costruzioni del secondo recinto, ancora in piedi, al consolidamento del  mastio, il cosiddetto mulino, al restauro del portale della cappella, che come quella della sala dei baroni, era molto corrosa dal tempo ed in cattive condizioni di stabilità. Il suo interno, con volta a crociera, discretamente conservata, scrive, era stato barbaramente intonacato, e doveva essere scrostato accuratamente. Da ripristinare i merli delle mura attorno, di cui restavano solo poche tracce, e bisognava proteggere vani e bifore con adeguate chiusure per impedire la nidificazione di colombe e il conseguente gravissimo danno fatto dai cacciatori (!!) con i loro fucili sulle sacre mura del castello. Anche i sotterranei, con un sapiente scavo, andavano sgomberati dal materiale terroso, per liberare le vie di comunicazione, e gli eventuali passaggi segreti, tra i vari ambienti. Occorreva, riferisce il nostro architetto in quella sua relazione del settembre 1909, “un lunghissimo studio, una perseverante opera di ricerca e di restauro prima che il castello possa palpitare della sua vita e della sua storia”.

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L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

(A cura del Prof. Salvatore Vaccaro) MussomeliCon due paginoni a firma dell’amico e compianto Giovanni Camerota, su Progetto Vallone n.7/8 del 1994, si pubblica per la prima volta uno speciale su Desiderio Sorce, uno dei più illustri e benemeriti personaggi del nostro paese, quasi del tutto sconosciuto ai più, assassinato dalla mafia l’11 maggio del 1913, e detto, per il suo carattere forte ed inflessibile, Testadiferro. (Ci si auspica che le autorità comunali vogliano intitolargli almeno una via e restaurare la stele funeraria di C.da Pasquali!). Il nostro storico Sorge, nelle sue Cronache, scrive che Desiderio, suo cugino, oltre ad essere un ottimo e moderno amministratore dei vasti possedimenti dei Trabia, aveva dato impulso all’economia locale, migliorando in particolare le condizioni dell’agricoltura con nuove colture, nuovi sistemi di coltivazione e di concimazione, ed incrementando l’allevamento del bestiame.

Nell’ex feudo Canzirotta, per esempio, dove, nell’antica masseria, come abbiamo visto nell’articolo di giugno, una lapide ricorda il suo importante contributo, riusciva a rendere fertile e redditizia una terra fino ad allora arida ed improduttiva, facendo alberare viali e declivi montuosi, impiantandovi vigneti, scavando pozzi per l’irrigazione… In una inchiesta parlamentare del 1910 sulle condizioni dei contadini in Sicilia, condotta dal prof. Lorenzoni, l’azienda Canzirotta, in cui vi lavoravano centinaia di persone, era citata come un esempio di conduzione agraria. Anche nella sua Pasquali creerà una azienda vinicola che produrrà per la prima volta, dalle nostre parti, vini pregiati come il moscato.

A lui si deve, inoltre, nei primi del ‘900, la realizzazione della fiera del Castello allo scopo di dare una forte spinta all’allevamento del bestiame e dell’economia agricola del nostro paese. La fiera del 1 e 2 settembre è da allora, e fino agli anni 50/60, tra le più partecipate della Sicilia. Si dice che D. Sorce, per promuovere l’evento fieristico e per far partecipare gli allevatori più bravi con i migliori esemplari di bestiame, avesse istituito persino dei premi!

Testadiferro, sindaco di Mussomeli, dal 1898 al 1902 e dal 1906 al 1908, destinò a titolo gratuito, nel 1899, al Direttore Didattico G. Camerota, 21 are di terra coltivabile di sua proprietà, così da favorire la sperimentazione di nuove colture e l’insegnamento dell’economia agricola. Si adoperò, pure, coinvolgendo il principe Pietro Lanza di Scalea e servendosi della indispensabile progettazione e direzione dell’architetto Ernesto Armò, nel far restaurare il Castello Manfredonico, allora in condizioni disastrose. E’ grazie a quei restauri, che avranno inizio verso il 1909 e termine nel 1911, oltre a quelli più recenti degli anni 80/90, che, oggi, possiamo disporre del nostro straordinario “nido d’aquila”, fatto dichiarare, proprio nel periodo della sindacatura di Sorce, monumento nazionale! A lui dobbiamo, infine, tra le altre cose, il rifacimento della torre dell’orologio nei primi anni del 900.

Ed ecco come racconta G. Camerota, sulla base delle testimonianze di suoi vecchi parenti, quel doloroso 11 maggio di 104 anni fa: é domenica mattina, festa di San Pasquale. Il Sorce, con i suoi familiari, si trova a “pasquali di jusu” per partecipare alla messa nella chiesetta dedicata al santo dei pastori ed alla successiva festa campestre. Nel pomeriggio, decide di risalire verso “pasquali di susu” per andare incontro a suo cognato Giovanni che stava per tornare dal paese, con il campiere Vanni Maida. Mentre si dirige sulla trazzera verso “quattrufinaiti”, scorge in fondo quattro uomini a cavallo, e, subito dopo, sente uno sparo provenire da “u cuozzu’a rina”. Accorre di corsa impugnando la sua pistola e, riverso sanguinante sul margine della stradella, trova il cognato Giovanni, che però si finge morto. Ed allora lui punta deciso la sua arma contro i due banditi appostati dietro ‘u cuozzu, mentre altri due tengono le redini delle giumente imbizzarrite dal rumore dei colpi, ma Testadiferro viene anticipato da una loro fucilata che lo abbatte. Si dice che, al primo colpo, cadesse ferito e si fingesse morto anche lui, e che la domestica “la frattina”, precipitatasi urlante sul luogo del delitto si fosse improvvisamente azzittita su un cenno del suo padrone ancora vivo. Ma i due banditi che stavano già fuggendo a cavallo, insospettiti dall’improvviso silenzio della donna, tornano per dare, questa volta, il colpo di grazia che fa spegnere Don Desiderio in un lago di sangue.

Alcuni giorni dopo, come riporta Gero Di Francesco nel suo libro “Sutera Milocca…”, su indagine del procuratore Ettore Cipolla, originario di Villalba, verrà ritrovata, tra le carte di Testadiferro, una lettera di estorsione a firma (!!) di Salvatore Alliata Gallo e Calogero Randazzo, con la richiesta di 15mila lire! Ed a voler fugare qualsiasi dubbio sulla propria colpevolezza, o, meglio, a far sviare ulteriormente pericolose tracce che portassero ai veri mandanti, i due banditi fanno pubblicare dal Giornale di Sicilia, sei giorni dopo, il 19 maggio, una lettera anch’essa firmata (!!), in cui si assumono la responsabilità dell’assassinio consumato e con esito vittorioso nel territorio di Mussomeli e precisamente nell’ex feudo Pasquale in persona del signor Sorce Desiderio… ad evitare possibili arresti a persone innocenti, che godono la bella libertà (!!)”, e motivando l’uccisione del Sorce per essersi lui rifiutato di pagare quanto richiesto (!) e di essersi rivolto alla pubblica sicurezza!

Tutto sembrò dare ragione ai due criminali reo confessi, ma, sotto sotto, come si capisce, c’era un’altra pista. Intrighi e giochi di potere tra il prefetto del tempo Palumbo Cardella, il principe di Scalea e lo stesso Gaetano Bongiorno, nel collegio elettorale di Serradifalco (a cui aspirava a farsi eleggere come deputato al Parlamento lo stesso comm. Bongiorno), nonché altri fatti gravi per i quali il Sorce aveva dato le dimissioni dalla sua carica di assessore provinciale nella Giunta di cui era presidente proprio il Bongiorno. Alcuni anni più tardi, attraverso documenti e la corrispondenza privata tra i tre di cui sopra, G. Bongiorno sarà accusato di essere il mandante dell’assassinio di Desiderio Sorce, e, dopo una prima assoluzione nel 1919, verrà arrestato nel 1927, e, poi, rinchiuso nel carcere di San Vito di Agrigento, dove, nel 1932, morirà in circostanze misteriose, prima della sentenza del tribunale!!

Due anni dopo l’assassinio di Testadiferro, venne arrestato a Palermo il bandito Gallo in procinto di partire per l’America. Agli inquirenti, che gli troveranno delle cartoline inviatigli da un figlio del Bongiorno, ammetterà di avere ucciso (!) pure il complice e cognato C. Randazzo. E, in un susseguirsi di incredibili colpi di scena degni di un thriller dai contorni molto oscuri, lo stesso Gallo, che minacciava dichiarazioni clamorose, verrà a sua volta assassinato in carcere da Paolo Grisafi, un altro degno criminale, con una pistola che nessuno mai saprà da chi l’avesse avuto!

I funerali resi ieri al compianto cav. Desiderio Sorge, si leggerà sul Giornale di Sicilia del 17 maggio, furono degni dell’uomo che Mussomeli ha perduto… Dopo le funzioni religiose celebrate con rara solennità e dopo avere assistito alla lettura dell’elogio funebre nel quale il sacerdote Salvatore Scozzari seppe maestrevolmente ritrarre la figura del nostro concittadino, mosse per accompagnare la salma un interminabile corteo al quale presero parte le bande musicali dell’Ospizio Provinciale di Caltanissetta e dei comuni di Campofranco e Mussomeli, la scolaresca, le varie congregazioni locali, il clero e l’istituto Sorge Malaspina. Seguivano il feretro i principi di Scordia e di Deliella venuti espressamente in rappresentanza dei rispettivi genitori on. Principe di Trabia e senatore Principe di Scalea…, la Giunta Provinciale, i Sindaci e le Giunte Comunali, il Prefetto della Provincia, le autorità civili e militari del luogo… Tra gli altri, il vicepresidente della Giunta provinciale, comm. Guarino, nel dargli l’ultimo addio, affermava: “Desiderio, tu forse moristi per dire al male di qua non si passa! Forse tu non volesti piegarti alla mafia!!

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Comprensivo Statale “Milena Campofranco”, al via la revisione annuale del Piano Triennale Offerta Formativa

Comprensivo Statale “Milena Campofranco”, al via la revisione annuale del Piano Triennale Offerta Formativa

Il Dirigente scolastico del Comprensivo Statale “Milena Campofranco” – Dott.ssa Calogera Genco – comunica che oggi, 17/12017 alle ore 16:00 si terrà la riunione per la revisione del PTOF. In particolare in una nota divulgata si legge:

“Revisione annuale PTOF – A.S. 2017/2018  Invito ai portatori di interesse.

In vista della revisione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa di cui all’oggetto, tutti coloro che sono interessati a collaborare con questa Istituzione Scolastica per la citata revisione : Enti locali, Genitori, Sacerdoti, Associazioni, ecc.., sono invitati all’incontro, pari oggetto, che si terrà il giorno 17/10/2017 alle ore 16,00 nei locali del Scuola Secondaria di 1° grado di Milena. Si ringrazia anticipatamente per l’attenzione che il Territorio vorrà prestare a questa Scuola.”

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Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Anche in questo servizio parliamo di un altro benemerito della nostra comunità. Dovrebbe essere superfluo dirlo, ma ricordare chi ha voluto beneficare i propri concittadini testimoniando grande solidarietà umana e cristiana, in particolare per i poveri e i bisognosi, è un dovere civico e morale. Non è un caso che Dante, nella sua Divina Commedia, collochi i traditori dei benefattori  nell’ultimo girone dell’Inferno, il 34° canto. E’ lì, nella zona di Cocito, che, insieme a Virgilio, trova coloro che sono stati sleali e disonesti con i propri amici da cui hanno ricevuto solo bene… i quali giacciono sprofondati nel ghiaccio, completamente immobili, muti… e il sommo poeta non ha parole per esprimere il proprio orrore: “Com’io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco…”

Ci occupiamo di Nicolò D’Andrea, un benefattore mussomelese dell’800, del tutto sconosciuto ai più, che, 181 anni fa, il 27 ottobre del 1836, decise di fare un testamento pubblico dal notaio Cinquemani (poi autorizzato con Regio decreto dell’11 febbraio 1842), per istituire “un legato di maritaggio a favore delle donzelle orfane di Mussomeli”. In quell’anno, in cui si moriva dalla paura per l’avvicinarsi del colera e tutte le autorità comunali e provinciali erano in grande allerta perché si prevedevano, riporta il Sorge nelle sue Cronache, almeno 124 casi di peste nel nostro paese di 8240 abitanti (sbagliandosi non di poco, perché l’anno dopo, nel 1837,  saranno oltre 400 i morti di colera!), l’aromatario  D’Andrea, che aveva la sua farmacia nella popolosa Piazza del Popolo, detta anche piano di San Giovanni, anziché preoccuparsi dell’arrivo del fiero morbo che si appressava inesorabilmente al nostro comune, pensò, seguendo i fulgidi esempi di F. Tomasino di Bartolo e di Paolo Valenza, di lasciare in eredità, quale dote di matrimonio, le case di sua proprietà alle ragazze senza genitori, o in alternativa quasi 50 onze.

Lasciò, inoltre, alla Chiesa di San Giovanni, oltre ad una piccola statua in legno di San Giuseppe (non si sa che fine abbia fatto), 9 tumoli di terra, con l’impegno di destinare, ogni anno, per Natale, 16 tarì della rendita alla vestizione di un bambino povero e senza genitori, scelto dal Cappellano della Chiesa. Nel secolo scorso, nella stessa giornata, si procedeva ad estrarre per  sorteggio una giovane orfana a cui assegnare la dote per il suo matrimonio, così come stabilito nel testamento del D’Andrea. Scrive il Sorge, così come riportato nei documenti parrocchiali, che “la poetica vestizione del fanciullo povero, nel giorno di Natale, permane tuttora, col concorso delle elemosine del popolo…”  Oggi, questo rituale di beneficenza, che ricorda la generosità di un lontano aromatario sangiovannese che teneva il proprio laboratorio di speziale proprio di fronte alla Chiesa, (la via D’Andrea, infatti, si trova sul lato nord, in parallelo alla piazza di San Giovanni), viene ancora celebrato quasi sempre la domenica successiva alla festività del 25 dicembre, ma, come per gli altri benefattori di Mussomeli, non resta più niente di quella eredità e di quella dote… nemmeno il ricordo, e si alimenta soltanto delle offerte dei fedeli.

Piazza del Popolo, 12 anni dopo, nel 1848, l’anno della rivoluzione non riuscita contro la monarchia borbonica, sarà invece l’arena affollatissima di una tragedia terrificante. Scrive Giovanni Mulè Bertolo nella sua La Rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta: “Le cose procedono tranquille… non così il 3 agosto, che si ricorderà sempre con orrore e raccapriccio. Quel giorno, presso il convento di San Domenico, si svolgevano le elezioni per il Consiglio civico con l’esclusione dalla lista degli elettori dei debitori del comune, tra cui Carmelo Minnella (inteso Darenu), cancelliere del tribunale, che, però, dimostrando con documenti come la sua esclusione fosse infondata, insisteva energicamente per potere votare. Ma alcuni che odiavano il cancelliere, forse perché 9 anni prima, nel 1839, era stato decisivo nella cattura del famoso bandito Peppi Termini di Campofranco, morto poi in seguito alle ferite riportate dai colpi di arma da fuoco del Minnella e di altri, sparsero la voce che Darenu avesse maltrattato il sac. Michele Cicero, Presidente della Commissione, e ferito l’economo sac. Morreale. Subito dopo, difatti, nei pressi del convento, si radunò una gran massa di gente armata di fucili e coltelli, che pareva essersi dissolta su intervento del Maggiore della Guardia nazionale, Salvatore Mancuso, ma la folla di popolani inferociti, ritornando di nuovo al convento e frugando in tutti gli angoli nascosti, trovò il povero Minnella, “col pallor della morte sul viso”, che venne accoltellato e colpito in testa con un colpo di arma da fuoco. “Non contenti i cannibali di tanto scempio buttano da un altissimo verone il cadavere…” lì sulla piazza dove ardeva già il fuoco. “La triste e fosca luce del fuoco irradia una scena, che la penna non sa ritrarre, (scriveva il Mulè Bertolo riprendendo i versi sul conte Ugolino nel 33° canto dell’Inferno dantesco), son visti alcuni  addentare le interiora,  di quel disgraziato e pieni di gioia sollevar la bocca dal fiero pasto”. 

         Il 6 novembre del 1850 veniva arrestato per reati di sedizione a Casteltermini, un certo Carmelo Saladino, forse un parente di Peppi Termini. La Gran Corte Criminale constatò, tra l’altro, che egli era stato uno degli autori dell’assassinio del Minnella. Sarà stato lui ad addentare per primo il cuore di Darenu? Chissà… Si sa solo che il bandito Peppi Termini era benvoluto dai popolani di allora, certamente molto di più del cancelliere Carmelo Minnella Darenu. Ne sono una conferma i versi, riportati dal Sorge, di un mussomelese di quei tempi, Fra Domenico Nicastro, converso domenicano (!!) che parteggiano per il bandito:“A Mussumeli daveru dispiaci/ la morti vera atroci di chist’omu/chi ‘nni sti parti mali nun ‘nni fici/ e li gendarmi facianu li porci.

          Scriveva pure un altro poeta popolare mussomelese, Giuseppe Palumbo, nel finale di una poesia inedita sulla “Pigliata di Darenu”, datami alla fine degli anni 70: “Di Santarrì acchiana Valintinu/ seguitu di fudda cu la ccetta mmanu/ grida: Darenu! Unn’è Darenu/ Pigliamulu! Pigliamulu a Darenu/ D’un finistruni ca duna nni la strata/ nesci Darenu e s’appenni a la firrata/ Cca iè  Cca iè grida Valintinu/ cala l’accetta e cci taglia la manu/ Cadi Darenu pi jiri nni la strata/ la fudda di sutta lu piglia a vulata/ e di volu lu portanu nni lu chianu/ e nni lu focu cci jetta a Darenu/ Cottu jè Darenu e ccu ci arrivà arrivà!/ La massa si nn’afferra un pezzu l’unu/ lu focu lu stramina ‘nta lu chianu/ mmezzu a lu focu nnu c’è cchiù Darenu”.

 

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«Figlicidio di Riesi», è giallo su una presunta confessione

«Figlicidio di Riesi», è giallo su una presunta confessione

Caltanissetta- Se sia una confessione o no sulla tomba del figlio sarà un “super esperto” a stabilirlo. È una dele grandi incognite che pesano sulla vicenda giudiziaria che vede un padre accusato del delitto del figlio., E pure con modalità atroci.
È quello che per l’accusa è stato il delitto di del trentunenne di Riesi, Piero Di Francesco. Ad assassinarlo, la mattina del 9 gennaio di cinque anni fa, sarebbe stato il padre, Stefano Di Francesco – difeso dagli avvocati Michele Micalizzi e Giampiero Russo – che dal primo processo ne è uscito con la condanna al carcere a vita.

Avrebbe ucciso il figlio, secondo gli inquirenti, per aspri contrasti che a un certo punto sarebbero sorti tra loro nella gestione dell’azienda di famiglia che si occupa di smaltimento di rifiuti speciali.

E, secondo i magistrati, lo avrebbe prima colpito e poi, credendolo morto, avrebbe caricato il corpo del figlio su una vecchia auto per appiccare il fuco. Così ne avrebbe simulato un suicidio.

Durante le indagini che ne sono derivate dopo la morte del ragazzo, i carabinieri hanno registrato una frase che il genitore avrebbe pronunciato sulla tomba del figlio, non sapendo di essere intercettato.

« Sulu un curpu fu ppi difennimi», sarebbero queste le parole, per l’accusa, pronunciate dall’imputato e che rappresenterebbero una confessione. Così le ritengono anche le parti civili – assistite dagli avvocati Walter Tesauro e Margherita Genco – ossia gli altri familiari della vittima.

La Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, dopo averle risentite in aula, ha disposto una super perizia.

Mentre è sempre braccio di ferro tra procura e difesa sugli spostamenti dell’imputato la mattina della morte del figlio e l’intervallo di tempo in cui il presunto delitto si sarebbe consumato. Tutti nodi che restano da sciogliere.

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Mussomeli, l’I.I.S. Virgilio organizza un incontro per la revisione annuale del “Piano Triennale dell’Offerta Formativa”

Mussomeli, l’I.I.S. Virgilio organizza un incontro per la revisione annuale del “Piano Triennale dell’Offerta Formativa”

MUSSOMELI – La Dott.ssa Calogera Genco – Dirigente scolastico dell’I.I.S. Virgilio di Mussomeli – porta a conoscenza delle associazioni e degli enti operanti nel territorio, della giornata organizzativa per la revisione del piano dell’offerta formativa. In una nota divulgativa infatti si legge:

“In vista della revisione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa di cui all’oggetto, tutti coloro che sono interessati a collaborare con questa Istituzione Scolastica per la citata revisione : Enti locali, Genitori, Sacerdoti, Associazioni, ecc.., sono invitati all’incontro, pari oggetto, che si terrà il giorno 16/10/2017 alle ore 16,00 nei locali del Liceo Classico. Si ringrazia anticipatamente per l’attenzione che il Territorio vorrà prestare a questa Scuola. “

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Giacomo Longo,  eroe e benefattore (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Giacomo Longo, eroe e benefattore (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Ho riletto più volte le Cronache del Sorge e confesso che non mi sono mai stancato di sfogliare le pagine su Giacomo Longo, giovanissimo eroe del Risorgimento, grande benefattore della nostra comunità… una figura straordinaria della nostra storia, quasi del tutto sconosciuta, che mi ha sempre affascinato per il suo coraggio e la sua generosità,  per la sua dedizione al proprio paese… un campione di valori per tutti i nostri giovani, se solo lo conoscessero e sapessero un po’ della sua straordinaria brevissima vita.

         Siamo nel 1860. Il 4 aprile scoppiano i moti rivoluzionari a Palermo e, qualche giorno dopo, anche a Mussomeli, come riportano il Mulé Bertolo e il Sorge, cominciano le agitazioni popolari. Nella piazza Manfredi, spunta una bandiera tricolore, il primo segnale per prepararsi alla lotta. Arriva, poi, la notizia che a Palermo, il 27 maggio, Garibaldi ha sconfitto e cacciato via dalla città l’esercito borbonico, e, allora, sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, si riuniscono a palazzo Trabia i quarantottisti, gli ardimentosi liberali che si erano già battuti contro i Borboni nel 1848, ed improvvisano, per le vie del paese, una manifestazione di giubilo con sventolio di bandiere tricolori, alcune delle quali erano state conservate dal 1848. Al ritorno, sulla piazza del palazzo (ora piazza Roma), Giacomo Longo, appena diciottenne, arringa la folla con parole di amore patrio e spirito di combattente rivoluzionario, scagliandosi contro la tirannide borbonica e mostrando alla fine del suo infuocato discorso il ritratto del Principe di Lanza di Scordia, morto in esilio a causa dei Borboni, suscitando così “un grido enorme di plauso… dal popolo entusiasta che correndo tutti alla casa del comune presero e scaraventarono a terra i busti in gesso dei sovrani…”.

Subito dopo viene ricostituita la Guardia nazionale, tra i quali con il grado di comandanti delle compagnie, il giovanissimo animoso combattente “nuovo capitano” Giacomo Longo, che lavorava ad alimentare l’entusiasmo rivoluzionario a Mussomeli e nei paesi vicini… dove si recò con Carmelo Sorce (padre del nostro storico Sorge) ed i suoi militi, in armi e bagaglio e a suon di tamburo, per far trionfare la causa della libertà e dell’Unità d’Italia. Due anni dopo, nell’estate del 1862, il Longo, insieme ad altri giovani rivoluzionari mussomelesi, si recheranno a Villalba, per incontrare Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, “che li ricevette con patriottiche parole… e lo avrebbero seguito se non si fossero trovati i padri di taluni di essi, che li obbligarono a retrocedere (!!)”.

Il Longo era nato nel 1842 in una famiglia ricchissima di San Giovanni Gemini (suo padre Vincenzo era del luogo e sua madre Grazia Nigrelli di Mussomeli). Ma morti prematuramente i suoi genitori, gli farà da padre adottivo lo zio sacerdote Pietro Nigrelli, fratello della madre, che lo farà studiare a Palermo dove conseguirà la laurea in Giurisprudenza, e dove morirà a 26 anni, “colpito da fiero morbo”, il 14 agosto del 1868.  Sentendosi morire, il giovane Longo, proprietario di ben 164 salme  dell’ex feudo Recalmici, l’eroico capitano della Guardia nazionale in quei tumultuosi mesi del 1860, poi consigliere ed assessore comunale, “manifestò il desiderio di fare il suo testamento e di destinare il grosso della sua sostanza alla fondazione di un ospedale a Mussomeli”. Il vecchio ospedale Santa Rosalia, sottostante la Chiesa di Sant’Antonio, era ormai inutilizzabile.

La sua buona intenzione venne vanificata, però, dall’improvviso aggravarsi della sua malattia e dalle mene ritardatarie di qualche erede, ma alcuni amici presenti al suo capezzale, pur non essendoci stato un atto notarile, testimoniarono che quelle erano le sue ultime volontà e che dovevano essere eseguite come lui aveva voluto. Non mancarono gli ostacoli frapposti da chi era interessato alla sua lauta eredità, in particolare lo zio sac. Nigrelli, che ottenne 54 salme di terra “per essere ricompensato dell’affetto e delle cure che, quale secondo padre, aveva avuto di lui”. Ma grazie agli amici e uomini liberali, come il sindaco e deputato Giuseppe Giudici e Carmelo Sorce (padre dello nostro storico Sorge), presidente della Congregazione di carità, ed alla fermezza della sorella di Giacomo, suor Domenica Longo, monaca nel monastero di San Vincenzo di Agrigento, rimasta unica erede, si riuscì a fare fallire tutti i raggiri di chi aspirava a prendersi tutto ed a farsi beffe della volontà del nostro benefattore.

Dopo lunghissime trattative, con atto del 21 settembre 1900, confermato dai pareri favorevoli dei vari enti locali, si pervenne finalmente all’atto istitutivo dell’ospedale, che, come vollero i due canonici della diocesi di Agrigento G.Bondì e G.Bonfiglio, fiduciari di suor Domenica, verrà intitolato alla Madonna “Maria Immacolata”, forse mal sopportando che un ospedale potesse essere intitolato ad un giovane liberale e rivoluzionario antiborbonico (!) Nello stesso atto si ratificava la destinazione di un terzo del patrimonio, che ammontava a 115.913 lire, ai poveri di San Giovanni Gemini. Seguirà il regio decreto del 23 luglio del 1903 con il quale l’ospedale “Maria Immacolata” sarà eretto in ente morale.

         Per fortuna, i primi amministratori dell’ospedale, che comincerà ad operare dopo il 1903, tra i quali Salvatore Sorge (fratello del nostro storico), aggiungeranno Longo al nome Maria Immacolata nella corrispondenza ufficiale, ma lo Statuto non sarà più modificato. La struttura esterna dell’edificio, molto bella ed in stile neoclassico,  con un ingresso imponente decorato da quattro colonne doriche, con le due centrali ripetute nell’atrio, era stata completata, come si vede dalla data impressa nel timpano in alto, nel 1887, forse su progetto del famoso architetto Ernesto Basile.

Amaro il commento del nostro storico Sorge alla fine delle pagine dedicate al nostro benemerito concittadino: “nessuno ha pensato a rivendicarne le ceneri che giacciono dimenticate a Palermo, nel corridoio nuovo del cimitero dei Cappuccini… nulla ricorda il fondatore  fuor d’una sbiadita fotografia appesa ad una parete… ma sulla ingratitudine umana veglia e veglierà vindice la storia, che porrà il nome di Giacomo Longo fra i grandi benefattori di Mussomeli”. Qualche anno dopo, però, qualcuno, forse il fratello, sensibilizzato dal nostro storico Sorge, pensò bene di far scolpire due busti per i due fratelli fondatori, Giacomo e Suor Domenica. Fu la compianta Francesca Sorce,  assistente sociale, qualche anno prima della sua tragica fine, avvenuta il 24 ottobre del 1998, a portarli dove ora si trovano, nella sala d’aspetto del pronto soccorso del nuovo ospedale di Mussomeli, prendendoli dal vecchio ospedale di Via G. Longo (che aveva smesso di funzionare dal 1957), e dove erano stati dimenticati per 40 anni.

Il prossimo anno, il 14 agosto, ricorrerà il 150° anniversario della sua morte. Sarebbe auspicabile che il Comune e l’ASP, insieme, lo commemorassero con una cerimonia a cui far partecipare tutti i cittadini, così da dimostrare che si è  ancora riconoscenti verso questo giovane eroe e benemerito. Sarebbe pure altamente significativo, che, prima di quella data, le autorità comunali e dirigenti dell’ASP, potessero annunciare congiuntamente che è stato presentato e finanziato con appositi fondi regionali o europei, il progetto di restauro e di riutilizzo del vecchio ospedale, un inestimabile monumento storico-architettonico del nostro paese, ora del tutto abbandonato, per destinarlo ad una fondazione o ad una ONLUS che si occupi di ricerca e prevenzione sanitaria.

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