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Villalba presente all’intitolazione della via Michele Pantaleone a Palermo

Villalba presente all’intitolazione della via Michele Pantaleone a Palermo

PALERMO – Intitolata a Palermo la via Michele Pantaleone alla presenza dell’amministrazione comunale di Villalba nella persona dell’assessore Giuseppe Tramontana, della professoressa Giuseppina Immordino di Villalba, di tutta la famiglia Pantaleone e degli amici più intimi. Michele Pantaleone fu saggista e studioso della società siciliana del dopoguerra. Da politico fu ispirato alla cultura socialista e, poi, eletto dal ’67 al ’71 come indipendente nelle file del Pci all’Assemblea Regionale Siciliana.

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Emozionante scoperta dell’ Arcicofraternita del SS. Sacramento su Francesco Tomasino di Bartolo

Emozionante scoperta dell’ Arcicofraternita del SS. Sacramento su Francesco Tomasino di Bartolo

MUSSOMELI – Emozione per la scoperta di documenti riguardanti l’eredità di Francesco Tomasino di Bartolo ( 1504-1587). Personaggio  di rilievo, fu tra i primi superiori dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento di Mussomeli.  Le testimonianze, di cui si erano perse le tracce, fanno parte dell’archivio del Monte di Pietà di Palermo e  sono conservate nella fondazione “ Lauro Chiazzese” di Palermo.

Il superiore dell’ Arciconfraternita del Santissimo Sacramento alla Madrice, Bruno Imperia (nella foto) è alla ricerca di testimonianze che possano contribuire al complemento dell’archivio storico e culturale di cui è ereditaria l’Arciconfraternita.

Alla sua presenza e dei ricercatori Rita la Monica e Giuseppe Canalella  di “ Sicilia Antica “, incaricati di effettuare ricerche complesse sulla famosa eredità del Tomasino di Bartolo, sono stati ritrovati e visionati sette grossi fascicoli contenenti atti e documenti in originale e sulla gestione dei beni ereditati dall’Arciconfraternita. I lavori sono ancora in essere e fanno parte di un complesso piano di studi mirato a fornire maggiori e articolate notizie storiche sull’Arciconfraternita e quindi su Mussomeli.

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Gli Ingham-Whitaker a Mussomeli ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Gli Ingham-Whitaker a Mussomeli ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Ho ripreso da alcuni mesi le mie brevi ma intense escursioni per gli ex-feudi e le contrade del vasto territorio di Mussomeli, esteso quasi 165 Kmq, e devo dire, anche a rivederli più volte, che si tratta di luoghi straordinariamente vari e poco conosciuti, dai nomi antichissimi e strani, le cui origini, per oltre il 90%, sono di lingua arabo-berbera. Mi sono già occupato diffusamente di Raffe, Polizzello e Quadia, tra le zone più belle ed interessanti dal punto di vista ambientale, paesaggistico ed archeologico del nostro paese, ma recentemente, accompagnato sempre dall’amico Angelo Spoto, ho fatto anche delle escursioni verso Valle, in direzione sud, sud-est, verso Montedoro Bompensiere, nelle Contrade Torretta, Sampria, Crocifia, Buonanotte, Piano del lago, Riina, Reinella, Mustujuvi, Mustulicatu, ecc., i cui nomi, probabilmente, secondo quanto sostiene G. Giunta nel suo Storia di Bompensiere, derivano dal’arabo-berbero: Torretta da taurirt = collina; Sampria da sinbar riah = nome di tribù berbera; Crocifia da hargi hafia=terra arsa; Buonanotte da bu anu ued = signore del fiume; Riina da huarain = nome di tribù berbera; Reinella (come riina), Mustujuvi da mmus yubi = discendente di Giobbe; Mustulicatu da Mmus nt al Qatta = discendente di Al Qatta.

Benjamin Ingham

Più di trent’anni fa, invece, insieme all’amico Calogero Canalella, anche per preparare dei servizi speciali su Progetto Vallone, avevo fatto alcune puntate verso est, nord-est, nell’ex feudo Canzirotta/Fanzirotta, che deriverebbe secondo Giunta da Fanzir ued = fiume o vallata della tribù berbera dei canzara, anche se il Sorge nel I volume della Storia di Mussomeli sostiene, invece, che deriverebbe dal maltese kanzir = porco, per cui kanziria, significherebbe luogo dove si allevano maiali o cinghiali (!?); e poi a Sant’Elena, a San Giovannello, Scala, ecc. In questo servizio ci occuperemo, come fece Calogero Canalella su Progetto Vallone nel 1992, della azienda-fattoria di Benjamin Ingham, ancora esistente ma rimaneggiata ed un po’ abbandonata, ed ora degli eredi della famiglia Gioia, e di Scala, una contrada che faceva parte degli ex-feudi Mandra di Piano (Mannara di chianu) e Malpertugio (malupirtusu e malupirtusillu), ai confini con l’ex feudo Manchi nel territorio di Marianopoli.

la duchessa spadafora

Ingham l’acquistò dal barone Lombardo di Marianopoli, che forse non potè restituire le sue somme di denaro avute in prestito. Infatti, come si desume da alcune pagine dei libri “I Whitaker” di Raleigh Treveljan e “Gli Ingham – Whitaker di Palermo e la villa a Malfitanodi Romualdo Giuffrida, il nostro B. Ingham era solito effettuare a favore di esponenti della nobiltà palermitana dei prestiti al 7%, i quali, poi, non potendo più restituire le somme e gli interessi maturati, gli cedevano parte dei beni immobili di cui erano proprietari, come nel caso del Principe di Pantelleria, Michele Requesens, che, nel 1818, avendo ottenuto un prestito di ben 3.000 onze, e non potendo più pagare il suo debito che, nel 1826 con gli interessi era salito a più di 4.000 onze, dovette cedergli una grande estensione di terra nel territorio di Racalmuto denominata “il giardino grande della Fontana” con annesso titolo di barone.

L’hotel delle Palme a Palermo già palazzo Ingham

E credo, quindi, che l’ex-feudo Scala-Manchi sia stato acquistato da Benjamin Ingham, proprio in quel periodo, verso il 1828-30, anche a seguito dei debiti contratti dal barone Lombardo di Marianopoli, quando cominciò a capire l’importanza commerciale ed industriale delle miniere di zolfo e della coltura del grano duro che vi erano all’interno della Sicilia, a partire da Racalmuto, passando per Scala ed il territorio di Mussomeli, ricco di miniere, e di colture ceralicole, anche se, come riferisce il prof. Orazio Cancila nel suo libro “I Florio”, un ricco proprietario di Mussomeli, nel 1833, i cui 600 (!!!) alveari erano gravemente danneggiati dalle esalazioni sulfuree di una sua miniera perché avvelenavano i fiori e le acque del luogo, lo definiva “un ricco e prepotente commerciante”. E re Mida lo chiamavano per le sue ricchezze i siciliani del suo tempo, tanto da aver fatto costruire, nel 1839, in omaggio a sua
moglie, in occasione del suo
 matrimonio con Alessandra Spadafora, duchessa di Santa Rosalia, la Duchess, un’altra delle 99 navi della flotta Ingham-Whitaker-Florio, con cui commerciava con mezzo mondo. E la Spadafora, imparentata pure con i principi Trabia, sarà madrina di Joseph Isaac Whitaker, il nipote prediletto di Ingham, che ci terrà a farsi chiamare sempre J.I. Spadafora Whitaker, proprio in suo onore. Ed a lui, Ingham, ormai senza figli, oltre alle 5 mila onze del suo testamento del 1859, lascerà in eredità l’ex-feudo Scala-Manchi con il titolo di barone.

Ingham (1784-1861), che proveniva da Leeds (Gran Bretagna), era giunto in Sicilia nel 1806, in
contemporanea con altre famiglie inglesi, quali i Nelson a Bronte, in provincia di Catania, ed i Gibbs, Hopps, Wood, Carlett nella Sicilia occidentale.
Era stato preceduto, però, dai Woodhouse, i primi produttori del marsala, che si installarono a Marsala, ma che lui poi superò in bravura e ricchezza. Basti pensare che, in pochi mesi, come ci riferisce Federico Rigamonti nelle sue Ricerche storiche sulla rivista Mediterranea del 2006 dal titolo “Ingham e l’America – 1837-1840”, riuscì ad aumentare le navi che trasportavano prodotti, da nove a venti, e le quantità trasportate aumentarono in misura eccezionale: così i vini passarono da circa 760 a circa 3000 pipes (una pipe equivale a circa 574 litri); le mandorle, da 83 a 774 casse; la manna, da 35 a 80 cassette; il cremor di tartaro (lievito), da 17 a 77 cassette; il sommacco, da 3720 a 7414 borse, maccaroni (ben 163 casse e 124 cassette), vermicelli, pietra pomice, semi di canapa, fichi (190 cesti), fagioli, lana non cardata…

, Scala, a seguito dei Decreti dell’Assessorato regionale nn. 5 e 61 del 1971, è anche “Oasi Scala”, tra le zone di maggiore pregio del nostro territorio nell’ambito del servizio di vigilanza venatoria, tutela dell’ambiente e della fauna, anche se si ripetono spesso, da parte di bracconieri e cacciatori abusivi, le solite violazioni nella cattura o uccisione di conigli ed, in particolare, delle ormai rare pernici dal collo d’oro. Anche qui, in collaborazione con le autorità comunali, le associazioni di categoria e gli imprenditori agricoli, si dovrebbe predisporre un piano di recupero e valorizzazione della zona, delle masserie, come il caseggiato di Scala, quello degli Ingham-Whitaker, che sembra un caratteristico “forte”. Si dovrebbe pensare, inoltre, fruendo dei fondi europei 2014-2020, ad un piano di sviluppo per tutte le nostre contrade, una enorme estensione di terra che non produce più quasi niente, dove molte aziende agricole e di allevamento hanno chiuso o stanno per chiudere.

Gli inglesi non torneranno più per le miniere di zolfo o per il sommacco che serviva a conciare le pelli. Un pensierino potrebbero farlo se, all’interno di un progetto intelligente e lungimirante, oltre a recuperare le antiche masserie, chiudessimo definitivamente con le centinaia di ettari di terra in contratti di set side, una enorme estensione di terra abbandonata che la UE ha incentivato a non coltivare, e che scadono il prossimo anno, e lavorassimo ad una agricoltura che riscopra i prodotti e i sapori di una volta, che innovi sul piano colturale-tecnologico e biologico-tradizionale… come 100, 150 anni fa, ai tempi dei ricchi inglesi Ingham-Whitaker, ma con i mezzi e le tecnologie di oggi…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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Mostra in onore del vescovo Jacono in odor di santità

Mostra in onore del vescovo Jacono in odor di santità

CALTANISSETTA – A sessant’anni dalla sua morte una mostra di oggetti, indumenti e foto di monsignor Giovanni Jacono, quinto vescovo della diocesi nissena.

L’inaugurazione domani nei locali del museo diocesano del seminario. Per l’alto prelato con la fama di santità in via e in morte scomparso nel 1957, dieci anni fa il vescovo della diocesi nissena ha avviato le pratiche per l’inizio del processo di beatificazione.

E quest’anno si è concluso l’iter della positio super virtutibus di monsignor Jacono. Il vescovo Mario Russotto lo annuncerà durante la celebrazione eucaristica in cattedrale, a Caltanissetta, in programma alle sette di sera, dopo l’inaugurazione della mostra dedicata al quinto vescovo della diocesi.

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A Marianopoli la sagra della ricotta chiude con un successo

A Marianopoli la sagra della ricotta chiude con un successo

MARIANOPOLI – Si chiude con un successo la XXII edizione straordinaria della sagra della ricotta – che sarà replicata nel 2018 e ’19 – individuata tra le 34 manifestazioni d’interesse regionale per conto del ministero dei Beni Culturali e Attività Turistiche nel “Progetto d’eccellenza dell’Assessorato Regionale Turismo Territori del vino e del gusto. In viaggio alla ricerca del genius loci”.

Grande attenzione scientifica e partecipazione per i “Laboratori del Gusto Slow Food” sulla panificazione con i grani antichi della Valle del fiume Bilìci e sulla caseificazione di formaggi e ricotta della tradizione locale svoltisi, nell’arco della giornata, assieme alle conferenze sul patrimonio culturale e sui saperi del territorio, con particolare riferimento alle collezioni dei Musei Archeologico ed Etnoantropologico di Marianopoli.

Tra le attività in corso è prevista la realizzazione di una copia delle stele da collocare in uscita da Caltanissetta. Le tradizioni alimentari e la cultura dei prodotti locali sono state al centro di tutti gli eventi con l’obiettivo di rilanciare il commercio della filiera dei prodotti tipici della Valle del Bilìci. A collaborare anche il volontariato della ProLoco e l’ associazione Carabinieri in congedo.

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Tratti e Ritratti: Antonio Mistretta, il medico col vezzo della memoria

Tratti e Ritratti: Antonio Mistretta, il medico col vezzo della memoria

ROMA – Antonio Mistretta è un medico con il vezzo della memoria. Vive tra Catania e Roma ma il suo cuore continua a battere per Mussomeli. Attualmente, oltre ad avere la cattedra di Igiene all’università etnea, dirige, nello stesso ateneo, il corso di laurea in scienze infermieristiche e collabora ad attività di ricerca epidemiologica nel campo nutrizionale.

In tema di prevenzione ha ideato, per conto dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, “L’isola dei fumosi” che una giuria ha premiato come migliore app no-profit d’Italia per persuadere i giovani e i giovanissimi dei danni provocati dal tabacco. Grande successo ha avuto pure il kit di didattica ludica per l’educazione alimentare chiamato “Mangioco” voluto dalla sezione regionale dell’Airc, mentre altre iniziative sono in cantiere. Ma il professore Mistretta, la cui famiglia ha radici a Mussomeli e Villalba, cerca di far rivivere un mondo che esiste, ormai, solo nella memoria di chi lo ama. E’ così che Mussomeli ritorna la città europea in cui gli intrecci familiari sono storia politica, delle lettere e delle idee. Scavando (con metodo e disposizione all’indagine psicologica) nel punto di intersezione in cui memoria, racconto ed affetti diventano, praticamente, indistinguibili sono nati i due romanzi “Casa di pietra” e “Archivi del sud”. Quest’ultimo rovescia il punto di vista dell’opera di Marguerite Yourcenar, per raccontare la saga dei Sorce-Malaspina, l’antica famiglia della Lunigiana della quale Antonio è discendente. 

“Pur non avendo mai vissuto a Mussomeli ed essendo, anzi, colpevolmente latitante, il legame è rimasto molto forte. La figura chiave della mia infanzia, quella alla quale resto debitore del mio amore per la cultura, è la zia Maria Mistretta, animatrice, nel secolo scorso, insieme con altri personaggi femminili, della vita culturale del Vallone. A pensarci, nel cuore della Sicilia, per un pò di tempo, si è vissuto come se ci si trovasse a Vienna o a Parigi”.

Proprio domani cade il 15° anniversario della scomparsa del padre di Antonio: il medico, professore di fama e dirigente di istituzioni culturali Antonino Mistretta, al quale, due anni fa, è stata intitolata una strada di Mussomeli e “la cui assenza – dice Antonio – ha fatto risalire in me il legame ancestrale con il paese di origine”. Certo che anche la personalità poliedrica di Antonino rimanda alla temperie culturale della  Mussomeli di un tempo. Se Roma è il luogo dove Antonio si incontra con la moglie Flavia, docente di diritto europeo che ha deciso di abbracciare la carriera di chef ottenendo riconoscimenti persino del prestigioso New York Times, a Catania il professore Mistretta torna sempre nella sua casa del centro storico. Lì custodisce cimeli di famiglia, carteggi, fotografie di antenati, personaggi della cultura isolana e persino la testimonianza di qualche scrittore che ha fatto la storia della letteratura. D’altra parte, lettere e medicina sono spesso andate a braccetto, fino a toccare i vertici di Anton Čechov o di Arthur Conan Doyle.

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Quello scherzo a Pirandello… (a cura del prof. Salvatore Vaccaro)

Quello scherzo a Pirandello… (a cura del prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSSOMELI – Quasi 40 anni fa ho avuto il piacere  di visitare per la prima volta la ricca biblioteca di Paolo Giudici, l’autore del capolavoro Quadìa terra di mori. Fu sua figlia Giuseppina, allora docente di Liceo e consigliere comunale, a farmi da guida ed a donarmi una dozzina di libri scritti dal padre, tra i quali Quadìa, che fu pubblicato una seconda volta nel 1968 anche a cura del figlio Enzo, anche lui scrittore e critico letterario, dopo la prima pubblicazione non molto fortunata del 1930, causata soprattutto dal fallimento della casa editrice di Milano, che ne impedì la diffusione.

         Le 50 e passa opere di Giudici (Mussomeli 1887 -Palermo 1964 e sepolto qui a Mussomeli), comprendono, oltre a 10 romanzi, 6 raccolte di poesie, tra cui L’oasi della felicità, traduzione di 4 opere di V. Hugo, una grammatica della lingua araba, diari e libri di viaggi, nonché più di 20 tra critica letteraria e storia, tra cui 8 volumi della Storia d’Italia. Ma l’opera più apprezzata dai critici e letterati del tempo,  anche se non molto conosciuta, è sicuramente Quadìa, un romanzo in cui, come dice Leonardo Sciascia nella prefazione del libro pubblicato nel 1968, c’è un salto evidente di qualità rispetto agli altri della categoria rosa o di erudizione, e si ravvede quasi un processo di  “conversione, un momento di compiuta verità, un libro che resta, in un periodo, come quello fascista, come scrive sempre Sciascia, nel quale un’opera come Quadìa, di tipo regionalista e di ispirazione verghiana, di un autore inquieto, solitario, alla ricerca delle radici della propria vita, della propria natura, diventava sospetto… e, chissà, forse per questo, immagino, non meritava di avere attenzione e successo (?!).

         Carlo Pellegrini, scrittore e critico letterario, nella prefazione ad un’opera di Paolo Giudici sui romanzi di Antonio Fogazzaro ed altri saggi, pubblicata nel 1969,  sostiene che Quadìa è nella naturale linea verghiana, ma con un accento tutto personale e pagine ricche di delicata poesia, in cui manifesta il suo amore per il suo paese natìo, la sua campagna, le sue tradizioni ancestrali. Anche in un articolo di Giuseppe Quattriglio sul Giornale di Sicilia dell’8 aprile 1969, Quadìa viene giudicata come l’opera più matura e significativa. E parlando del Giudici, scrive di quanto fosse instancabilmente curioso del mondo e come la sua sete di conoscere lo portò ad imparare l’arabo, di cui scrisse una grammatica, e ad intraprendere viaggi soprattutto nei paesi arabi. A questo proposito il Quattriglio racconta di come la curiosità e la conoscenza dell’arabo portasse il Giudici, nel 1910, a recarsi alla Mecca, vestito con il tipico baracano, ampia veste araba, ed a varcare,  insieme ai pellegrini musulmani, con il  rischio della propria vita, la soglia sacra agli islamici e proibita ai fedeli delle altre religioni. E le impressioni di questo viaggio li annoterà poi nell’altro suo romanzo del 1933, La tribù distrutta (uno squarcio di vita nelle lontane terre del mondo arabo) di cui disse, quasi come un simpatico mistificatorio “postsignano” (!) dell’abate Vella, e qualche arabista del tempo vi credette (!), che si trattava della traduzione di un antico manoscritto arabo di Omar El Bedaui, mentre, invece, lo aveva scritto lui, dal primo all’ultimo rigo.

Ma il Giudici, come si racconta nel suddetto articolo del Giornale di Sicilia e su notizie fornite dal figlio Enzo, la burla più grossa la fece all’amico ed ormai famoso scrittore Luigi Pirandello, che sarà insignito di lì a poco, nel 1934, del premio Nobel per la letteratura. Finse di avere scoperto un manoscritto del grande Giovanni Verga, lo scrittore dei Malavoglia, ma si trattava di brani del suo Quadìa. E Pirandello, ignaro dello scherzo, lo incoraggiò a cercare ancora per ricomporre tutto il manoscritto, perché era molto bello e si trattava del migliore Verga che avesse letto. Quando poi, nel 1930, nel pubblicare Quadìa, ne fece avere una copia  a Pirandello, questi non gradì lo scherzo e gli tolse per un bel po’ la sua amicizia. Ma dopo qualche mese, nel riceverlo a casa sua, insieme ad un altro amico, lo scrittore agrigentino gli disse bruscamente e simpaticamente che non c’era proprio bisogno di fare questi trucchi, perché la sua bravura, prima o poi,  l’avrebbe riconosciuta ugualmente (!!).

         In questi giorni ho letto e riletto un’altra volta Quadìa, e devo dire che il  libro si legge tutto d’un fiato. E’ quasi una piacevole camminata a piedi tra i sentieri della verdissima e magica contrada dalla storia millenaria ed i vicoli e le strade polverose della nostra Mussomeli di più di cento anni fa. Un romanzo amaro, triste e malinconico, ma soffuso di dolce nostalgia per  i bei tempi andati, con la robba (bellissima la pagina in cui racconta delle sorelle Lo Manto quando parlano della Quadìa o quella dell’usuraio Nofrio Sanguisuga, dal naso a civetta, che, a letto con una polmonite e con occhi lucidi pieni di febbre, controllava la Nora Firriola, la parente lontana che sapendolo in fin di vita andava ora a servirlo, che non frugasse tra le sue cose dove aveva i denari nascosti), come nei romanzi veristi del Verga, al centro della povera o ricca vita quotidiana, con le speranze represse e le sconfitte brucianti. Anche qui, come nei Malavoglia, in Mastro Don Gesualdo o nelle Novelle rusticane del Verga, c’è una saga dei vinti nella dura lotta della vita lacrime e sangue, dei protagonisti perdenti Don Giuseppe Lo Manto, con l’incubo della sua cambiale che non riesce più a pagare e la sua tragica morte, Grazia la Mora che sperava di fare la signora affrancandosi dalla fatica e dalla miseria,  e Vanni, il figlio della colpa, che avrebbe dovuto diventare dottore in medicina e riscattare la famiglia, ma che finisce solo come un cane e in carcere; e poi, come per liberarsi dall’invidia e dall’odio che lo soffocavano,  abbandonerà sogni e miserie del piccolo mondo della Quadìa e di Mussomeli, e si arruolerà volontario nella prima guerra del 1915-18.  Attorno ai protagonisti, altre figure nitide, straordinarie di personaggi realmente vissuti, come Don Pasquale Molè e la sua San Giovanni, il medico Don Cataldo Lima ed il suo sogno del socialismo e dell’uguaglianza tra i signori ed i poveri cristi,  Nino Lanzalaco ed il suo carrozzone postale che va su e giù per la stazione di Acquaviva. Ed altri personaggi inventati ma molto familiari come le sorelle ed i fratelli Lo Manto, comprensivi con Don Giuseppe o spesso sprizzanti veleno dagli occhi e dalla bocca per Vanni e sua madre, i maestri di scuola di Vanni nell’ex convento di San Domenico dalle grandi finestre piene di luce, il bullismo feroce a scuola contro Vanni, l’osteria della Marvisa, il fondaco di Teresa La Monica… Ed il romanzo, con i rumori familiari di una volta e le campane delle chiese che segnano i momenti della giornata, la mitica chiesetta di Santa Fara, ed i luoghi attorno alla Quadìa, con  nomi strani e spesso sconosciuti, come Margio Rosso, il piano della Mola, la timpa di Scifitelle, il pozzo di Lazzarelle, che scorre come un ruscello ora leggero, chiaro e limpido, ora cupo, doloroso e pieno di fango, con un linguaggio immediato, stilisticamente di una “purezza assoluta”, costellato di proverbi popolari e di battute fulminanti ed inaspettate, mi è sembrato, a volte, uno di quei bellissimi film in bianconero di una volta,  uno straordinario lungometraggio post-verghiano e per certi versi neorealista, soffuso di poesia e di nostalgia…un canto alla  propria terra… alla Quadìa terra di mori…che dà gioia a lu cori…un inno al proprio paese di un grande letterato, un uomo inquieto, scontroso, solitario…che merita, però, a 130 anni dalla sua nascita, come l’illustre suo vecchio zio Paolo Emiliani Giudici, riconoscenza da parte della sua Mussomeli, una dedica, una via…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro@gmail.com

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Corcorso di poesia “Accendi una stella”: termine prorogato al 20 maggio

Corcorso di poesia “Accendi una stella”: termine prorogato al 20 maggio

MUSSOMELI – E’ stato prorogato al 20 maggio il termine del concorso “Accendi una stella” riservato a poesie inedite, in ricordo di  di Giovan Battista Hodierna, aperto a studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, studenti degli istituti superiori e a contributi esterni. Al concorso si può partecipare con un’unica poesia inedita che dovrà essere scritta in lingua italiana, salvo sporadiche espressioni dialettali o prese in prestito da altre lingue (obbligatorio riportare la traduzione italiana in nota). Il tema sono “le stelle, i sogni, le aspirazioni individuali e collettive”. Tutto il materiale dovrà essere inviato, esclusivamente tramite posta elettronica, al seguente indirizzo clis016002@istruzione.it . Premi fino a 200 euro e targhe personalizzate.

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Sabato a Marianopoli edizione straordinaria della sagra dei prodotti tipici e musei gratis

Sabato a Marianopoli edizione straordinaria della sagra dei prodotti tipici e musei gratis

MARIANOPOLI – Tradizioni alimentari, cultura e prodotti locali ma anche promozione del commercio – sabato 13 maggio – saranno al centro dell’ edizione straordinaria della XXII sagra della ricotta e della filiera dei prodotti tipici della Valle del Bilìci a Marianopoli. L’evento di tradizione si ripete dal Natale 1993 e da quest’anno è inserito nel progetto d’eccellenza “Territori del vino e del gusto, con la collaborazione del Ministero ai beni  e attività culturali. In viaggio alla ricerca del genius loci”.

L’evento promuove il rilancio dell’agricoltura e dei prodotti rurali di tradizione, presidi Slow Food della Valle del Bilìci. Un forte richiamo la manifestazione vuole esercitare nel cuore della Sicilia agropastorale, assieme alla tutela e valorizzazione dell’importante paesaggio archeologico ed etnografico, con le collezioni di reperti in mostra permanente, a visita gratuita, presso il Museo Archeologico Regionale “Landolina” ed il Museo Etnoantropologico Comunale “Benvenga”, nel Palazzo della Cultura “Sikania”. Previsti anche animazione culturale e coinvolgimento del pubblico, conferenze tecnico-scientifiche per la valorizzazione ed il marketing territoriale dei prodotti e del paesaggio archeologico nonchè una estemporanea di pittura.

Obiettivo trasversale promuovere il sostegno alla commercializzazione per i prodotti titolati di biodiversità del Presidio Slow Food e della connessa filiera produttiva agroalimentare. Infine, momenti dedicati alla didattica nel “laboratorio del gusto Slow food” per la panificazione con farine di grani antichi, la lavorazione del latte, la produzione di formaggi e ricotta, che precederà il momento centrale della Sagra, con la produzione dal vivo della ricotta e della sua degustazione popolare, accompagnata da assaggi di pietanze salate e dolci ottenute con farine da grani antichi locali, oltre a quelli di pietanze tipiche della filiera agroalimentare.

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Venerdì sera il sound afroamericano del trio di Daniele Gorgone chiude “Cool Jazz”

Venerdì sera il sound afroamericano del trio di Daniele Gorgone chiude “Cool Jazz”

MUSSOMELI – Venerdì 12 maggio, alle 21, l’antica pasticceria dei Normanni ospita il trio del pianista toscano Daniele Gorgone che chiuderà l’undicesima stagione di “Cool Jazz”. Oltre a essere un pianista energico e brillante, Gorgone è compositore ed arrangiatore. Musicista tecnicamente solido, possiede uno stile raffinato e un sound che fa propria la tradizione la cultura jazzistica americana in Italia. Nel corso della sua carriera ci sono collaborazioni di prestigio e progetti notevoli.  Tra le sue collaborazioni spiccano nomi di grandezza assoluta come Jason Marsalis, Garrison Fewel, Joe Lee Wilson, Andy Gravish, David Schnitter, Peter King, Farizio Bosso, Flavio Boltro,  solo per citarne alcuni. In questo trio siciliano Gorgone è accompagnato dai giovani  affermati talenti del panorama jazzistico isolano  Giovanni Villafranca al contrabbasso e Paolo Vicari alla batteria. Ospite speciale ai sassofoni Claudio Giambruno che, ormai, è una presenza abituale nelle stagioni di Cool Jazz.  I musicisti eseguiranno  original e standard della tradizione afroamericana.

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Comune Mussomeli

 

 

 

 

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