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Archivio | Cultura

 

Per 4 giorni ”I mille volti e nomi di Maria” ad Acquaviva

Per 4 giorni ”I mille volti e nomi di Maria” ad Acquaviva

Acquaviva-Si terrà il giovedì 7,venerdì 8, sabato 9 e domenica 10 dicembre, la manifestazione ”I mille volti e nomi di Maria”, organizzata dalla Parocchia ”Santa Maria della luce” in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Acquaviva Platani. Si tratta di una mostra di imagini sacri sulla Madonna e  sugli appellativi  che la caratterizzano. Si mettono in mostra imagini antiche e moderne, tratti dell’ iconografia Mariana, ma anche imagini provenienti da famosi artisti. Nel contesto della manifestazione ci sarano tenute due importanti conferenze dell’ Arch.Giuseppe Maria Spera e della Prof.ssa Marina Castiglione.

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A Sutera la mostra “1943, lo sbarco – Sicilia senza Italia”

A Sutera la mostra “1943, lo sbarco – Sicilia senza Italia”

Morley Fletcher, l’unico in abiti militari, insieme al prefetto Cammarata ed i sindaci del Vallone.

Sutera-Venerdì 8 dicembre, giorno dell’Immacolata, alle 18,30, nei locali del museo etnoantropologico di Sutera (CL) verrà inaugurata la mostra “1943, lo sbarco – Sicilia senza Italia”.

La mostra è stata organizzata dal Comune di Sutera, dal museo etnoantropologico e dal servizio civile della Confcooperative. I visitatori saranno accompagnati lungo il percorso dal dott. Giuseppe Insalaco di Acquaviva. Il sindaco Grizzanti e l’assessora alla cultura Montalto Monella porgeranno il loro saluto di benvenuto.

La mostra si occupa di ricostruire la struttura organizzativa del Governo Militare Alleato, in particolare nella provincia di Caltanissetta amministrata dal colonnello Irish e, nel distretto di Mussomeli, dal maggiore scozzese Morley Fletcher.

Due i percorsi sviluppati: quello giuridico, politico e amministrativo con i proclami ed i general orders del governo militare alleato, la Sicily Gazette e la guida per i soldati americani ed inglesi, nonché i giornali dell’epoca, tutti esposti in originale; il secondo, militare, con alcuni reperti di guerra provenienti da varie parti dell’Isola ed una serie di fotografie in buona parte della nostra provincia, per le quali ringraziamo Lorenzo Barone di San Cataldo per le sue segnalazioni.

La mostra resterà aperta per buona parte del mese di dicembre.

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“CARMEN” conquista tutti: L’orchestra della scuola media di Milena a teatro Bellini di Catania

“CARMEN” conquista tutti: L’orchestra della scuola media di Milena a teatro Bellini di Catania

Milena-Un’esperienza unica, quella vissuta dagli alunni del corso ad indirizzo musicale della Scuola Secondaria di I grado di Milena e Montedoro che, lo scorso 22 Novembre, li ha visti emozionati ed affascinati da una “Carmen”di G. Bizet, tutta danzata, in una prestigiosa cornice, quale il Teatro V. Bellini di Catania. I cinquanta studenti partecipanti, a conclusione di un accurato lavoro propedeutico svolto in classe e guidato dai docenti di strumento musicale (prof.ri Domenico Debilio, Sarah Mastrosimone, Giuseppe Milia e Fabio Palmeri) hanno assaporato personalmente la “magia” del teatro, partecipando con entusiasmo ed attenzione ad uno spettacolo che ha senza dubbio ampliato i loro orizzonti culturali e musicali, consentendo anche di accrescere l’entusiasmo per lo studio della musica.

Lo spettacolo, suddiviso in quattro quadri liberamente ispirati alla novella di Prosper Mérimée e all’opera di George Bizet, ha visto in scena il rinomato Balletto di Milano e l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini diretta magistralmente dal maestro Gianmario Cavallaro.

Questa positiva esperienza, fortemente incoraggiata e voluta dal Dirigente Scolastico Dott.ssa Calogera Genco, è giunta alla sua seconda tappa; già lo scorso anno infatti, i giovani “musicisti” hanno assistito a “Lo schiaccianoci” di Tchaikovsky e in quell’occasione, hanno avuto modo di scoprire la bellezza e la storia del Teatro Bellini e dell’omonimo compositore.

Entusiasti per l’iniziativa, anche le famiglie degli alunni partecipanti, fiduciosi nel perseguire eventi e progetti di tale spessore.

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«Cenabis bene», si parlerà anche del castello Manfredonico di Mussomeli grazie all’archeologo Gianluca Calà

«Cenabis bene», si parlerà anche del castello Manfredonico di Mussomeli grazie all’archeologo Gianluca Calà

Al via una “due giorni” alla riscoperta delle tradizioni culinarie e non solo. L’appuntamento, che va sotto il nome di «Cenabis bene», è soprattutto dedicato all’alimentazione nella Sicilia Antica.

Ma si parlerà anche del castello Manfredonico di Mussomeli con l’archeologo Gianluca Calà.

Si parte nel pomeriggio del primo giorno di dicembre nella cornice di palazzo Moncada, a Caltanissetta, con gli interventi del sindaco di Caltanissetta, Giovanni Ruvolo, del soprintendente ai beni culturali, Vincenzo Caruso, l’assessore alla Cultura di Caltanissetta, Carlo Campione, il presidente della Proloco, Giuseppe D’Antona e il presidente regionale di Siciliantica, Simona Modeo.

A seguire Daniele Malfitana di Cnr-Ibam Catania, Rosalba Panvini commissario straordinario del libero consorzio dei comuni di Caltanissetta, Dario Palermo dell’università di Catania e Roberto Sammartano dell’università di Palermo, Carmela Raccuia ed Elena Santagati dell’università di Messina e l’archeologa Marta Fitula.

Il 2 dicembre il programma prevede gli interventi di Giovanni Uggeri dell’università La sapienza di Roma, di Giovanni Di Stefano dell’università della Calabria, degli archeologi Marina Congiu, Serena Raffiotta, Barbara Cavallaro, Silvana Chiaro, Dario Giuliano, Nicoletta Di Carlo e Gianluca Calà del soprintendente di Catania Marco Stefano Scaravilli, Sara Di Salvo e Vittoria Schimmenti del museo archeologico «Salina», Giulia Falco del polo regionale di Catania per i siti culturali, Fabrizio Mollo e Anna Maria Prestianni dell’università di Messina, Girolamo Sofia del museo archeologico «santi Furnari» di Messina, Carmela Bonanno ed Emanuele Canzoneri del polo regionale Ragusa , Carmela Cappa della soprintendenza  ai beni culturali di Catania e, per finire, Maria Teresa Mago, Rodolfo Brancato, Elena  Varotto, Antonio Barbera, Alberto D’Agata,  Francesco Muscolino, Sergio Taranto, Cristian Aiello, Palo Amato e Maria Lucia Patanè.

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Cammarata, domani in scena ”Non è amore”

Cammarata, domani in scena ”Non è amore”

Cammarata- Il 25 novembre 2017 alle ore 20:30, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, il Teatro Comunale G. Lena di Cammarata (AG) propone il primo dei due eventi in calendario dedicati alle donne.(il prossimo l’8 marzo 2018)
La serata prevede:
Talk a cura di Cinzia Orabona con Irene Catarella, Presidente FIDAPA BPW Italy – sezione Cammarata e San Giovanni Gemini .
Performance teatrale “Lilith”con Fabiola Arculeo, Regia di Cristiana D’Apolito, testi e illustrazioni di Elisa Bisignano”
Concerto della Women Orchestra diretta da Alessandra Pipitone con la partecipazione di
Fulvia Lo Cicero – soprano
Serena Dominici – mezzosoprano
Musiche di Mozart, Rossini, Puccini,Bizet e Offenbach
Durante la serata verrà aperta la candidatura per la seconda edizione del
Premio “Donna del Mediterraneo”, un riconoscimento alle donne di successo -Siciliane e non – che rappresentano una testimonianza concreta delle potenzialità femminili.

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TEATRO A MONTEDORO: In scena Giufà

TEATRO A MONTEDORO: In scena Giufà

Giufà, personaggio ponte che ha attraversato il tempo, lo spazio e la
storia, sarà protagonista di uno spettacolo teatrale pieno di musica e
colori, che vedrà le luci della ribalta accendersi il prossimo_ 1
DICEMBRE ALLE 21.00 _nel suggestivo teatro comunale di Montedoro. Le
storie di Giufà sono giunte intatte sino ai nostri giorni grazie al
Pitrè, medico palermitano, che col suo carretto ha girato in lungo e in
largo tutta la Sicilia per trascrivere dalla viva voce degli anziani,
più di un secolo fa, le antiche storie di questo bizzarro personaggio.
Un personaggio di cui troviamo testimonianza anche nell’Oriente e in
Africa, un personaggio “ponte” quindi, che ha attraversato il mare
insieme alle merci preziose che giungevano da quel mondo lontano. Oggi,
Giufà, diventa un divertente spettacolo teatrale e musicale, unico nel
suo genere, perché a portarlo in scena la compagnia teatrale _DONNE
INSIEME di_ Montedoro con i ragazzi minori stranieri non accompagnati
della comunità _UN MONDO A COLORI_ di Montedoro, gestita dalla
cooperativa sociale Etnos. Un tuffo quindi nel lontano passato dei
ricordi attraverso cantanti, attori e ballerini che racconteranno le
avventure di questo giovane, talmente stupido da portarsi dietro la
porta di casa, e talmente obbediente da vendere la “tela” ad una
statua. Uno spettacolo frutto di un percorso di integrazione, fortemente
voluto dalla responsabile della struttura per minori, la dott.ssa Maria
Rosaria Bufalino. Ad accompagnare in questo viaggio speciale
all’insegna del divertimento e della musica, la partecipazione
straordinaria dei “Fusibili”, duo comico, della scuola di danza
“Scarpette Rosse” diretta da Francesca Gallina, del complesso
Bandistico “Vincenzo Bellini” di Montedoro e del cantautore Giacomo
D’Agostini. I costumi sono di un giovane ragazzo nigeriano, Henry G.,
che li ha saputi creare e cucire con maestria, la regia e il
coordinamento di Francesco Daniele Miceli, con l’alto patrocinio dello
SPRAR-  ministero dell’interno e del comune di Montedoro.

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Venerdì riparte la rassegna di Teatro Comico “Cabarettiamo?” con Pippo Franco

Venerdì riparte la rassegna di Teatro Comico “Cabarettiamo?” con Pippo Franco

Mussomeli- Dopo il successo della scorsa edizione prosegue nei locali della Antica Pasticceria Normanna a Mussomeli la rassegna di teatro comico “Cabarettiamo?” che avrà più appuntamenti primo tra questi lo spettacolo “Svalutescion” del noto attore Romano Pippo Franco.

Un evento tutto da ridere dice il dir. Artistico della rassegna, l’ attrice Adriana Tuzzeo: “L’evento sta riscuotendo parecchio successo, siamo entusiasti di portare avanti un progetto che avvicina la città al teatro e mi auguro che presto a Mussomeli si possa pensare ad una vera e propria programmazione teatrale.

Note sullo spettacolo: Il noto e amato attore romano con la verve brillante che lo contraddistingue toccherà gli argomenti più disparati della società contemporanea a partire proprio dalla attuale situazione economica. Il percorso dello spettacolo si articolerà anche attraverso le analisi del cambiamento che ha portato la società moderna a confrontarsi sempre meno con i valori che hanno contribuito a sviluppare la stessa società. Dalla religione alla filosofia, dalla mancanza di dialogo che regna ormai in ogni famiglia alle difficoltà che le coppie incontrano quotidianamente e che li ha portati a non avere più comprensione gli uni verso gli altri. ll tutto è esaltato dall’ironia e dalla comicità di Pippo Franco il quale argomenterà a partire dai tempi di Pitagora fino ad arrivare ai giorni nostri in cui il degrado culturale e lo sfibramento di ogni valore costruito nel tempo sembrano perdersi nei dibattiti intelligenti dei talk show dove per essere opinionisti basta alzare la voce o sciorinare il vocabolario degli epiteti più coloriti o ancora nelle struggenti vicende che tengono con il fiato sospeso gli Italiani che seguono i reality. Dove si andrà a finire non ce lo svela il popolare comico romano, ma di sicuro aiuterà i presenti che assisteranno allo spettacolo a divertirsi e a dimenticare, anche se solo per circa due ore, il declino di questa povera società. 

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IL CASTELLO ED I RESTAURI DELL’ARMO’(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

IL CASTELLO ED I RESTAURI DELL’ARMO’(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Mussomeli-(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro) Nel 1994, nel decennale di Progetto Vallone, viene pubblicato con “I restauri dell’Armò”, il primo dei 3 libri dedicati al Castello di Mussomeli, il monumento storico-artistico-architettonico più prestigioso del nostro paese. Si tratta di una ristampa del supplemento, ormai introvabile, dell’autorevole rivista mensile “L’Architettura Italiana”, edita nel maggio del 1911 dalla Società Italiana di Edizioni artistiche C. Crudo & C. di Torino, con uno speciale sui restauri del nostro castello, curato dall’arch. Ernesto Armò, docente di architettura nella Regia Università di Palermo. La pubblicazione, oltre a 30 tavole fotografiche e 8 figure, consta di circa 20 pagine di storia sulle origini di Mussomeli e del suo castello, nonché di una minuziosa descrizione dei suoi ambienti e degli straordinari interventi di restauro e di risanamento effettuativi. Ad arricchire il supplemento della rivista del 1911, sono state aggiunte, nella ristampa del 1994, 8 fotografie originali dell’Armò, datemi, allora, dall’amico Giovanni Camerota, così da rendere più completa e più interessante la documentazione sulle eccezionali operazioni di restauro, senza i quali, come già accennato nel servizio di domenica scorsa, oggi, non avremmo altro che un cumulo di macerie.

Abbiamo eseguito dei restauri, scriveva l’Armò, ma precipuamente abbiamo impedito la immane rovina di tutta quella parte a mezzogiorno… molta ne trovammo rovinata e precipitata nella sottostante pianura, dove con diligenza abbiamo ricercato il materiale e diligentemente riportato e rimurato…”. In due anni, dal 1909 al 1910, servendosi delle cave di pietra locali e di quelle di Melilli per gli intagli più fini (visto che si era esaurita la cava locale da cui erano stati intagliati i pezzi antichi più pregiati), il lavoro di risanamento e consolidamento del castello, con le poche risorse disponibili, assume aspetti davvero unici, qualcosa di inimitabile sia sul piano storico che su quello strettamente artistico-architettonico. Se si pensa, come si può ancora osservare da altro materiale fotografico che qui si pubblica, che gli ambienti rimasti quasi integri fossero solo l’interno della cappella e le tre sale con volte a crociere, ma con le aperture ed altre parti murarie rivolte a sud del tutto rovinate e cadenti, si capisce senz’altro l’immane lavoro di ricucitura e di creazione quasi dal nulla di archi, portali, bifore ed altri elementi e particolari architettonici.

Ed a proposito delle 6 bifore che non sono tutte uguali, perché diverse nelle dimensioni e nelle componenti strutturali, non fu trovato nemmeno un pezzo di colonnina o di elemento architettonico. Come ci dice l’Armò, “l’opera devastatrice del tempo dovette disperdere, se pure non furono trafugati, questi preziosi testimoni della genialità chiaramontana”. Tutte le bifore, infatti, ed altri elementi architettonici e decorativi, come il portale della Sala dei baroni, alcuni archi, capitelli, pilastri, verranno ricostruiti quasi da zero, secondo lo stile chiaramontano, stile decorativo ed architettonico, dichiaratamente fatto proprio dall’Armò, in base ai suoi studi ed alle sue indagini, e su cui, come vedremo prossimamente, vi sono delle riserve e dei dubbi, espressi da esperti di quel periodo ed anche recentemente. Se si guarda, ad esempio, l’immagine del castello, vista sud, degli ultimi anni dell’800, uno straordinario documento fotografico, fatto almeno un decennio prima dei restauri dell’Armò, si può notare come le 5 aperture degli ambienti che danno a strapiombo lato mezzogiorno, e cioè le aperture delle tre sale con volte a crociera, della sala dei baroni e del cortile antistante, siano del tutto sprovviste di elementi architettonici o di altri decori ornamentali di qualsiasi tipo o stile. Anche il particolare dell’immagine dell’apertura che dà sulla sala dei baroni, completamente distrutta, prima dei lavori dell’Armò, dimostra che non vi erano elementi decorativi ed ornamentali che facessero pensare ad un portale di stile chiaramontano come quello del Palazzo Steri di Palermo.

Solo il portale della Cappella, anche se molto danneggiato come si vede dall’immagine fatta prima dei restauri, farebbe pensare allo stile dello Steri, ma non sappiamo se sia un’opera successiva alla costruzione delle tre sale con volte a crociera che, come dirà Bodo Ebhardt, l’architetto dell’imperatore Guglielmo II di Prussia, e qualche altro studioso di quei tempi, sono del periodo federiciano o tardo federiciano, cioè di almeno un secolo prima rispetto al periodo di Manfredi III Chiaramonte. E se si presta fede a quanto sostenuto da esperti della sovrintendenza di Caltanissetta in merito al materiale fittile trovato durante uno scavo nel torrione del castello, in occasione dei lavori di consolidamento e risistemazione, effettuati a partire dalla fine degli anni 80, la costruzione del castello potrebbe risalire al periodo arabo-normanno, a tre secoli prima, cioè all’XI secolo ! Un altro rebus nella storia delle origini del nostro paese.

E’ innegabile, però, al di là delle perplessità e dei dubbi emersi su cui torneremo ancora nei prossimi servizi, che lo studio, il restauro e gli interventi di ricostruzione fatti dall’Armò, sono un grande capolavoro artistico ed architettonico che fa parte della storia del nostro castello e della nostra comunità. Ed alla fine della sua pubblicazione, oltre a citare coloro che l’avevano aiutato in questa straordinaria impresa, il costruttore Domenico Paladino di Palermo, che ha eseguito molto egregiamente i lavori di restauro, l’abilissimo intagliatore Domenico Puma, l’impareggiabile scultore ornamentale Giuseppe Ajello, lo scrupoloso e diligente assistente ai lavori Simone Rutelli, il noto artista fotografo Vincenzo Lo Cascio, collaboratore dell’Illustrazione Italiana e della Stampa Sportiva di Torino, ringrazia anche Desiderio Sorce, Testadiferro, di cui abbiamo parlato diffusamente, nei due precedenti articoli domenicali, come uno degli illustri benemeriti della nostra comunità, perché, da premuroso ammiratore del Castello ed amministratore locale dei Principi di Trabia e Scalea, è stato un cosciente e fedele ausilio(!!)

Egli avrebbe voluto continuare e completare l’opera di restauro, anche se occorreva ancora tanto studio… e tanti soldi! Avrebbe desiderato trovare le vie di comunicazione tra i vari ambienti inferiori e superiori, ma, soprattutto, rintracciare quel passaggio segreto (!!), che doveva esistere da qualche parte per facilitare l’uscita in caso estremo di bisogno, come in tutti gli altri castelli normanni… e concludeva: “solo allora quando codeste opere d’amore alla Storia dell’arte, e principalmente al nostro paese, saranno compiute, il magnifico Castello di Mussomeli, prendendo a prestito le parole di Giuseppe Pipitone Federico, a nido d’aquila fuso nella rupe, che ha destato di recente l’ammirazione di Guglielmo II di Hohenzollern, richiamerà l’attenzione dei viaggiatori su Mussomeli, suscitandone gli entusiasmi come una delle più mirabili opere di bellezza del Medio Evo a noi pervenute”!

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LA NOSTRA “ BELLE EPOQUE” DI OLTRE 100 ANNI FA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

LA NOSTRA “ BELLE EPOQUE” DI OLTRE 100 ANNI FA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa nel parlare del truce e misterioso omicidio di Desiderio Sorce, detto Testadiferro, e degli intrighi di potere che bloccavano la crescita del nostro paese, ci siamo soffermati soprattutto sul suo prezioso e determinante impegno sociale che, insieme ad una classe illuminata di intellettuali benestanti, determinò una sorta di belle époque nostrana, in grado di imprimere una svolta  storica per il  nostro paese dei primi anni del ‘900,  una svolta dei cui frutti, fortunosamente, pur non del tutto consapevoli, ancora oggi beneficiamo. Tra gli ultimi anni dell’800 e fino al 1913, l’anno della tragica fine del benemerito sindaco Desiderio Sorce, vi fu, infatti, un grande fermento culturale che diede le basi per una rinascita della nostra comunità locale. Fu in quel periodo che, grazie a Desiderio Sorce, amministratore dei casati dei principi di Trabia e Scalea, oltre ai primi piccoli  consolidamenti delle parti più pericolanti, fatti alla fine dell’ottocento, si pensò al restauro del Castello Manfredonico che rischiava, ormai, come confermerà lo stesso architetto Ernesto Armò, di cui parleremo più sotto, di non lasciare alcuna traccia della sua imponenza monumentale.

Si ricostruiva, allora, nel 1907, la torre dell’orologio; si istituiva, dal 1910, la festa e la fiera del Castello per dare impulso allo sviluppo dell’agricoltura; si pensava, in quel periodo, alla costruzione dell’ospedale di Via Giacomo Longo, (struttura completata nel 1887 e servizio sanitario iniziato verso il 1903), un edificio di grande pregio storico-architettonico, forse dell’illustre arch. Ernesto Basile. Fu pure il periodo delle prime scuole pubbliche elementari, con le classi maschili a San Domenico, e le femminili sia all’istituto Sorce Malaspina che al Collegio di Maria; delle prime pubblicazioni storiche, vedi quella su Mussomeli del prefetto Giuseppe Sorge, nel 1910,  quella sul santuario della Madonna dei Miracoli del sac. Salvatore Scozzari, nel 1906, ma anche quella del sac. Giuseppe Calà, nel 1909, rimasto manoscritto. Come non pensare, pure, al primo settimanale locale, il Tin Ton, nel 1910/11, condotto da alcuni preti illuminati di Mussomeli, Gaetano Valenza, Salvatore Giacalone, Pasquale Mulè e… Salvatore Scozzari, in continuo contatto epistolare con Don Luigi Sturzo di Caltagirone, il fondatore del Partito Popolare e l’ispiratore delle prime casse rurali. Il Piccolo credito agrario, poi Cassa rurale ed artigiana San Giuseppe, che darà una boccata d’ossigeno all’asfittico sistema economico locale, nascerà nel 1903.

    Qui, con la relazione sulle “Condizioni attuali del castello” del 1909 e la pubblicazione sulla rivista L’Architettura Italiana, edita a Torino nel maggio del 1911, de “Il Castello di Mussomeli ed i suoi restauri”dell’arch. Armò (pubblicato da Progetto Vallone nel 1994), vorrei cominciare un piccolo interessantissimo viaggio intorno al nostro maniero, il bene storico locale più importante e più prestigioso che abbiamo, fatto dichiarare monumento nazionale nel 1908, proprio su richiesta dell’allora sindaco Testadiferro. Con la sua grafia ordinata e chiara, come si può vedere dalla riproduzione di parte del manoscritto qui pubblicato, l’Armò scriveva, prima dell’inizio dei restauri: “il Castello è talmente insidiato dall’opera devastatrice del tempo che richiede con la massima urgenza l’aiuto del costruttore e dell’amoroso restauratore. Andrò descrivendo ogni cosa, percorrendolo, e man mano andrò richiamando l’attenzione su quelle parti che hanno più bisogno di conservazione e di restauro”. Si tratta di un documento storico straordinario, che, con la sua meticolosa descrizione di tutti gli ambienti, ci dà un quadro completo di quelle che erano le condizioni del nostro monumento medievale. E’ innegabile, come si capisce anche dalle bellissime ed eccezionali foto della seconda metà dell’800, che, ormai, erano pochissimi i muri, le bifore, i portali e gli archi rimasti integri.  Molti conci, con l’inizio dei restauri, saranno recuperati dall’Armò sotto ed attorno al castello. E possiamo dire, senza ombra di dubbio, che se non ci fosse stato l’interessamento di Desiderio Sorce e di quel gruppo benemerito di intellettuali, oltre allo studio certosino ed all’opera altamente professionale dell’Armò, (nel 1904, fu pure incaricato dal rettore padre Giuseppe Calà, primo storico di Mussomeli, di disegnare e rifare l’altare principale del santuario della Madonna dei Miracoli), oggi, del nostro castello non ci sarebbero nemmeno i ruderi.

I muretti antichi della prima rampa di accesso, ci riferisce l’Armò, già allora si stavano irrimediabilmente perdendo ed, oggi, purtroppo, non n’è rimasto quasi niente. Lo spazio alla fine della prima rampa, prima dell’ingresso principale, era utilizzato addirittura come rifugio di pastori (!!). La prima porta, sulla quale vi erano, a sinistra, allora decifrabile, lo stemma dei Castellar (le tre torri), a destra uno stemma ormai distrutto ed irriconoscibile, doveva essere liberata da una recente muratura, fatta per sostenere l’arcata che rischiava sicuramente di crollare. La volta della scuderia minacciava di venire giù ed il pavimento era tutto coperto di terra. Sul secondo ingresso, egli riusciva ad intravedere uno stemma con un’aquila che sormontava il vano del portone, e su un lato del muro il giglio e le tre torri dei Castellar. Molti muri del secondo recinto erano quasi tutti cadenti ed il  materiale di alcune bifore e feritoie in massima parte perduto. La sala dei baroni in quasi completa rovina, compresi i 5 grandi archi della sala delle armi sottostante. Era urgentissimo, scriveva l’Armò, consolidarli e collegarli con travature per ripristinare il solaio, e rafforzare ed incatenare le fabbriche eliminando anche le brutte sovrapposizioni in muratura che erano state fatte qualche decennio prima. La stanza delle tre donne doveva essere liberata da bruttissime recenti opere murarie e restaurata. Anche le tre sale successive, relativamente ben conservate, con finestre bifore molto rovinate, e coperte da volte a crociera con costoloni in buono stato, avevano bisogno di alcuni interventi necessari ed immediati. Le tre sale coperte a crociera, dice l’Armò, pare che non avessero mai avuto una copertura a tegole, e che un tubo di argilla attraversasse una delle crociere, nel suo spessore, per fare, forse, da portavoce (!!). Inoltre si doveva provvedere alla stabilità delle costruzioni del secondo recinto, ancora in piedi, al consolidamento del  mastio, il cosiddetto mulino, al restauro del portale della cappella, che come quella della sala dei baroni, era molto corrosa dal tempo ed in cattive condizioni di stabilità. Il suo interno, con volta a crociera, discretamente conservata, scrive, era stato barbaramente intonacato, e doveva essere scrostato accuratamente. Da ripristinare i merli delle mura attorno, di cui restavano solo poche tracce, e bisognava proteggere vani e bifore con adeguate chiusure per impedire la nidificazione di colombe e il conseguente gravissimo danno fatto dai cacciatori (!!) con i loro fucili sulle sacre mura del castello. Anche i sotterranei, con un sapiente scavo, andavano sgomberati dal materiale terroso, per liberare le vie di comunicazione, e gli eventuali passaggi segreti, tra i vari ambienti. Occorreva, riferisce il nostro architetto in quella sua relazione del settembre 1909, “un lunghissimo studio, una perseverante opera di ricerca e di restauro prima che il castello possa palpitare della sua vita e della sua storia”.

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L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

(A cura del Prof. Salvatore Vaccaro) MussomeliCon due paginoni a firma dell’amico e compianto Giovanni Camerota, su Progetto Vallone n.7/8 del 1994, si pubblica per la prima volta uno speciale su Desiderio Sorce, uno dei più illustri e benemeriti personaggi del nostro paese, quasi del tutto sconosciuto ai più, assassinato dalla mafia l’11 maggio del 1913, e detto, per il suo carattere forte ed inflessibile, Testadiferro. (Ci si auspica che le autorità comunali vogliano intitolargli almeno una via e restaurare la stele funeraria di C.da Pasquali!). Il nostro storico Sorge, nelle sue Cronache, scrive che Desiderio, suo cugino, oltre ad essere un ottimo e moderno amministratore dei vasti possedimenti dei Trabia, aveva dato impulso all’economia locale, migliorando in particolare le condizioni dell’agricoltura con nuove colture, nuovi sistemi di coltivazione e di concimazione, ed incrementando l’allevamento del bestiame.

Nell’ex feudo Canzirotta, per esempio, dove, nell’antica masseria, come abbiamo visto nell’articolo di giugno, una lapide ricorda il suo importante contributo, riusciva a rendere fertile e redditizia una terra fino ad allora arida ed improduttiva, facendo alberare viali e declivi montuosi, impiantandovi vigneti, scavando pozzi per l’irrigazione… In una inchiesta parlamentare del 1910 sulle condizioni dei contadini in Sicilia, condotta dal prof. Lorenzoni, l’azienda Canzirotta, in cui vi lavoravano centinaia di persone, era citata come un esempio di conduzione agraria. Anche nella sua Pasquali creerà una azienda vinicola che produrrà per la prima volta, dalle nostre parti, vini pregiati come il moscato.

A lui si deve, inoltre, nei primi del ‘900, la realizzazione della fiera del Castello allo scopo di dare una forte spinta all’allevamento del bestiame e dell’economia agricola del nostro paese. La fiera del 1 e 2 settembre è da allora, e fino agli anni 50/60, tra le più partecipate della Sicilia. Si dice che D. Sorce, per promuovere l’evento fieristico e per far partecipare gli allevatori più bravi con i migliori esemplari di bestiame, avesse istituito persino dei premi!

Testadiferro, sindaco di Mussomeli, dal 1898 al 1902 e dal 1906 al 1908, destinò a titolo gratuito, nel 1899, al Direttore Didattico G. Camerota, 21 are di terra coltivabile di sua proprietà, così da favorire la sperimentazione di nuove colture e l’insegnamento dell’economia agricola. Si adoperò, pure, coinvolgendo il principe Pietro Lanza di Scalea e servendosi della indispensabile progettazione e direzione dell’architetto Ernesto Armò, nel far restaurare il Castello Manfredonico, allora in condizioni disastrose. E’ grazie a quei restauri, che avranno inizio verso il 1909 e termine nel 1911, oltre a quelli più recenti degli anni 80/90, che, oggi, possiamo disporre del nostro straordinario “nido d’aquila”, fatto dichiarare, proprio nel periodo della sindacatura di Sorce, monumento nazionale! A lui dobbiamo, infine, tra le altre cose, il rifacimento della torre dell’orologio nei primi anni del 900.

Ed ecco come racconta G. Camerota, sulla base delle testimonianze di suoi vecchi parenti, quel doloroso 11 maggio di 104 anni fa: é domenica mattina, festa di San Pasquale. Il Sorce, con i suoi familiari, si trova a “pasquali di jusu” per partecipare alla messa nella chiesetta dedicata al santo dei pastori ed alla successiva festa campestre. Nel pomeriggio, decide di risalire verso “pasquali di susu” per andare incontro a suo cognato Giovanni che stava per tornare dal paese, con il campiere Vanni Maida. Mentre si dirige sulla trazzera verso “quattrufinaiti”, scorge in fondo quattro uomini a cavallo, e, subito dopo, sente uno sparo provenire da “u cuozzu’a rina”. Accorre di corsa impugnando la sua pistola e, riverso sanguinante sul margine della stradella, trova il cognato Giovanni, che però si finge morto. Ed allora lui punta deciso la sua arma contro i due banditi appostati dietro ‘u cuozzu, mentre altri due tengono le redini delle giumente imbizzarrite dal rumore dei colpi, ma Testadiferro viene anticipato da una loro fucilata che lo abbatte. Si dice che, al primo colpo, cadesse ferito e si fingesse morto anche lui, e che la domestica “la frattina”, precipitatasi urlante sul luogo del delitto si fosse improvvisamente azzittita su un cenno del suo padrone ancora vivo. Ma i due banditi che stavano già fuggendo a cavallo, insospettiti dall’improvviso silenzio della donna, tornano per dare, questa volta, il colpo di grazia che fa spegnere Don Desiderio in un lago di sangue.

Alcuni giorni dopo, come riporta Gero Di Francesco nel suo libro “Sutera Milocca…”, su indagine del procuratore Ettore Cipolla, originario di Villalba, verrà ritrovata, tra le carte di Testadiferro, una lettera di estorsione a firma (!!) di Salvatore Alliata Gallo e Calogero Randazzo, con la richiesta di 15mila lire! Ed a voler fugare qualsiasi dubbio sulla propria colpevolezza, o, meglio, a far sviare ulteriormente pericolose tracce che portassero ai veri mandanti, i due banditi fanno pubblicare dal Giornale di Sicilia, sei giorni dopo, il 19 maggio, una lettera anch’essa firmata (!!), in cui si assumono la responsabilità dell’assassinio consumato e con esito vittorioso nel territorio di Mussomeli e precisamente nell’ex feudo Pasquale in persona del signor Sorce Desiderio… ad evitare possibili arresti a persone innocenti, che godono la bella libertà (!!)”, e motivando l’uccisione del Sorce per essersi lui rifiutato di pagare quanto richiesto (!) e di essersi rivolto alla pubblica sicurezza!

Tutto sembrò dare ragione ai due criminali reo confessi, ma, sotto sotto, come si capisce, c’era un’altra pista. Intrighi e giochi di potere tra il prefetto del tempo Palumbo Cardella, il principe di Scalea e lo stesso Gaetano Bongiorno, nel collegio elettorale di Serradifalco (a cui aspirava a farsi eleggere come deputato al Parlamento lo stesso comm. Bongiorno), nonché altri fatti gravi per i quali il Sorce aveva dato le dimissioni dalla sua carica di assessore provinciale nella Giunta di cui era presidente proprio il Bongiorno. Alcuni anni più tardi, attraverso documenti e la corrispondenza privata tra i tre di cui sopra, G. Bongiorno sarà accusato di essere il mandante dell’assassinio di Desiderio Sorce, e, dopo una prima assoluzione nel 1919, verrà arrestato nel 1927, e, poi, rinchiuso nel carcere di San Vito di Agrigento, dove, nel 1932, morirà in circostanze misteriose, prima della sentenza del tribunale!!

Due anni dopo l’assassinio di Testadiferro, venne arrestato a Palermo il bandito Gallo in procinto di partire per l’America. Agli inquirenti, che gli troveranno delle cartoline inviatigli da un figlio del Bongiorno, ammetterà di avere ucciso (!) pure il complice e cognato C. Randazzo. E, in un susseguirsi di incredibili colpi di scena degni di un thriller dai contorni molto oscuri, lo stesso Gallo, che minacciava dichiarazioni clamorose, verrà a sua volta assassinato in carcere da Paolo Grisafi, un altro degno criminale, con una pistola che nessuno mai saprà da chi l’avesse avuto!

I funerali resi ieri al compianto cav. Desiderio Sorge, si leggerà sul Giornale di Sicilia del 17 maggio, furono degni dell’uomo che Mussomeli ha perduto… Dopo le funzioni religiose celebrate con rara solennità e dopo avere assistito alla lettura dell’elogio funebre nel quale il sacerdote Salvatore Scozzari seppe maestrevolmente ritrarre la figura del nostro concittadino, mosse per accompagnare la salma un interminabile corteo al quale presero parte le bande musicali dell’Ospizio Provinciale di Caltanissetta e dei comuni di Campofranco e Mussomeli, la scolaresca, le varie congregazioni locali, il clero e l’istituto Sorge Malaspina. Seguivano il feretro i principi di Scordia e di Deliella venuti espressamente in rappresentanza dei rispettivi genitori on. Principe di Trabia e senatore Principe di Scalea…, la Giunta Provinciale, i Sindaci e le Giunte Comunali, il Prefetto della Provincia, le autorità civili e militari del luogo… Tra gli altri, il vicepresidente della Giunta provinciale, comm. Guarino, nel dargli l’ultimo addio, affermava: “Desiderio, tu forse moristi per dire al male di qua non si passa! Forse tu non volesti piegarti alla mafia!!

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