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Scontra tra auto e scooter, centauro finisce in ospedale

Scontra tra auto e scooter, centauro finisce in ospedale

MUSSOMELI – Un impatto in prossimità del tratto iniziale e più trafficato del centralissimo vial Peppe Sorce. E’ successo stasera poco prima delle 22 quando, per cause in corso di accertamento, si è verificato uno scontro tra un giovane alla guida di uno scooter e una utilitaria.Sul posto si è subito formato un capannelo di persone alcuni delle quali si sono preoccupati di chiamare i soccorsi.  Ad avere la peggio è stato il centauro che, a cusa delle lesioni riportate,  è stato trasferito dagli uomini del 118 all’ospedale “I. Longo”.

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Il Direttore ha detto SI. Fiori d’arancio a Castello Incantato

Il Direttore ha detto SI. Fiori d’arancio a Castello Incantato

Mussomeli. Si è celebrato ieri il matrimonio tra Alberto Barcellona, il nostro direttore di Castello Incantato, e Eirini Bournelli. Tutta la redazione augura ai novelli sposi un sereno e radioso futuro insieme.

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In vacanza  muore 40enne mussomelese

In vacanza muore 40enne mussomelese

MUSSOMELI – Aveva deciso di riposarsi e rilassarsi con  la famiglia ma la vacanza si è trasformata  in tragedia. Pasquale Morreale, proprietario terriero mussomelese di 47 anni, stamane  è deceduto . Era ospite presso l’Hotel Lipari, del complesso alberghiero di Sciaccamare. Stando alla ricostruzione dei fatti, l’uomo si sarebbe improvvisamente sentito male. Il decesso è avvenuto per arresto cardiocircolatorio. Il medico del 118 ha tentato invano di rianimarlo ricorrendo al defibrillatore in dotazione all’ambulanza. L’uomo è morto davanti la moglie e i figli. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri per gli accertamenti di rito.Una ipotesi che perde consistenza è quella secondo cui il decesso sarebbe stato causato da  una banale puntura di insetto, rivelatasi fatale. L’uomo è arrivato  all’ospedale di Agrigento dove, purtroppo, non ci sarebbe stato nulla da fare. Lascia la moglie, la signora Maria Sole e i figli. Sgomenta l’intera comunità mussomelese per la tragica e inaspettata scomparsa di un marito, padre e onesto lavoratore, assai stimato e conosciuto in paese.

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L’America è a Mussomeli: in via Palermo la Statua della Libertà

L’America è a Mussomeli: in via Palermo la Statua della Libertà

MUSSOMELI –  L’America è in Italia, precisamente a Mussomeli. Grazie all’imprenditore e “self made man”  Pino Lupo che, dopo aver realizzato il sogno americano, ha coronato anche il desiderio di portare una icona degli States a Mussomeli. Da oggi, infatti, campeggia una riproduzione del monumento più caratterizzante di New York: la statua della libertà. Una fedele  riproduzione con fiaccola ardente in vetroresina  che è   alta, comprensiva del basamento,  oltre quattro   metri. In controtendenza, rispetto all’originale, sono stati, invece,  genesi e trasporto dell’opera. La statua   che si trova in America è stata realizzata in Europa e trasportata a New York. Quella che oggi è stata collocata  a Mussomeli ha seguito una rotta inversa: marchiata made in Usa ma destinata ad essere posata  in Europa. L’instancabile Mister Lupo ha posizionatao la copia della celebre scultura nella centralissima via Palermo,  all’ingresso dello stabile che ospiterà l'”American Residence”, una comunità alloggio per anziani e disabili.  “La statua rappresenta la libertà – spiega il businessman  italo americano – un valore che ho apprezzato in America e che dovrebbe essere garantito a tutti. E’ un omaggio a questo straordinario e irrinunciabile diritto dell’umanità”.

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Il giallo Bongiorno e la guaritrice di Caccione ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Il giallo Bongiorno e la guaritrice di Caccione ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Ventisette anni fa con i miei familiari ed un gruppo di amici, dopo una bellissima scampagnata in zona Quadia, decidemmo di salire sulla montagna di Caccione, alta sui 750 metri, e da cui, guardando verso sud, si tocca quasi con mano la incantevole rocca di San Paolino di Sutera. Era un fresco pomeriggio di primavera inoltrata e si sentiva nell’aria qualcosa di magico ed inspiegabile. Le pecore del signor Territo, incuranti della nostra presenza, pascolavano beatamente sulla piana della montagna, mentre noi, andando in giro nei dintorni a curiosare tra gli alberi e le piante, fummo attratti da una vecchia grande bianca casa dalle porte spalancate, la casa di “mamma Cruci”.

Dentro, in un’atmosfera quasi surreale, tutto era ancora in ordine, come se, da un momento all’altro, dovesse tornare la guaritrice di Caccione. Le suppellettili stavano sul vano della cucina, sui tavoli e le vecchie sedie, e i quadri dei santi erano ancora appesi sui muri. Non ricordo se ci fosse anche il quadro del Cuore di Gesù, davanti al quale, mi dissero, lei andava in estasi, per implorare la guarigione di chi si recava a trovarla.

Ci racconta Gero Di Francesco, su un numero di Progetto Vallone dell’ottobre 2000, mamma Cruci, all’anagrafe Crocifissa Costanzo, era di Mussomeli, dov’era nata il 23 aprile 1852. Suo padre si chiamava Pasquale e sua madre Sorce Maria. Nel 1911, lascia Mussomeli e va ad abitare a Sutera, nei pressi di Piazza Sant’Agata, dal fratello Giuseppe che aveva sposato una suterese, Rosa Vitellaro. Ben presto, però, l’arciprete Giuseppe Nicastro, il sindaco Salvatore Castelli e il medico Antonino Vaccaro, forse gelosi delle sue qualità taumaturgiche (?) e infastiditi dalla presenza della mistica, meta quotidiana di tante persone disperate, verso le quali lei aveva sempre una parola di conforto e un rimedio per ogni malattia, brigarono per mandarla via e, così, fu costretta ad autoesiliarsi sulla montagna di Caccione, nella casa che aveva ereditato da suo padre Pasquale, e dove vivrà gli ultimi 16 anni, fino al 22 settembre 1928, anno della sua morte, tra le migliaia di visite di persone malate alle quali, mi dicevano alcuni anziani di 30 anni fa, mamma Cruci, come la chiamavano per affetto e deferenza i mussomelesi e suteresi del suo tempo, non chiedeva mai soldi, ma solo preghiere ed implorazioni al Cuore di Gesù ed a San Paolino. Insieme a lei, Bastiana, la cognata, a prestar fede a quanto riportato dal romanzo, pubblicato nel 1981, “Nel segno del miracolo” di Kalino Tavanja (alias ing. Calogero Nucera) di Mussomeli, cugino dell’avvocato Vincenzo Nucera, e stampato da una tipografia di Vibo Valentia, dove lui risiedeva da tempo per lavoro.

Il Tavanja Nucera, dalle pagine del suo romanzo, anticipa di un anno la sua venuta a Sutera (1910) e ci narra chela donna, di estrazione pastoriziale (!?), ma agiata, rimasta vedova in giovane età e senza figli (dagli atti di nascita e morte risulta invece nubile!), viveva in ascesi, assistita sempre dalla nubile cognata Bastiana. Appena toccati i cinquant’anni, avvertì che possedeva un fluido prodigioso che le conferiva il potere di stagliare il fuoco di Sant’Antonio, il ballo di San Vito (!?), la tenie e i vermi fuseragnoli (!?); per cui ella veniva frequentata da bisognosi paesani di ogni estrazione sociale”.

Nel romanzo, ma credo si tratti di pura fantasia, si parla anche della guarigione di Gabriele D’Annunzio e Matilde Serao (Matilda Sarago nel romanzo) che, in dialetto napoletano, le esponeva così i suoi guai “Donna Crucifì, sono nguaiata assaie: rinda o cuollo ddu rette me c’è cresciute nu fasulu e carne; e nu ve ddico du ddulure che spesso me fa sentì. Pe tantu tiempu me rivorsi a San Gennaru, ma chillo llà no me ntise mai…”(!!). Un’altra simpatica annotazione è quella fatta da Di Francesco, riportata da un articolo de La forbice, in cui il prof. Calogero Sinatra, riferendosi alla calca di persone ed animali che si creava nei pressi dell’abitazione di mamma Cruci, ironizzava sulle liti tra vicine di casa per fare incetta di fumere, l’ottimo sterco dei muli per concimare, lasciato in gran quantità nella piazza Sant’Agata.

L’ex feudo Caccione, 624 ettari , (per G. Giunta deriva dall’arabo hat ciun = territorio arido), confinante con Cangioli e Quadia, si trova a pochi chilometri da Mussomeli, in territorio di Sutera, ma buona parte delle sue terre appartiene a cittadini di Mussomeli. Sulla base delle informazioni reperite nella Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di De Spucches, questo latifondo, che dominava, con la sua posizione strategica e dall’alto dei suoi 750 metri, i feudi circostanti ed era dirimpettaio della città demaniale di Sutera, fu assegnato anticamente, verso il 1350, da Federico III re di Sicilia al milite Giovanni de lo Haria, per passare nei decenni successivi, nel 1425, tralasciando altri illustri sconosciuti, ad Antonino Spatafora De Castellis ed ai suoi eredi, che, nel 1649, con Francesco Spatafora Sanseverino, lo vendettero al facoltoso Pompeo Salamone, e da lui ai suoi discendenti, tra cui, nel 1706, Pompeo Salamone Notarbartolo Moncada, e, nel 1755, Paolo Crescimanno, Duca di Albafiorita e signore di Caccione e barone di Pietrevive, una contrada ad sud-est di Caccione, in cui è ubicato un noto agriturismo. (Notare anche l’aura poetica dei titoli nobiliari della signoria di Caccione: Duca di Albafiorita, barone di Pietrevive). Per ultimo, Gaetano Crescimanno, che sposò la figlia di Francesco del barone di Donnafugata e di Donna Vincenza De Spucches e i cui successori saranno titolari dell’ex feudo fino al 1919.

Sarà la volta, poi, di Michelangelo Bongiorno e famiglia, che, provenienti da Comitini, come scrive Di Francesco su Castelloincantato del 2 marzo 2014, presero possesso delle terre di Caccione fin dalla seconda metà dell’800, forse dapprima come gabelloti o affittuari, e poi nei primi anni del 900 come proprietari, e che andranno ad abitare nella masseria Sant’Antonio, rimessa a nuovo, ubicata ad ovest ed ai piedi della montagna, a 479 metri di altezza, l’antica tenuta del 700 degli Spatafora e dei Crescimanno. Il caseggiato, come scrive Mario Cassetti ne “Le masserie”, edito nel 2001 a cura della provincia di Caltanissetta, presenta un’interessante aggregazione compositiva che ricorda una torre di avvistamento, (come nelle masserie fortificate dell’800). Nel patio si apre un grande portone centrale, ed in fondo l’edificio è sormontato da una elegante balaustra traforata. Sul retro, una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, accostata ad alcuni bassi casamenti e poi, più in là, una stradina che porta ad una grande vasca con dei lavatoi. Tra i Bongiorno salirà alla ribalta delle cronache giornalistiche degli anni 20, Gaetano, sindaco di Campofranco e presidente della provincia, per essere stato tratto agli arresti nel carcere di Mussomeli, e poi in quello di Agrigento, dove morirà nel 1932, come probabile mandante dell’assassinio mafioso di Desiderio Sorce, Testa di ferro, ex sindaco di Mussomeli, avvenuto l’11 maggio del 1913. Un altro Bongiorno, Michelangelo, figlio di Gaetano, sarebbe il padre di Mike Bongiorno (!?), il noto presentatore televisivo deceduto qualche anno fa. Si dice che Michelangelo avesse una relazione con Rosa Romano, la concubina del padre, e che da questo rapporto nascesse, il 31 dicembre 1924, un bambino che, insieme a sua madre Rosa, il padre Gaetano costrinse ad emigrare in America, e dove lei, poi, gli darà il nome e cognome di suo padre: Mike Bongiorno.

Come dice Di Francesco, una storia assurda! “Ma ai cittadini di Campofranco e Sutera, che qualche anno fa assistettero al Canta Mike, non sembrò per niente strano che lo stesso Mike ribadisse la sua appartenenza a queste contrade… e neppure che ci fosse una certa somiglianza…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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Crocifia e la baronia perduta (a cura del Professore Salvatore Vaccaro)

Crocifia e la baronia perduta (a cura del Professore Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Scrive il Sorge, nel 2° volume della  “Storia di Mussomeli”, che i 25 feudi del primo periodo dei Lanza Trabia erano gli stessi che Cesare Lanza aveva acquistato dai Del Campo nel 1549, transazione sulla  cui regolarità  l’amico Giuseppe Testa di Campofranco,  nel suo libro “Le aquile rosse dei Campo”, ha avanzato molti dubbi. Si tratta, infatti, come sostiene Testa, di un giallo nella storia, svelato dopo 400 anni e che avrebbe potuto cambiare la storia del  nostro paese e dell’intero vallone, una storia fatta di trame, raggiri  e contese davanti ai tribunali del tempo, iniziata nel 1798, quando i Campo Lucchesi Palli, sulla scorta di nuova documentazione trovata negli archivi, intrapresero una lite contro i Lanza Trabia, per la rivendicazione della ex baronia di Mussomeli, che non ebbe, però, esito positivo.

Alla fine della feudalità, il Sorge sostiene, ne resteranno 22, perché verranno meno quello di Nadore (poi annesso al territorio di Bompensiere), Rabbione (farà parte del territorio di Serradifalco), e quello di Scala, perché fu venduto, nel 1639, dai Lanza Trabia a Onofrio Lombardo che prese il titolo di barone, e che, come dice il Sorge, aveva una ricca casa nel quartiere Terravecchia di Mussomeli. Poi, come abbiamo visto in un precedente servizio su questo giornale on line,  fu acquistato dagli Ingham-Whitaker, attorno al 1827, non potendo più, gli eredi del barone Lombardo, onorare i debiti contratti. Pietro Giacona, amministratore del principe Trabia, come vediamo dalla cartina del 1828, ne enumera però, 25, compreso quello dei Comuni, le cosiddette terre franche ad uso promiscuo per tutti gli abitanti di Mussomeli, con una estensione di oltre 310 salme (!!), e non conteggiando Salina, che poi passerà al Comune di Acquaviva, e senza comprendere  Scala, che rientrerà  comunque nel territorio di Mussomeli.

Continua il Sorge, sulla scorta degli “atti dei giurati 1809-10”:Un quarto se ne distrasse, ma per ritornare poco dopo nella contea, e fu il feudo di Crocifia…Con atto del 16 gennaio 1777, Don Giuseppe Lanza principe di Trabia ed eredi concessero in enfiteusi tal feudo a Don Salvatore  Messina Cicchetto da Mussomeli; ma, per i rovesci di fortuna, essendo costui rimasto in debito di molte annualità di canone, il feudo di Crucifia subì ben presto la devoluzione a favore del domino diretto”.  Infatti, i figli Vincenzo, che sposò Maria Emanuela Sanfilippo e si trasferì a Palermo, e Vittorio, i quali, oltre al possesso di Crocifia, avevano 73 salme nel feudo Mandradicuti ed altre terre in contrada Quadia, non seppero gestire con oculatezza queste ricchezze e, avendo accumulato enormi debiti verso la segrezia di Mussomeli da cui vennero forzati da procedimenti esecutivi, persero, così, nei primi anni dell’800 sia il feudo che la baronia di Crocifia.

Dalla Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Francesco San Martino De Spucches, apprendiamo che il barone Salvatore Messina Cicchetto, morto a Mussomeli nel 1798, fosse, probabilmente, oriundo di Palazzolo Acreide, e che avesse chiesto anche al Vicerè la signoria di Crocifia, che, a seguito di decreto regio, ad eccezione del titolo di barone, però, non gli fu concessa, in quanto il feudo, pur se distaccato dalla Contea di Mussomeli e dato in enfiteusi a Messina, non poteva formare oggetto di signoria, sia per la  natura del passaggio (enfiteusi) sia perchè non c’era un decreto del vicerè.

L’ex feudo Crocifia, come ci riferisce il Giacona per l’anno 1826,  che lo dava già in quel periodo di proprietà dei principi Lanza di Trabia, era esteso 174 salme di terre, con le terzerie o contrade Piano della Madonna,  Piano del lago e Girafici (Cerausi). Il Giunta, nella Storia di Bompensiere, ritiene che Crocifia derivi dall’arabo hargi hafia (terra arsa), anche se credo che hargi hafia sia, invece, molto probabilmente, l’origine del nome Girafici (cerausi in dialetto), come anche della nostra contrada Girafi, limitrofa a Casazza nei pressi dell’abitato di Mussomeli. Lo stesso Giacona ci fa sapere che in tale ex feudo le terre erano distribuite ametateria in frumento per 31 salme, ad erba sana per 123,8 salme e a mezza erba per S.18,6…” e che vi fosse un “eccellente casamento (che doveva essere quello costruito dal barone Salvatore Messina Cicchetto) con cortile, magazzino della capienza di mille salme di grano, camere solerate, fondaco, stalle e diverse stanze a sufficienza comode…” che non sappiamo se sia da localizzare nella “nuova” masseria di Serafino Petrucci costruita attorno al 1960, ora di proprietà di Gaspare Ingrao di Montedoro, o in quella sottostante la “nuova”, come si vede qui accanto anche dalle immagini,  e ora un ammasso di ruderi, che fu costruita a fine anni 30, e di cui qui si pubblica un prospetto ed una piantina del progetto del 1937, con firme dell’ing. Cammarata, Pietro Lanza di Scalea, Serafino Petrucci e Calogero Volpe.

Crocifia, negli anni 40, subito dopo la seconda guerra mondiale, fu pure al centro di un’aspra contesa tra mussomelesi e montedoresi, in particolare tra la cooperativa San Giuseppe di Montedoro con 407 soci, di ispirazione democristiana e capeggiata dall’onorevole Calogero Volpe, (che ebbe, poi, partita vinta), e la cooperativa socialcomunista Umanitaria di Mussomeli. Da alcuni estratti di documenti trascritti dall’originale presso l’Archivio di Stato di Caltanissetta,  fondo prefettura ed ordine pubblico, ed inviatimi dall’amico Calogero Messana, il Capitano Largaiolli, comandante della Compagnia interna di Caltanissetta,  scriveva, tra l’altro,  il 12 novembre 1946,  al Comando dei Carabinieri ed alla Questura di Caltanissetta, a proposito del durissimo contrasto tra le due cooperative: “… Sta di fatto che improvvisamente fra i due comunisti, in aiuto dei  quali accorsero subito quattro loro compagni di Montedoro, ed  alcuni democristiani, corsero dapprima  parole, ben presto degenerate in vie di fatto con pugni e schiaffi d’ambo le parti. Furono pure uditi alcuni colpi di fucile da caccia e di pistola. Peraltro il tafferuglio ebbe la durata di pochi attimi; infatti data la manifesta  superiorità numerica del democristiani, i comunisti fuggirono per tema  di più gravi conseguenze”. Numerose e contrastanti le notizie sulle due cooperative riportate sui giornali dell’epoca, in particolare i giornali La Sicilia del popolo, democristiano, e La voce di Sicilia, socialcomunista.  La Sicilia del popolo, nell’edizione del 3 dicembre 1946, pubblicava, infatti, a proposito del caso dell’ex feudo Crocifia, una lettera del presidente della Coop. San Giuseppe di Montedoro, Giovanni Tulumello, a difesa della sua cooperativa, e di cui si riporta un breve stralcio:  “In un corsivo del n.176 di “Voce della Sicilia”( giornale socialcomunista)  si è parlato del feudo Crocifia e di pretese violenze in termini che alterano la realtà dei fatti e ne costituiscono una arbitraria versione. E poiché è solamente la verità che può giovare, vengo a pregarla di pubblicare le seguenti precisazioni. L’Ex feudo Crocifia, benché in territorio  di Mussomeli, dista chilometri 15 da quel Comune, mentre si trova appena a 2 Km dall’abitato di Montedoro. Questa situazione ha sempre tenuto lontano i contadini di Mussomeli da Crocifia in quanto essi non possono accudirvi sia per la distanza, sia perché il fiume Salito, che scorre tra Mussomeli e la zona di Crocifia d’inverno è assolutamente inguadabile (!!) e sia infine perché le trazzere e le vie che portano da quel centro al feudo sono del tutto impraticabili nei periodi delle piogge. Si aggiunge che i contadini di Mussomeli hanno a disposizione un territorio di ben 17.000  ettari in cui sono oltre venti latifondi , e si vedrà che Crocifia non rappresenta né una convenienza né una risorsa (!). Per i contadini di Montedoro, invece  Crocifia, vicinissimo al loro abitato ed unico feudo a loro disposizione, rappresenta il polmone economico…”. Di tutto altro tenore e molto dura la risposta della “Coop. Umanitaria” di Mussomeli, pubblicata il giorno dopo da La Voce di Sicilia, che, nel biasimare la “Coop. San Giuseppe”, adombrava  il sospetto che alcuni di quei democristiani “seguissero i consigli di Don Calò per non farsi fare fessi dai comunisti che si erano messi in testa di togliere loro le terre per darle ai contadini poveri (!).

Salvatore Vaccaro

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Il giallo del barone di Torretta… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Il giallo del barone di Torretta… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Più di cento anni fa, Louise Hamilton sposata Caico, in una delle tante escursioni che fece nel suo soggiorno a Montedoro, dal 1897 al 1913, volendo andare a trovare la tenuta del barone di Torretta, scriveva  nel suo “Sicilian ways and days”, pubblicato nel 1910 e tradotto  in italiano nel 1983, a cura dell’amministrazione comunale di Montedoro, in “Vicende e costumi siciliani”, una delle tante bellissime pagine sulle aree interne del  nostro territorio: “Lasciato il villaggio, cavalcavo pervasa da una sensazione di profondo benessere che mi riconciliava con la vita… La strada per Torretta serpeggiava lungo il costone  di una collina e, cammin facendo, si apriva ai nostri occhi l’ampio panorama di colline e vallate, dorate dal grano maturo e appena chiazzate da macchie verdi di olivi o di fichi, e, al lontano orizzonte, si profilavano le alte montagne, azzurre come il cielo nel quale si fondevano… Mentre ci dirigevamo verso la fattoria dell’immenso feudo, chiesi notizie sul barone di Torretta… A frasi mozze, i  miei accompagnatori mi lasciarono intendere che…si era legato a gruppi di banditi e, che era stato arrestato per la scomparsa di alcuni infelici cacciatori, e poi prosciolto per mancanze di prove…”.

         Qui, in queste pagine, di cui ho trascritto alcuni stralci, più che un diario, quello della Hamilton sembra un romanzo giallo, in cui non mancano i lati oscuri di una vicenda che resta un mistero, in quanto, avendo dato un’occhiata all’elenco delle case nobiliari di Sicilia e ai proprietari degli ex feudi di Mussomeli, non è mai esistito un barone dell’ex feudo di Torretta, che, come detto nel precedente articolo, fu venduto dal Principe Pietro Lanza di Scalea a Salvatore Volpe nel 1931, anche se la figlia Pierina mi dice che,  già a 6 anni, e cioè nel 1926, suo padre l’aveva portata per la prima volta nella masseria di Torretta. Le pagine di questa storia del barone assassino, che è il penultimo capitolo del libro di Louise Hamilton, diventata anche un romanzo, “Il barone di Torretta”, scritto, nel 1997, nelle edizioni Lussografica, da Federico Messana, residente a Milano, vengono, però, straordinariamente inframmezzate da idilliache descrizioni della nostra terra, quasi a voler rimarcare il contrasto tra la violenza del barone assassino di quel tempo con la pace e la bellezza della nostra terra: “Nessuna altra costruzione rompeva la solitudine del paesaggio attorno alla casa bianca, alta sulla distesa di nuda, arida terra che scendeva giù fino a valle dove, nella chiara luce, si intravedeva un nastro d’acqua… Dalla cima ventilata della collina, la vista che si stendeva fino a Girgenti e al mare era davvero stupenda, nella gran pace di quel pomeriggio d’estate che attardava la sua luce evanescente sui pendii e le vallate. Regnavano tutt’intorno il silenzio e la calma e avevo dimenticato i sinistri racconti sul padrone di Torretta, mentre proprio lui, in persona, mi stava accanto indicandomi questo o quel monte, quel villaggio. A farmi ricordare dov’ero bastò il boschetto di cipressi su cui caddero i miei occhi, durante il ritorno a casa…”.

         Come ho già accennato sopra, una cosa è certa: non è mai esistita una baronia o signoria di Torretta. Sia nella “Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni (1924)” di Francesco San Martino de Spucches, che nella Storia di Mussomeli del Sorge ed in altri documenti non c’è alcuna menzione di titolo nobiliare per l’ex feudo Torretta. In una ordinanza emessa, il 16 agosto 1843, dall’Intendente di Caltanissetta Barone di Rigilifi, a seguito di controversia sugli usi promiscui, sorta tra il nostro Comune e il principe Trabia, si fa l’elenco di tutti gli ex feudi di Mussomeli, compreso Torretta, che appartengono al Principe Trabia. Solo l’ex feudo Scala è di proprietà del Barone Beniamino Ingham come quello di Raffi (o Mustulicatu) che è della baronessa Isabella Ayala in Scozzaro. In quel periodo erano molte le controversie tra i signori degli ex feudi ed i nuovi comuni sorti dalla loro abolizione nel 1812. Il 29 aprile del 1844,  infatti, a proposito di Mussomeli, l’Intendente di Caltanissetta, a chiusura del dibattimento sugli usi promiscui tra il Comune e i rappresentanti del principe Trabia, rigettando altre richieste sui rimanenti feudi  “Ritenuto che non sorge alcun dubio aver gli abitanti di Mussomeli sempre estratto sale dalla miniera di Garzizzetti, ciò che nemmeno contradice l’ex barone nelle ragioni addotte in questa controversia….Dichiara essere demanio all’uso dei comunisti di Mussomeli la salina dell’ex feudo Garzizetti che resta nella parte meridionale dell’ex feudo…Ordina che gli abitanti di Mussomeli ritenendo in proprietà la salina accennata, continuino ad estirpar sale nel modo che àn sinor praticato. Le spese a carico dell’ex barone, l’esecuzione a cura del sindaco.”

Ma se il barone di Torretta non esisteva perché, allora, la Hamilton Caico fece il suo nome? Da quello che mi ha riferito l’amico Calogero Messana, pare che il vero barone, quello delinquente ed assassino, doveva essere il barone di Villanova  (probabilmente il padrone della masseria Bellanova/Villanuova, ancora esistente, a pochi chilometri a sud est di Torretta, in zona Racalmuto), in rapporti di amicizia o parentela con i Caico di Montedoro, per cui la nostra scrittrice irlandese, sposata con Eugenio Caico, decise di sviare l’attenzione e di ispirarsi, per il suo vero barone criminale, a cui aveva fatto visita in una delle sue escursioni, ad un immaginario barone di Torretta, “i cui modi erano così gentili e disinvolti che uno spettatore avrebbe pensato che certamente egli mi riteneva all’oscuro di tutto ciò che  lo riguardava, mentre proprio al contrario, il barone, non solo era certo che mi avessero raccontato tutto sul suo conto, ma supponeva che io avessi fatto tutta quella strada per pura curiosità, per poter vedere com’era fatto. E indovinava”.

Ma al di là di questo giallo, dai contorni ancora oggi misteriosi, il diario di Louise Hamilton Caico è un vero resoconto documentale e fotografico di oltre cento anni fa, un periodo di sofferenza e di dolore per le classi contadine, all’alba di un nuovo secolo, il 900, in cui a fatica, dopo  oltre 40 anni, al prezzo di due guerre mondiali e milioni di morti, sarebbero stati conquistati, anche per il desolato entroterra siciliano, quei diritti sacrosanti, sanciti dalla nostra Costituzione italiana nel dicembre 1947, che sono il diritto al lavoro, al suffragio universale, alla dignità umana… Ma il libro della Caico non è solo descrizione, ma è, in alcune pagine, pura poesia… un inno alla vita, alla natura rigogliosa della nostra terra… “La folla di uomini e bambini ascoltava attentamente come in trance (un dialogo improvvisato tra due poveri diavoli di Montedoro, uno spazzino ed un mietitore, in rima metrica e in dialetto siciliano, sulla misericordia divina, San Giuseppe, ecc.)… quella scena che pittoricamente sembrava un quadro di vita medioevale, al centro della piazza circondata dalle bianche casette, nella dolce luce di quella sera d’estate. Questo scorcio di sapore arcaico disciolse le tetre sensazioni che mi erano rimaste addosso  dalla mia visita al barone di Torretta… La notte era scesa piazzando una grande stella proprio sul campanile della chiesa, i mietitori si erano sistemati per dormire negli angoli più riparati della piazza, alcuni minatori, dopo la giornata di lavoro e il frugale pasto della sera, passeggiavano su e giù chiacchierando a bassa voce…”

 

 

 

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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Carabinieri di Mussomeli, sventato un altro furto di cavi rame

Carabinieri di Mussomeli, sventato un altro furto di cavi rame

Mussomeli – Nella notte del 20 Giugno u.s. i Carabinieri della Compagnia di Mussomeli hanno sventato l’ennesimo furto di cavi di rame. I fatti sono avvenuti in contrada Torretta, nei pressi della SP. 38. Nella circostanza, ignoti malfattori, approfittando della conformazione del territorio e dell’ora notturna, hanno razziato un ingente quantitativo di cavi di rame utilizzati dalla rete di distribuzione elettrica. L’interruzione della corrente e la tarda ora hanno però insospettito alcuni imprenditori agricoli della zona i quali, consci del fatto che potesse essere in atto un furto di cavi di rame, prima ancora di chiamare l’ENEL per verificare la presenza di un possibile guasto, hanno contattato i Carabinieri della locale Compagnia.

Ricevuta l’informazione, per mezzo del numero di emergenza 112, è stato immediatamente attivato il piano coordinato per il contrasto del furto dei cavi di rame. In virtù di ciò, le pattuglie prossime alla zona di intervento, sono giunte sul posto in brevissimo tempo. L’azione dei Militari ha messo in fuga i responsabili del furto che, nella concitazione, hanno abbandonato la refurtiva. Al termine dell’operazione sono stati recuperati tutti i 1500 mt di cavi di rame già tagliati e pronti per essere asportati.

Anche in questo caso, la partecipazione attiva degli imprenditori agricoli e il tempestivo intervento dei Carabinieri ha ridotto al minimo il disagio per le aziende agricole e per gli animali ivi allevati.

Il materiale recuperato è stato restituito alla società proprietaria alla quale è stato richiesto di riattivare al corrente elettrica il prima possibile. Le indagini sono in corso per identificare i responsabili del tentato furto.

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Mussomeli non è a regime anche se impera la dittatura mascherata. Lo sfratto per imbavagliare Castello Incantato

Mussomeli non è a regime anche se impera la dittatura mascherata. Lo sfratto per imbavagliare Castello Incantato

MUSSOMELI –  La ricetta è semplice ed efficace: se non si parla dei problemi, è come se i problemi non esistessero. Se non puoi convincerli, imbavagliali. Così è notizia recente che l’Amministrazione ha deciso di togliere la sede a  Castello Incantato, da oltre 10 anni quotidianamente impegnato nella promozione del territorio, regalando informazioni, dirette web, eventi culturali e ricreativi . Certo non siamo stati compiacenti nei confronti di chi vuole solo applausi e vorrebbe che non ci accorgessimo che sono tante, troppe le cose che non vanno. E pazienza se a Mussomeli il Punto Nascita chiude. L’ufficio del Giudice di Pace chiude. Il Comune ha dichiarato il dissesto.  L’economia è stagnante, il turismo non decolla. Colpa delle precedenti Amministrazioni eccepiranno. A nulla rileva che  ormai sono passati oltre due anni dall’insediamento e se si scarica la colpa sempre sugli altri, allora non si è credibili se ci si attribuisce la paternità soltanto dei meriti.  Meriti, per la verità, strombazzati a colpi di selfie e di articoli redatti non dalla stampa ma da non giornalisti che, esercitando abusivamente la professione,  non perdono occasione per incensare questo o quel mirabolante risultato. Mentre nessun accenno è stato mai fatto alle tasse che sono alle stelle, ai tantissimi giovani che lasciano Mussomeli, alle attività commerciali che chiudono e ai finanziamenti che non arrivano. E se a Mussomeli erano rimasti quattro cani e gatti, a causa di avvelenamenti e di una  discussa gestione dell’emergenza randagismo (sollevata da Castello Incantato)  anche la popolazione degli animali di affezione ha subito un drastico calo. Ricordiamo a chi vorrebbe epurare gli indesiderati, escludendoli da conferenze stampa e compiendo azioni che suonano come ritorsione che  “anche quando viene chiusa la bocca, la domanda resta aperta”.

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Louise Hamilton e il nostro “piccolo mondo antico” (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Louise Hamilton e il nostro “piccolo mondo antico” (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – In questi giorni, nel dedicarmi alla lettura del diario “Vicende e costumi siciliani”  di Louise Hamilton Caico, procuratomi da Federico Messana, sindaco di Montedoro, che mi ha anche fatto visitare il museo delle zolfare, il planetarium e l’osservatorio astronomico, splendidi gioielli del suo piccolo ma sempre dinamico comune, ho avuto modo di scoprire, tramite Calogero Messana, (ottimo cultore di storia locale, che pubblica nel suo blog www.messana.org, insieme ad altri,  oltre ad un fornitissimo ed interessantissimo museo etnologico  una miniera di notizie storiche e di vario genere), lontane vicende sconosciute e pezzi di storia straordinari del nostro territorio. Mi è parso, come per il libro Quadìa terra di mori di Paolo Giudici, di rivivere, come in un bellissimo film in bianco nero, la vita  quotidiana del nostro piccolo mondo antico descritto e fotografato da Louise Hamilton più di cento anni fa. Ed a proposito delle preziosissime foto della Hamilton, fatte con una kodak a soffietto della fine dell’800, solo 600 delle probabili duemila circa, come mi riferisce Calogero Messana, sono state ritrovate per puro caso. Infatti nel 1968 la signora G. Ricotta, nuova proprietaria dell’ultima abitazione a Montedoro di Letizia Hamilton Caico, la figlia che continuò a gestire quello che era rimasto della enorme proprietà dei ricchissimi Caico, riuscì a salvarne solo una piccola parte dal pattume in cui era stata precedentemente sparsa dai precedenti vecchi proprietari dell’immobile, ed alcune di queste  erano già molto danneggiate dall’incuria e dall’abbandono in cui si trovavano. Ed è stato, poi, il nostro Calogero Messana, qualche anno fa, a convincere, finalmente, la signora Ricotta, che le custodiva molto gelosamente, a fare esporre a Caltanissetta, nella  prima mostra del 22 dicembre  2012, questi inestimabili scatti della fine dell’800 che riguardano il nostro territorio, in particolare quello di Montedoro, Caltanissetta, Serradifalco, Bompensiere ed una parte degli ex feudi di Mussomeli. Non sappiamo se tra le foto ormai disperse ve ne fosse qualcuna di Mussomeli. Certo, sembrerà strano che arrivata a Bompensiere con la sua kodak a  soffietto, accompagnata dai suoi due fedeli campieri armati fino ai denti, non sia stata attratta dalla curiosità di vedere e fotografare quello splendido maniero di Mussomeli che, come oggi, anche allora si vedeva, guardando verso ponente, dall’alto della collina di Montedoro.

Louise Hamilton, ultima di 6 figli, come riportato dal  prof. Alfonso Alfano in una sua  memoria scritta a Palermo nel 1992, era nata a Nizza, nel 1861, da padre irlandese e da madre francese. Poi, il padre, uomo indubbiamente inquieto, decise, nel 1863, di trasferirsi con la sua famiglia in Italia, a Firenze, dove, in quello stesso anno, era stato mandato dalla sua ricca famiglia a iscriversi agli studi superiori, il dodicenne montedorese Eugenio Caico, che, guarda caso, venne ospitato proprio dalla famiglia Hamilton. Il giovane irrequieto Eugenio fu, però, richiamato per punizione in Sicilia, nel 1870, ed avviato all’amministrazione dei tanti beni di famiglia, perché, preso dall’entusiasmo per la famosa Breccia di Porta Pia a Roma, aveva deciso di recarsi nella nuova capitale d’Italia. Soltanto dieci anni dopo, nel 1880, Eugenio riesce a lasciare Montedoro ed a fare un giro per l’Europa, ricordandosi della famiglia Hamilton, che nel frattempo si era trasferita in Liguria, a Bordighera, vicino alla frontiera francese,  dove trova la bella Louise, ormai diciannovenne. E, come ci riferisce il prof. Alfano, fu il “classico colpo di fulmine tra il ventinovenne signorotto di campagna e la leggiadra fanciulla che frattanto, oltre alle scuole italiane, aveva frequentato le migliori scuole francesi e londinesi”.  Si sposarono, lo stesso anno, pur con l’opposizione del fratello Cesare e di tutti i Caico, che, vedendo il rischio di una disgregazione del patrimonio di famiglia, gli proibirono di tornare per sempre a Montedoro. Ma, i due giovani vissero agiatamente nella villa Hamilton di Bordighera, dove nacquero tutti i figli: Franco (morto prematuramente), poi Lina, Giulia, Federico e, ultima, nel 1892, Letizia.

Finalmente, nel 1897, dopo la morte di Cesare, l’ostinato e irriducibile fratello maggiore che lo aveva praticamente esiliato, Eugenio portò per la prima volta  la sua famiglia a Montedoro. In quegli anni i Caico erano ancora ricchissimi proprietari di  terre, miniere di zolfo e di molti fabbricati, oltre al grande potere politico che esercitavano in paese ed alle potenti amicizie di cui godevano. Qui,  Louise Hamilton Caico, dove restò sedici anni fino al 1913, anche se non mancheranno lunghi soggiorni a Londra, Bordighera e Palermo, vivrà “una esperienza esaltante e ricca di interessi”, ma in un clima familiare non proprio idilliaco, aggravato dall’assenza dei figli, prima recatisi all’estero per completare gli studi e poi inseritisi definitivamente nella Palermo dei tempi del liberty e dei Florio. A Montedoro, tra escursioni a cavallo ed osservazioni sulle tradizioni locali, scriverà nel suo libro diario “Sicilian ways and days”,  gli usi, i costumi, il folklore e la cultura di una comunità lontana mille anni luce dalla sua. Morirà a Palermo, il 7 marzo del 1927. Il giorno dopo il Giornale di Sicilia scriverà: “Si è spenta improvvisamente la nota scrittrice Luisa Caico-Hamilton. Viene a mancare con Essa una delle figure più simpatiche e più interessanti del nostro mondo letterario …”

         Di questa donna, pioniera del “femminismo”, scrittrice dalla grande umanità e dall’humour graffiante, che, appassionandosi e facendoci emozionare con i suoi scatti fotografici e le sue descrizioni, ha percorso, in lungo ed in largo, a cavallo del suo  destriero, le vecchie polverose mulattiere di oltre un secolo fa, alla scoperta dei  nostri antichissimi ex feudi, delle nostre lontane radici, vorrei riportare, per ora, qualche piccolo stralcio delle pagine iniziali del suo libro, il suo arrivo a Montedoro dalla stazione di Serradifalco, nella primavera del 1897: “Un piacevole viaggio in piroscafo da Genova a Palermo… sei ore di viaggio di treno “diretto” fino alla remota stazioncina di Serradifalco. Appena scesi ci troviamo circondati da un gruppo di “campieri” armati fino ai denti, che si impadroniscono di noi e dei nostri bagagli e veniamo cacciati dentro un’orribile scatola tirata da tre creature ossute… bardati con briglie e cavezze…che ci porterà a Montedoro, coprendo la distanza di circa 13 chilometri alla vertiginosa velocità di 6 chilometri l’ora, senza contare le fermate per riparare i finimenti o raccattare qualche pezzo del nostro bagaglio rotolato giù dal tetto della scatola gialla.  Strada facendo ci indicano Montedoro in lontananza e torciamo il collo fuori dal finestrino per scorgere il paese appollaiato su una balza, circondato da dirupi e vallate. Ha qualcosa di un paese del medioevo, con le case basse dai tetti piatti che sorridono al sole, abbellite e ingentilite dalla distanza. Nello sfondo una catena di altere montagne con la rocca di Sutera e il monte Cammarata ricoperto di neve…Una buona strada carrozzabile si arrampica su per le tozze colline e le ampie vallate dove nulla, assolutamente nulla indica la presenza dell’uomo, e solo distese di grano, un grano verde e giovane dalle sfumature di smeraldo…Infine, facciamo il nostro ingresso a Montedoro, sfrecciando attraverso la grande piazza tutta bianca…davanti ad un palazzotto di venerando aspetto, assai malconcio e fatiscente che, a quanto mi dicono, è casa mia…Accorsero anche le cameriere, dai grandi cerchi d’oro alle orecchie, sciorinando sorrisi che accompagnavano il saluto di benvenuto “Ssa benedica”

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

 

(Le foto di Louise Hamilton, della fine dell’800, che qui si pubblicano,  mi sono state inviate da Calogero Messana).

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