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La lettera aperta delle sorelle di Francesca Sorce. “False dichiarazioni del sindaco Catania”

La lettera aperta delle sorelle di Francesca Sorce. “False dichiarazioni del sindaco Catania”

MUSSOMELI – Comprensibilmete turbate, le sorelle di Francesca Sorce, loro malgrado, vittime del dibattitto seguito al mancato svolgimento della  tradizionale cerimonia commemorativa e della consegna del premio dedicato alla eroica assistente sociale, hanno scritto una lettera aperta su una vicenda che ha aggiunto loro dolore a dolore. Il testo integrale

Francesca sei per noi dono e vanto

Questo è l’ultimo verso della poesia che il Rev. Padre Salvatore Callari ha dedicato a Francesca. Sì è vero Francesca è per noi un dono che a distanza di anni ci infiamma il cuore e l’anima e, pertanto, non permetteremo che sterili polemiche o ipocrisie possano scalfire la sua memoria. Memoria che è stata onorata con semplicità, spontaneità ed affetto dai ragazzi e dagli operatori del Centro Europeo della Cultura “Francesca Sorce” con i quali in maniera semplice ed informale, martedì 24 ottobre, ci siamo incontrati al Cimitero intorno alle h 10,30. Qui ogni ragazzo ha rivolto una preghiera in suffragio di Francesca. Si è pregato in lingua estone, portoghese, rumena, spagnola, turca e italiana. Ecco questo per noi è stato il momento più significativo della giornata che ci ha dato tanta serenità e conforto. A volte bastano piccoli gesti per dare significato e senso ai valori profondi della vita! Pertanto preghiamo tutti i politici di smetterla con le loro piccole beghe, con i loro squallidi silenzi e li esortiamo a non strumentalizzare il nome di Francesca o di altri splendidi esempi di preclara virtù civica. Riguardo all’articolo del 25 Ottobre pubblicato dalla testata di Castello incantato ove si esorta il Presidente del Consiglio ad intervenire sulla mancata realizzazione del “Premio Francesca Sorce per la Solidarietà” ci teniamo a dire che il Presidente del Consiglio non ha niente da recuperare e nessuno da bacchettare ma ci auguriamo che questa pausa possa diventare per tutti un momento di riflessione e farci capire che in fondo si può sbagliare, ciò che non è accettabile è la falsità l’oblio o, peggio ancora, ‘l’indifferenza’

Noi avevamo chiesto rispettoso silenzio, ma dopo le false dichiarazioni del sindaco Catania sul giornale La Sicilia del 26 Ottobre (in cui il primo cittadino ha dichiarato di aver parlato coi familiare per sostituire la commemorazione con un concorso scolastico, NDR) teniamo a precisare che nessun incontro e quindi nessuno accordo, né formale né informale, è intercorso tra lo stesso ed i familiari di Francesca. Pertanto chiediamo ancora una volta onestà intellettuale, correttezza, rispetto e maggiore sensibilità.

Le sorelle di Francesca.”

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Vallelunga, «fuga amorosa con una minore», ora ventiduenne va dal giudice

Vallelunga, «fuga amorosa con una minore», ora ventiduenne va dal giudice

Vallelunga- Va dal giudice per una fuga d’amore che rischia di pagare  a caro prezzo. Lui, ventiduenne, lei allora diciassettenne, per un’intera giornata scappati insieme e adesso divisi pure dalla giustizia.

Perché in un’aula di tribunale si ritrovano uno contro l’altro.

Lui, G.M., ventiduenne di Vallunga – difeso dall’avvocato Salvatore Tona –  è stato chiamato alla sbarra per rispondere dell’ipotesi di sottrazione consensuale di minorenne.

Lei, la sua ex fidanzatina, secondo una prima ricostruzione investigativa, è adesso parte civile insieme ai suoi genitori – assistiti dall’avvocato Giuseppe Dacquì – proprio per quella presunta fuga a due.

Che, secondo il teorema della difesa, “fuitina” non sarebbe stata affatto. Solo un allontanamento di quale ora. Perché i due si sarebbero allontanati la mattina per essere poi ritrovati la sera.

E, peraltro, pure in paese. Da lì non s’erano mai mossi. S’erano rinchiusi in un vecchio casolare sempre dentro Vallelunga.

È stata poi la denuncia presentata ai carabinieri dall’allora ragazza diciassettenne – oggi ventenne – a fare scattare l’inchiesta. Perché lei, che fosse consenziente o no, era ad ogni modo minorenne. E senza il benestare dei genitori non avrebbe potuto lasciare casa.

Così ha preso corpo la stessa indagine per cui il ragazzo, nei mesi scorsi, è stato rinviato a giudizio. E adesso è stato chiamato in aula.

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L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

L’oscuro assassinio di “TESTADIFERRO”

(A cura del Prof. Salvatore Vaccaro) MussomeliCon due paginoni a firma dell’amico e compianto Giovanni Camerota, su Progetto Vallone n.7/8 del 1994, si pubblica per la prima volta uno speciale su Desiderio Sorce, uno dei più illustri e benemeriti personaggi del nostro paese, quasi del tutto sconosciuto ai più, assassinato dalla mafia l’11 maggio del 1913, e detto, per il suo carattere forte ed inflessibile, Testadiferro. (Ci si auspica che le autorità comunali vogliano intitolargli almeno una via e restaurare la stele funeraria di C.da Pasquali!). Il nostro storico Sorge, nelle sue Cronache, scrive che Desiderio, suo cugino, oltre ad essere un ottimo e moderno amministratore dei vasti possedimenti dei Trabia, aveva dato impulso all’economia locale, migliorando in particolare le condizioni dell’agricoltura con nuove colture, nuovi sistemi di coltivazione e di concimazione, ed incrementando l’allevamento del bestiame.

Nell’ex feudo Canzirotta, per esempio, dove, nell’antica masseria, come abbiamo visto nell’articolo di giugno, una lapide ricorda il suo importante contributo, riusciva a rendere fertile e redditizia una terra fino ad allora arida ed improduttiva, facendo alberare viali e declivi montuosi, impiantandovi vigneti, scavando pozzi per l’irrigazione… In una inchiesta parlamentare del 1910 sulle condizioni dei contadini in Sicilia, condotta dal prof. Lorenzoni, l’azienda Canzirotta, in cui vi lavoravano centinaia di persone, era citata come un esempio di conduzione agraria. Anche nella sua Pasquali creerà una azienda vinicola che produrrà per la prima volta, dalle nostre parti, vini pregiati come il moscato.

A lui si deve, inoltre, nei primi del ‘900, la realizzazione della fiera del Castello allo scopo di dare una forte spinta all’allevamento del bestiame e dell’economia agricola del nostro paese. La fiera del 1 e 2 settembre è da allora, e fino agli anni 50/60, tra le più partecipate della Sicilia. Si dice che D. Sorce, per promuovere l’evento fieristico e per far partecipare gli allevatori più bravi con i migliori esemplari di bestiame, avesse istituito persino dei premi!

Testadiferro, sindaco di Mussomeli, dal 1898 al 1902 e dal 1906 al 1908, destinò a titolo gratuito, nel 1899, al Direttore Didattico G. Camerota, 21 are di terra coltivabile di sua proprietà, così da favorire la sperimentazione di nuove colture e l’insegnamento dell’economia agricola. Si adoperò, pure, coinvolgendo il principe Pietro Lanza di Scalea e servendosi della indispensabile progettazione e direzione dell’architetto Ernesto Armò, nel far restaurare il Castello Manfredonico, allora in condizioni disastrose. E’ grazie a quei restauri, che avranno inizio verso il 1909 e termine nel 1911, oltre a quelli più recenti degli anni 80/90, che, oggi, possiamo disporre del nostro straordinario “nido d’aquila”, fatto dichiarare, proprio nel periodo della sindacatura di Sorce, monumento nazionale! A lui dobbiamo, infine, tra le altre cose, il rifacimento della torre dell’orologio nei primi anni del 900.

Ed ecco come racconta G. Camerota, sulla base delle testimonianze di suoi vecchi parenti, quel doloroso 11 maggio di 104 anni fa: é domenica mattina, festa di San Pasquale. Il Sorce, con i suoi familiari, si trova a “pasquali di jusu” per partecipare alla messa nella chiesetta dedicata al santo dei pastori ed alla successiva festa campestre. Nel pomeriggio, decide di risalire verso “pasquali di susu” per andare incontro a suo cognato Giovanni che stava per tornare dal paese, con il campiere Vanni Maida. Mentre si dirige sulla trazzera verso “quattrufinaiti”, scorge in fondo quattro uomini a cavallo, e, subito dopo, sente uno sparo provenire da “u cuozzu’a rina”. Accorre di corsa impugnando la sua pistola e, riverso sanguinante sul margine della stradella, trova il cognato Giovanni, che però si finge morto. Ed allora lui punta deciso la sua arma contro i due banditi appostati dietro ‘u cuozzu, mentre altri due tengono le redini delle giumente imbizzarrite dal rumore dei colpi, ma Testadiferro viene anticipato da una loro fucilata che lo abbatte. Si dice che, al primo colpo, cadesse ferito e si fingesse morto anche lui, e che la domestica “la frattina”, precipitatasi urlante sul luogo del delitto si fosse improvvisamente azzittita su un cenno del suo padrone ancora vivo. Ma i due banditi che stavano già fuggendo a cavallo, insospettiti dall’improvviso silenzio della donna, tornano per dare, questa volta, il colpo di grazia che fa spegnere Don Desiderio in un lago di sangue.

Alcuni giorni dopo, come riporta Gero Di Francesco nel suo libro “Sutera Milocca…”, su indagine del procuratore Ettore Cipolla, originario di Villalba, verrà ritrovata, tra le carte di Testadiferro, una lettera di estorsione a firma (!!) di Salvatore Alliata Gallo e Calogero Randazzo, con la richiesta di 15mila lire! Ed a voler fugare qualsiasi dubbio sulla propria colpevolezza, o, meglio, a far sviare ulteriormente pericolose tracce che portassero ai veri mandanti, i due banditi fanno pubblicare dal Giornale di Sicilia, sei giorni dopo, il 19 maggio, una lettera anch’essa firmata (!!), in cui si assumono la responsabilità dell’assassinio consumato e con esito vittorioso nel territorio di Mussomeli e precisamente nell’ex feudo Pasquale in persona del signor Sorce Desiderio… ad evitare possibili arresti a persone innocenti, che godono la bella libertà (!!)”, e motivando l’uccisione del Sorce per essersi lui rifiutato di pagare quanto richiesto (!) e di essersi rivolto alla pubblica sicurezza!

Tutto sembrò dare ragione ai due criminali reo confessi, ma, sotto sotto, come si capisce, c’era un’altra pista. Intrighi e giochi di potere tra il prefetto del tempo Palumbo Cardella, il principe di Scalea e lo stesso Gaetano Bongiorno, nel collegio elettorale di Serradifalco (a cui aspirava a farsi eleggere come deputato al Parlamento lo stesso comm. Bongiorno), nonché altri fatti gravi per i quali il Sorce aveva dato le dimissioni dalla sua carica di assessore provinciale nella Giunta di cui era presidente proprio il Bongiorno. Alcuni anni più tardi, attraverso documenti e la corrispondenza privata tra i tre di cui sopra, G. Bongiorno sarà accusato di essere il mandante dell’assassinio di Desiderio Sorce, e, dopo una prima assoluzione nel 1919, verrà arrestato nel 1927, e, poi, rinchiuso nel carcere di San Vito di Agrigento, dove, nel 1932, morirà in circostanze misteriose, prima della sentenza del tribunale!!

Due anni dopo l’assassinio di Testadiferro, venne arrestato a Palermo il bandito Gallo in procinto di partire per l’America. Agli inquirenti, che gli troveranno delle cartoline inviatigli da un figlio del Bongiorno, ammetterà di avere ucciso (!) pure il complice e cognato C. Randazzo. E, in un susseguirsi di incredibili colpi di scena degni di un thriller dai contorni molto oscuri, lo stesso Gallo, che minacciava dichiarazioni clamorose, verrà a sua volta assassinato in carcere da Paolo Grisafi, un altro degno criminale, con una pistola che nessuno mai saprà da chi l’avesse avuto!

I funerali resi ieri al compianto cav. Desiderio Sorge, si leggerà sul Giornale di Sicilia del 17 maggio, furono degni dell’uomo che Mussomeli ha perduto… Dopo le funzioni religiose celebrate con rara solennità e dopo avere assistito alla lettura dell’elogio funebre nel quale il sacerdote Salvatore Scozzari seppe maestrevolmente ritrarre la figura del nostro concittadino, mosse per accompagnare la salma un interminabile corteo al quale presero parte le bande musicali dell’Ospizio Provinciale di Caltanissetta e dei comuni di Campofranco e Mussomeli, la scolaresca, le varie congregazioni locali, il clero e l’istituto Sorge Malaspina. Seguivano il feretro i principi di Scordia e di Deliella venuti espressamente in rappresentanza dei rispettivi genitori on. Principe di Trabia e senatore Principe di Scalea…, la Giunta Provinciale, i Sindaci e le Giunte Comunali, il Prefetto della Provincia, le autorità civili e militari del luogo… Tra gli altri, il vicepresidente della Giunta provinciale, comm. Guarino, nel dargli l’ultimo addio, affermava: “Desiderio, tu forse moristi per dire al male di qua non si passa! Forse tu non volesti piegarti alla mafia!!

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Stamane utilitaria impatta violentemente contro muro

Stamane utilitaria impatta violentemente contro muro

il luogo del sinistro in una fase dei soccorsi

MUSSOMELI –  Ha vissuto attimi di paura. stamane un automobilista, nel tratto iniziale di via Leonardo Da Vinci, è stato protagonista di un violento incidente autonomo. Intorno alle 8, infatti,  una utilitaria che scendeva in direzione della cittadella scolastica, per causa ancora da accertare, dopo essere sbandata, ha concluso la sua corsa impattando contro il muro di cemento che delimitava la strada. Per fortuna, sembrerebbe che i danni, peraltro ingentissimi, abbiano interessato solo la vettura mentre il conducente non avrebbe riportato lesioni significative. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, polizia municipale e forze dell’ordine per garantire la sicurezza dei passanti e ripristinare il traffico il prima possibile. L’autovettura incidentata,  impossibilitata a muoversi autonomamente a causa dei danni riportati,  è stata portata via con l’ausilio di un carro attrezzi.

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Vallelunghese muore in incidente stradale in Piemonte

Vallelunghese muore in incidente stradale in Piemonte

Vallelunga Pratameno – È originario di Vallelunga il 44enne morto in un incidente stradale lungo le strade del Piemonte. Lì, a Serravalle Scrivia,  nell’Alessandrino,s’era trasferito per lavoro.

La vittima e Giuseppe Fraterrigo che viaggiava in auto con altre due persone. Uno, un catanese, è pure lui deceduto. È il poco più che sessantenne Andrea Ursino, mentre un giovane di nazionalità albanese, seppur rimasto gravemente ferito, si è salvato.

Erano tutti e tre su una Mercedes quando, per causa che ancora polizia e carabinieri dovranno accertare, il mezzo è uscito dio strada.

L’impatto è stato devastante. Almeno per il vallelunghese e per il catanese. Per loro non v0’è stato nulla da fare. Quando i soccorritori sono arrivati in zona il cuore di entrambi s’era già fermato.

Mentre il terzo, passeggero della Mercedes, il trentacinquenne di origine albanese, è stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Novi Ligure.

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Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Piazza del Popolo, l’aromatario e la tragedia di Darenu (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Anche in questo servizio parliamo di un altro benemerito della nostra comunità. Dovrebbe essere superfluo dirlo, ma ricordare chi ha voluto beneficare i propri concittadini testimoniando grande solidarietà umana e cristiana, in particolare per i poveri e i bisognosi, è un dovere civico e morale. Non è un caso che Dante, nella sua Divina Commedia, collochi i traditori dei benefattori  nell’ultimo girone dell’Inferno, il 34° canto. E’ lì, nella zona di Cocito, che, insieme a Virgilio, trova coloro che sono stati sleali e disonesti con i propri amici da cui hanno ricevuto solo bene… i quali giacciono sprofondati nel ghiaccio, completamente immobili, muti… e il sommo poeta non ha parole per esprimere il proprio orrore: “Com’io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco…”

Ci occupiamo di Nicolò D’Andrea, un benefattore mussomelese dell’800, del tutto sconosciuto ai più, che, 181 anni fa, il 27 ottobre del 1836, decise di fare un testamento pubblico dal notaio Cinquemani (poi autorizzato con Regio decreto dell’11 febbraio 1842), per istituire “un legato di maritaggio a favore delle donzelle orfane di Mussomeli”. In quell’anno, in cui si moriva dalla paura per l’avvicinarsi del colera e tutte le autorità comunali e provinciali erano in grande allerta perché si prevedevano, riporta il Sorge nelle sue Cronache, almeno 124 casi di peste nel nostro paese di 8240 abitanti (sbagliandosi non di poco, perché l’anno dopo, nel 1837,  saranno oltre 400 i morti di colera!), l’aromatario  D’Andrea, che aveva la sua farmacia nella popolosa Piazza del Popolo, detta anche piano di San Giovanni, anziché preoccuparsi dell’arrivo del fiero morbo che si appressava inesorabilmente al nostro comune, pensò, seguendo i fulgidi esempi di F. Tomasino di Bartolo e di Paolo Valenza, di lasciare in eredità, quale dote di matrimonio, le case di sua proprietà alle ragazze senza genitori, o in alternativa quasi 50 onze.

Lasciò, inoltre, alla Chiesa di San Giovanni, oltre ad una piccola statua in legno di San Giuseppe (non si sa che fine abbia fatto), 9 tumoli di terra, con l’impegno di destinare, ogni anno, per Natale, 16 tarì della rendita alla vestizione di un bambino povero e senza genitori, scelto dal Cappellano della Chiesa. Nel secolo scorso, nella stessa giornata, si procedeva ad estrarre per  sorteggio una giovane orfana a cui assegnare la dote per il suo matrimonio, così come stabilito nel testamento del D’Andrea. Scrive il Sorge, così come riportato nei documenti parrocchiali, che “la poetica vestizione del fanciullo povero, nel giorno di Natale, permane tuttora, col concorso delle elemosine del popolo…”  Oggi, questo rituale di beneficenza, che ricorda la generosità di un lontano aromatario sangiovannese che teneva il proprio laboratorio di speziale proprio di fronte alla Chiesa, (la via D’Andrea, infatti, si trova sul lato nord, in parallelo alla piazza di San Giovanni), viene ancora celebrato quasi sempre la domenica successiva alla festività del 25 dicembre, ma, come per gli altri benefattori di Mussomeli, non resta più niente di quella eredità e di quella dote… nemmeno il ricordo, e si alimenta soltanto delle offerte dei fedeli.

Piazza del Popolo, 12 anni dopo, nel 1848, l’anno della rivoluzione non riuscita contro la monarchia borbonica, sarà invece l’arena affollatissima di una tragedia terrificante. Scrive Giovanni Mulè Bertolo nella sua La Rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta: “Le cose procedono tranquille… non così il 3 agosto, che si ricorderà sempre con orrore e raccapriccio. Quel giorno, presso il convento di San Domenico, si svolgevano le elezioni per il Consiglio civico con l’esclusione dalla lista degli elettori dei debitori del comune, tra cui Carmelo Minnella (inteso Darenu), cancelliere del tribunale, che, però, dimostrando con documenti come la sua esclusione fosse infondata, insisteva energicamente per potere votare. Ma alcuni che odiavano il cancelliere, forse perché 9 anni prima, nel 1839, era stato decisivo nella cattura del famoso bandito Peppi Termini di Campofranco, morto poi in seguito alle ferite riportate dai colpi di arma da fuoco del Minnella e di altri, sparsero la voce che Darenu avesse maltrattato il sac. Michele Cicero, Presidente della Commissione, e ferito l’economo sac. Morreale. Subito dopo, difatti, nei pressi del convento, si radunò una gran massa di gente armata di fucili e coltelli, che pareva essersi dissolta su intervento del Maggiore della Guardia nazionale, Salvatore Mancuso, ma la folla di popolani inferociti, ritornando di nuovo al convento e frugando in tutti gli angoli nascosti, trovò il povero Minnella, “col pallor della morte sul viso”, che venne accoltellato e colpito in testa con un colpo di arma da fuoco. “Non contenti i cannibali di tanto scempio buttano da un altissimo verone il cadavere…” lì sulla piazza dove ardeva già il fuoco. “La triste e fosca luce del fuoco irradia una scena, che la penna non sa ritrarre, (scriveva il Mulè Bertolo riprendendo i versi sul conte Ugolino nel 33° canto dell’Inferno dantesco), son visti alcuni  addentare le interiora,  di quel disgraziato e pieni di gioia sollevar la bocca dal fiero pasto”. 

         Il 6 novembre del 1850 veniva arrestato per reati di sedizione a Casteltermini, un certo Carmelo Saladino, forse un parente di Peppi Termini. La Gran Corte Criminale constatò, tra l’altro, che egli era stato uno degli autori dell’assassinio del Minnella. Sarà stato lui ad addentare per primo il cuore di Darenu? Chissà… Si sa solo che il bandito Peppi Termini era benvoluto dai popolani di allora, certamente molto di più del cancelliere Carmelo Minnella Darenu. Ne sono una conferma i versi, riportati dal Sorge, di un mussomelese di quei tempi, Fra Domenico Nicastro, converso domenicano (!!) che parteggiano per il bandito:“A Mussumeli daveru dispiaci/ la morti vera atroci di chist’omu/chi ‘nni sti parti mali nun ‘nni fici/ e li gendarmi facianu li porci.

          Scriveva pure un altro poeta popolare mussomelese, Giuseppe Palumbo, nel finale di una poesia inedita sulla “Pigliata di Darenu”, datami alla fine degli anni 70: “Di Santarrì acchiana Valintinu/ seguitu di fudda cu la ccetta mmanu/ grida: Darenu! Unn’è Darenu/ Pigliamulu! Pigliamulu a Darenu/ D’un finistruni ca duna nni la strata/ nesci Darenu e s’appenni a la firrata/ Cca iè  Cca iè grida Valintinu/ cala l’accetta e cci taglia la manu/ Cadi Darenu pi jiri nni la strata/ la fudda di sutta lu piglia a vulata/ e di volu lu portanu nni lu chianu/ e nni lu focu cci jetta a Darenu/ Cottu jè Darenu e ccu ci arrivà arrivà!/ La massa si nn’afferra un pezzu l’unu/ lu focu lu stramina ‘nta lu chianu/ mmezzu a lu focu nnu c’è cchiù Darenu”.

 

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Carabinieri Mussomeli, Villalba (CL) Deferito in stato di libertà un Villalbese per detenzione illegale di una pistola e del relativo munizionamento

Carabinieri Mussomeli, Villalba (CL) Deferito in stato di libertà un Villalbese per detenzione illegale di una pistola e del relativo munizionamento

I Carabinieri della Stazione di Villalba, nel corso dei quotidiani servizi di controllo del territorio, hanno denunciato un cittadino Villalbese per detenzione abusiva di armi e munizioni.

Nella giornata di sabato scorso, i Carabinieri della Stazione di Villaba hanno eseguito una perquisizione domiciliare nei confronti di un cittadino Villalbese. Gli operanti hanno posto in essere l’atto ispettivo poiché avevano il fondato motivo di ritenere che all’interno dell’abitazione dell’uomo fosse illegalmente custodita una pistola e il relativo munizionamento.

I sospetti dei Militari hanno avuto positivo riscontro allorquando, all’interno dell’abitazione, hanno rinvenuto una pistola semi automatica, cal 6.35 marca Beretta. L’arma, in perfetto condizioni d’uso, era provvista di tre caricatori e di un centinaio di munizioni.

Considerato quanto accertato e verificato che l’interessato non aveva mai denunciato il possesso dell’arma alla competente Autorità di Pubblica Sicurezza, i Carabinieri hanno proceduto al deferimento in stato di libertà dell’uomo e al sequestro penale dell’arma e del relativo munizionamento.

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Mussomeli, vendevano kit sanitari irregolari: coppia denunciata

Mussomeli, vendevano kit sanitari irregolari: coppia denunciata

MUSSOMELI – I carabinieri di Mussomeli hanno sequestrato kit di pronto soccorso sprovvisti del marchio “Ce”.

È stato requisito a una coppia di agrigentini intercettata all’altezza dell’ospedale «Maria Immacolata Longo» di Mussomeli.

I due bloccavano gli automobilisti proponendo l’acquisto degli stessi kit.

È stata la segnalazione di un passante a dare l’input all’intervento dei carabinieri che in breve sono arrivati in zona.

I due sono stati identificati e dopo la verifica – in questa fase è stata riscontrata la mancanza della necessari amarcatura “Ce” – sono stati segnalati alla procura per l’ipotesi d’introduzione nello stato e commercio di prodotti con segni falsi.

Mentre tutto il materiale è stato sequestrato.

Già nel recente passato, sia a Mussomeli che in altri centri del Vallone, i carabinieri hanno effettuato diversi sequestri e altre denunce analoghe. In qual caso di palermitani in trasferta.

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