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Usura e furto di corrente, arresti a Mussomeli e Villalba

Usura e furto di corrente, arresti a Mussomeli e Villalba

MUSSOMELI – Due arresti dei carabinieri di Mussomeli scattati nelle ultime ore su disposizione della magistratura nissena.

Il primo dei provvedimenti restrittivi è maturato a carico del quarantunenne di Mussomeli, Calogero Anzalone che, su disposizione della procura di Caltanissetta, dovrà scontare 11 mesi e 28 giorni di reclusione per furto di energia elettrica. E i fatti a lui contestati risalgono al maggio dello scorso anno.

Altro arresto, con il beneficio dei domiciliari, per la 78enne di Villalba Vincenza Zuzzè a carico della quale è divenuta definitiva la pena a 4 anni di reclusione per estorsione e usura. Che si sarebbero consumati a Villalba cinque anni fa.

Lo scenario che ha messo nei guai lei, il marito (poi deceduto mentre era in corso il processo d’appello) e il figlio è legata a un’indagine dei carabinieri, nome in codice «Wear old way», “Usura vecchia maniera”.

I militari hanno ritenuto che marito e moglie sarebbero stati ritenuti la mente del giro di prestiti a ”strozzo”, mentre il figlio è stato indicato come il braccio operativo della presunta organizzazione familiare.

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Movida di Mussomeli, pub controllati dai carabinieri

Movida di Mussomeli, pub controllati dai carabinieri

 Mussomeli – Sotto i riflettori dei carabinieri è finita la movida di Mussomeli. Per combattere l’abuso di alcolici soprattutto trai giovani. Un servizio, quello coordinato dal capitano Luigi Balestra, con finalità tanto preventive, quanto repressive.

Diverse le pattuglie impegnate nel controllo che ha interessato 98 persone che viaggiavano su 36 mezzi. I guidatori sono stati tutti sottoposti a prova dell’etilometro e non sono stati scoperti “indisciplinati”. Nessuno ha alzato troppo il gomito.

Durante le stesse verifiche sono state effettuate anche perquisizioni in cerca di droga.

Attenzione puntata pure su pub e locali notturni. Con un occhio di riguardo ai minori e al divieto di vendere o somministrare loro bevande alcoliche.

Ma in tal senso l’attività non è chiusa e gli stessi carabinieri tracceranno in seguito un bilancio complessivo che sarà la fotografia della movida di Mussomeli.

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Ladri entrano in abitazione nonostante il padrone sia in casa

Ladri entrano in abitazione nonostante il padrone sia in casa

MUSSOMELI –  Ladri intrepidi e temerari. Sabato mattina i soliti ignoti si sono introdotti all’interno di una abitazione di via Tripoli senza nemmeno accertarsi che la casa fosse vuota.  Solo la presenza in casa del nipote 22enne  dei proprietari che stava riposando sul letto ha fatto si che i malviventi desistessere dal loro intento criminale. Il giovane, nonostante lo choc per la visita indesiderata ha avuto la prontezza di annotare modello, una Lancia Y bianca. Sembrerebbe che l’auto non risulti rubata, circostanza che agevolerebbe le operazioni per risalire ai responsabili. L’episodio è stato denunciato ai Carabinieri della Compagnia di Mussomeli e, secondo indiscrezioni, i ladri avrebbero le ore contate.

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Mussomeli, arrestato per scontare condanna per evasione

Mussomeli, arrestato per scontare condanna per evasione

MUSSOMELI – Lui, disoccupato di Mussomeli, è stato arrestato dai carabinieri perché lo hanno chiamato a saldare il suo conto  in sospeso con la giustizia.

In carcere è finito il quarantasettenne mussomelese, Armando Favata, che in passato ha avuto più grane con la giustizia. In questo caso è stato chiamato a scontare una condanna che nel frattempo è divenuta definitiva.

È di 5 mesi la pena da espiare per evasione dagli arresti domiciliari. Reato di cui si sarebbe reso auto tre anni addietro.

Ora, con l’ordine di esecuzione, i carabinieri della stazione di Mussomeli lo hanno prelevato dala sua abitazione e rinchiuso in una cella del «Malaspina» di Caltanissetta.

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«Non disse il vero su un delitto», condannata donna di Mussomeli

«Non disse il vero su un delitto», condannata donna di Mussomeli

MUSSOMELI –  È per falsa testimonianza su un delitto che una donna originaria di Mussomeli è stata condannata in appello. Così com’era già avvenuto nel primo processo.

Quando la settantacinquenne Concetta Luvaro è stata condanna a un anno e 8 mesi perché – è l’impianto dell’accusa – avrebbe indotto il cinquantaseienne Gaetano Lauricella Ninotta a non dire il vero su un omicidio.

Tutti e due erano stati chiamati in causa come testimoni per il delitto dell’agricoltore settantaduenne Angelo Anello, ucciso a Serradifalco, in contrada Grottarossa in particolare, nel luglio di dodici anni fa. Sarebbe stato assassinato per la compravendita di un suo vigneto.

Ad ucciderlo sarebbe stato il possidente cinquantenne Gaetano Gioacchino Mario Marturana che nell’aprile scorso è stato condannato al carcere a vita per il delitto in questione. Verdetto che è stato blindato dalla cassazione che lo ha reso definitivo.

E Luvaro e Ninotta, in quel procedimento, erano stati chiamati sul banco dei testimoni.

Secondo l’accusa lo donna  mussomelese avrebbe indotto il coimputato non dire la verità in aula a fronte di una ipotetica ricompensa da parte dell’imputato del procedimento principale per omicidio.

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Boss di Campofranco assolto, era alla processione ma non violò la sorveglianza

Boss di Campofranco assolto, era alla processione ma non violò la sorveglianza

CAMPOFRANCO – Lui, storicamente  ritenuto boss di Campofranco, non ha commesso reati partecipando a una processione religiosa.

Sì, perché è per questa ragione che il capomafia – come i magistrati lo hanno sempre etichettato – Domenico “Mimì” Vaccaro – difeso dall’avvocato Claudio Testa –  è stato adesso assolto dal giudice.

Era finito sotto processo per violazione della sorveglianza speciale che sarebbe stata legata, secondo i magistrati nisseni, proprio alla sua partecipazione alla processione del Venerdì santo di due anni fa.

Ma per il giudice,  “Mimì” Vaccaro non ha commesso il fatto, mentre la procura ne ha chiesto la condanna.

Con il regime di sorveglianza speciale è vietato partecipare a manifestazioni pubbliche. E tale è stata ritenuta dai magistrati la presenza di Vaccaro a quella manifestazione religiosa.

Non è così, secondo la tesi della difesa che, alla fine, ha raccolto l’assenso del giudice. Che ha ritenuto che il boss, quel pomeriggio, partecipando alla manifestazione religiosa insieme alla moglie non ha commesso reati. E  tenendosi peraltro sempre in disparte non si è macchiato di alcuna colpa.

Lui, Vaccaro, che alla sbarra in passato v’è finito per mafia – reato per il quale ha scontato una decina di anni in regime di carcere duro – e per omicidio. Imputazione, quest’ultima, legata al delitto del milenese Salvatore Ricottone. Ma da questo processo Vaccaro ne è uscito assolto con sentenza definitiva emessa dalla Cassazione.

Ora questa nuova assoluzione ma per tutt’altra ragione.

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Dramma della solitudine, trovato morto in casa dopo una settimana

Dramma della solitudine, trovato morto in casa dopo una settimana

Caltanissetta – Dramma della solitudine nel centro storico nisseno. Dove un pensionato ottantatreenne  è stato trovato privo di vita parecchi giorni dopo il decesso.

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Quello scherzo a Pirandello… (a cura del prof. Salvatore Vaccaro)

Quello scherzo a Pirandello… (a cura del prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSSOMELI – Quasi 40 anni fa ho avuto il piacere  di visitare per la prima volta la ricca biblioteca di Paolo Giudici, l’autore del capolavoro Quadìa terra di mori. Fu sua figlia Giuseppina, allora docente di Liceo e consigliere comunale, a farmi da guida ed a donarmi una dozzina di libri scritti dal padre, tra i quali Quadìa, che fu pubblicato una seconda volta nel 1968 anche a cura del figlio Enzo, anche lui scrittore e critico letterario, dopo la prima pubblicazione non molto fortunata del 1930, causata soprattutto dal fallimento della casa editrice di Milano, che ne impedì la diffusione.

         Le 50 e passa opere di Giudici (Mussomeli 1887 -Palermo 1964 e sepolto qui a Mussomeli), comprendono, oltre a 10 romanzi, 6 raccolte di poesie, tra cui L’oasi della felicità, traduzione di 4 opere di V. Hugo, una grammatica della lingua araba, diari e libri di viaggi, nonché più di 20 tra critica letteraria e storia, tra cui 8 volumi della Storia d’Italia. Ma l’opera più apprezzata dai critici e letterati del tempo,  anche se non molto conosciuta, è sicuramente Quadìa, un romanzo in cui, come dice Leonardo Sciascia nella prefazione del libro pubblicato nel 1968, c’è un salto evidente di qualità rispetto agli altri della categoria rosa o di erudizione, e si ravvede quasi un processo di  “conversione, un momento di compiuta verità, un libro che resta, in un periodo, come quello fascista, come scrive sempre Sciascia, nel quale un’opera come Quadìa, di tipo regionalista e di ispirazione verghiana, di un autore inquieto, solitario, alla ricerca delle radici della propria vita, della propria natura, diventava sospetto… e, chissà, forse per questo, immagino, non meritava di avere attenzione e successo (?!).

         Carlo Pellegrini, scrittore e critico letterario, nella prefazione ad un’opera di Paolo Giudici sui romanzi di Antonio Fogazzaro ed altri saggi, pubblicata nel 1969,  sostiene che Quadìa è nella naturale linea verghiana, ma con un accento tutto personale e pagine ricche di delicata poesia, in cui manifesta il suo amore per il suo paese natìo, la sua campagna, le sue tradizioni ancestrali. Anche in un articolo di Giuseppe Quattriglio sul Giornale di Sicilia dell’8 aprile 1969, Quadìa viene giudicata come l’opera più matura e significativa. E parlando del Giudici, scrive di quanto fosse instancabilmente curioso del mondo e come la sua sete di conoscere lo portò ad imparare l’arabo, di cui scrisse una grammatica, e ad intraprendere viaggi soprattutto nei paesi arabi. A questo proposito il Quattriglio racconta di come la curiosità e la conoscenza dell’arabo portasse il Giudici, nel 1910, a recarsi alla Mecca, vestito con il tipico baracano, ampia veste araba, ed a varcare,  insieme ai pellegrini musulmani, con il  rischio della propria vita, la soglia sacra agli islamici e proibita ai fedeli delle altre religioni. E le impressioni di questo viaggio li annoterà poi nell’altro suo romanzo del 1933, La tribù distrutta (uno squarcio di vita nelle lontane terre del mondo arabo) di cui disse, quasi come un simpatico mistificatorio “postsignano” (!) dell’abate Vella, e qualche arabista del tempo vi credette (!), che si trattava della traduzione di un antico manoscritto arabo di Omar El Bedaui, mentre, invece, lo aveva scritto lui, dal primo all’ultimo rigo.

Ma il Giudici, come si racconta nel suddetto articolo del Giornale di Sicilia e su notizie fornite dal figlio Enzo, la burla più grossa la fece all’amico ed ormai famoso scrittore Luigi Pirandello, che sarà insignito di lì a poco, nel 1934, del premio Nobel per la letteratura. Finse di avere scoperto un manoscritto del grande Giovanni Verga, lo scrittore dei Malavoglia, ma si trattava di brani del suo Quadìa. E Pirandello, ignaro dello scherzo, lo incoraggiò a cercare ancora per ricomporre tutto il manoscritto, perché era molto bello e si trattava del migliore Verga che avesse letto. Quando poi, nel 1930, nel pubblicare Quadìa, ne fece avere una copia  a Pirandello, questi non gradì lo scherzo e gli tolse per un bel po’ la sua amicizia. Ma dopo qualche mese, nel riceverlo a casa sua, insieme ad un altro amico, lo scrittore agrigentino gli disse bruscamente e simpaticamente che non c’era proprio bisogno di fare questi trucchi, perché la sua bravura, prima o poi,  l’avrebbe riconosciuta ugualmente (!!).

         In questi giorni ho letto e riletto un’altra volta Quadìa, e devo dire che il  libro si legge tutto d’un fiato. E’ quasi una piacevole camminata a piedi tra i sentieri della verdissima e magica contrada dalla storia millenaria ed i vicoli e le strade polverose della nostra Mussomeli di più di cento anni fa. Un romanzo amaro, triste e malinconico, ma soffuso di dolce nostalgia per  i bei tempi andati, con la robba (bellissima la pagina in cui racconta delle sorelle Lo Manto quando parlano della Quadìa o quella dell’usuraio Nofrio Sanguisuga, dal naso a civetta, che, a letto con una polmonite e con occhi lucidi pieni di febbre, controllava la Nora Firriola, la parente lontana che sapendolo in fin di vita andava ora a servirlo, che non frugasse tra le sue cose dove aveva i denari nascosti), come nei romanzi veristi del Verga, al centro della povera o ricca vita quotidiana, con le speranze represse e le sconfitte brucianti. Anche qui, come nei Malavoglia, in Mastro Don Gesualdo o nelle Novelle rusticane del Verga, c’è una saga dei vinti nella dura lotta della vita lacrime e sangue, dei protagonisti perdenti Don Giuseppe Lo Manto, con l’incubo della sua cambiale che non riesce più a pagare e la sua tragica morte, Grazia la Mora che sperava di fare la signora affrancandosi dalla fatica e dalla miseria,  e Vanni, il figlio della colpa, che avrebbe dovuto diventare dottore in medicina e riscattare la famiglia, ma che finisce solo come un cane e in carcere; e poi, come per liberarsi dall’invidia e dall’odio che lo soffocavano,  abbandonerà sogni e miserie del piccolo mondo della Quadìa e di Mussomeli, e si arruolerà volontario nella prima guerra del 1915-18.  Attorno ai protagonisti, altre figure nitide, straordinarie di personaggi realmente vissuti, come Don Pasquale Molè e la sua San Giovanni, il medico Don Cataldo Lima ed il suo sogno del socialismo e dell’uguaglianza tra i signori ed i poveri cristi,  Nino Lanzalaco ed il suo carrozzone postale che va su e giù per la stazione di Acquaviva. Ed altri personaggi inventati ma molto familiari come le sorelle ed i fratelli Lo Manto, comprensivi con Don Giuseppe o spesso sprizzanti veleno dagli occhi e dalla bocca per Vanni e sua madre, i maestri di scuola di Vanni nell’ex convento di San Domenico dalle grandi finestre piene di luce, il bullismo feroce a scuola contro Vanni, l’osteria della Marvisa, il fondaco di Teresa La Monica… Ed il romanzo, con i rumori familiari di una volta e le campane delle chiese che segnano i momenti della giornata, la mitica chiesetta di Santa Fara, ed i luoghi attorno alla Quadìa, con  nomi strani e spesso sconosciuti, come Margio Rosso, il piano della Mola, la timpa di Scifitelle, il pozzo di Lazzarelle, che scorre come un ruscello ora leggero, chiaro e limpido, ora cupo, doloroso e pieno di fango, con un linguaggio immediato, stilisticamente di una “purezza assoluta”, costellato di proverbi popolari e di battute fulminanti ed inaspettate, mi è sembrato, a volte, uno di quei bellissimi film in bianconero di una volta,  uno straordinario lungometraggio post-verghiano e per certi versi neorealista, soffuso di poesia e di nostalgia…un canto alla  propria terra… alla Quadìa terra di mori…che dà gioia a lu cori…un inno al proprio paese di un grande letterato, un uomo inquieto, scontroso, solitario…che merita, però, a 130 anni dalla sua nascita, come l’illustre suo vecchio zio Paolo Emiliani Giudici, riconoscenza da parte della sua Mussomeli, una dedica, una via…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro@gmail.com

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Bimbo morto a Mussomeli, perizia “impelaga” 15 imputati

Bimbo morto a Mussomeli, perizia “impelaga” 15 imputati

il luogo in cui il piccolo perse la vita

MUSSOMELI – Il perito nominato dalla procura mette sulla graticola i quindici condomini di via Bumarro accusati per la morte del piccolo di Mussomeli, Salvatore Lomonaco. Il bimbo di 8 anni che nel giugno del 2007 è deceduto cadendo con la sua bici in fondo a un dirupo.

L’esperto nominato dalla procura ha evidenziato l’assenza di una protezione a quel baratro aggiungendo che «spettava ai condomini della coop Manfredonia mettere la zona in sicurezza».

Così da irrobustire quelle che sono le supposizioni della procura che ha voluto un nuovo processo – il quarto dopo l’annullamento di ogni atto in Cassazione  – a carico  di Giovanni Giardina, Salvatore Romito, Maria Mistretta,  Adriana Navarra,  Calogera Rossana Salamone, Marco Costanzo, Salvatore Morreale, Vanessa Nobile, Sofia Maria Nobile, Salvatore Corbetto Vincenzo Bonfante,  Salvatore Nobile, Salvina Amico, Maria Carmela Sola e Francesco Paolo Mingoia .

 I quindici   –   difesi dagli avvocati Antonio Impellizzeri e Walter Tesauro – sono accusati di omicidio colposo.

Mentre i genitori del piccolo – assistiti dall’avvocato Giuseppe Dacquì  –  si sono costituiti parte civile.

E se il perito del pm ha fissato i paletti dello scenario in cui sarebbe maturata la tragedia di dieci anni fa – giudicandola tra le righe della sue conclusioni evitabile – un sottufficiale dei carabinieri ha poi chiarito che la bicicletta del piccolo Salvatore, analizzato dopo l’incidente fatale, sarebbe risultata «in buone condizioni».

Al di là degli aspetti  processuali, va sottolineato il fatto  che  questa tristissima vicenda, accompagnata dalla amara certezza che niente e nessuno potrà riportare in vita il piccolo Salvatore,  ha segnato la vita di tutte le persone che vi  si sono trovate coinvolte

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Beni in odor di mafia, confische a Sutera e Montedoro

Beni in odor di mafia, confische a Sutera e Montedoro

Sutera – Confische, non definitive di beni nell’area del Vallone. In particolare a Sutera ed a Montedoro. In entrambi i casi è stato il tribunale misure di prevenzioni a disporlo al termine del dibattimento.

I provvedimenti hanno colpito il sessantunenne di Sutera, Calogero Grizzanti e il sessantasettenne di Montedoro, Gaetano Falcone.di Montedoro.

Il primo è ritenuto vicino al gruppo che fa capo a “Piddu” Madonia, il secondo è fratello di colui che per i magistrati è rappresentate della famiglia mafiosa di Montedoro.

A Grizzanti sono stati sequestrati beni per un valore che secondo gli inquirenti  toccherebbe il tetto dei due milioni di euro tra imprese e 44 fondi terrieri.

Mentre gli averi di Falcone sono stati stimati in un milione  e mezzo di euro tra imprese agricole e allevamenti e poi immobili depositi postali e bancari.

Complessivamente i sigilli sono stati apposti a 4 aziende,  6 immobili,  68 terreni e parecchi rapporti bancari. Tutti beni al centro di due decreti di confisca emessi dalla sezione patrimoniale del tribunale misure di prevenzione di Caltanissetta.

Grizzanti, in passato è stato coinvolto nelle inchieste “Grande Vallone” e “Repetita juvant” curate dai carabinieri.

E nella stessa inchiesta “Grande Vallone”, in passato, è rimasto coinvolto anche lo stesso Gaetano Falcone.

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Comune Mussomeli

 

 

 

 

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