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Sulla Pa-Ag rischiata la tragedia, pulmino con passeggeri avvolto dalle fiamme. Le immagini e la testimonianza di un passante

Sulla Pa-Ag rischiata la tragedia, pulmino con passeggeri avvolto dalle fiamme. Le immagini e la testimonianza di un passante

MUSSOMELI – Si è rischiata l’ennesima tragedia su un tratto della  Palermo Agrigento illuminato a giorno dalle fiamme che hanno avvolto un pulmino adibito al trasporto di persone.

Proprio dove è collocato uno degli innumerevoli semafori presenti nella strada statale, infatti, qualche minuto fa agli automobilisti increduli si è presentata una scena da film: un  fiat ‘Ducato’, di ritorno dall’aeroporto di Palermo con a bordo diverse persone, si è incendiato in prossimità del bivio Manganaro e  di Lercara Friddi mentre percorreva la strada in direzione Agrigento.

“E‘ indecente questa situazione  in cui versa la Palermo e che perdura da anni – Agrigento – denuncia l’avvocato Amedeo  Cumella, involontario spettatore di questo incidente pericoloso –  queste sono le conseguenze gravissime della mancanza di controlli nei confronti di coloro i quali avrebbero dovuto realizzare le opere in tempi ragionevoli e comunque nei termini previsti in un paese civile.

Peraltro, mi sono trovato a dover assistere a questo episodio raccapricciante,  ho allertato  le forze dell’ordine mentre le auto che transitavano in senso inverso si sono avvicinate al mezzo in fiamme, all’oscuro di quanto fosse successo, hanno rischiato di essere coinvolti e colpiti dalle scintille e dalle esplosioni provenienti dal mezzo.

Fortunatamente conducente  e passeggeri sono scesi quando il fumo ha iniziato a fuoriuscire dal motore  e nessuno ha riportato lesioni. E’ stato un miracolo che nessuno si sia fatto male.  

Sono in corso le indagini per accertare le cause – prosegue il legale –  ma si potrebbe ipotizzare una richiesta di risarcimento nei confronti delle imprese interessate per una non adeguata regolazione temporale degli impianti semaforici. Non è azzardato immaginare , infatti, che la combustione si sia sprigionata a causa delle soste di durata eccessiva ai tantissimi semafori che caratterizzano la Palermo – Agrigento.

In effetti lungo questa importante arteria, da anni  trasformatasi in un cantiere pericoloso,  se da un lato semafori e autovelox hanno dilatato a dismisura  i tempi di percorrenza, dall’altro tra crolli strutturali, deviazioni, restringimenti di carreggiata, la pericolosità di questa famigerata strada sembra essere aumentata a dismisura.

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Quel “Libro d’oro” da sfogliare… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Quel “Libro d’oro” da sfogliare… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa, sempre nel solco della straordinaria storia della nascita del culto della nostra Madonna dei Miracoli, abbiamo parlato di quei “piccoli  miracoli” di grande solidarietà umana fatti da gente del popolo, magari possidente ed agiata ma senza cariche e titoli nobiliari, che, nella seconda metà del ‘500, cominciarono a lasciare in eredità le proprie rendite  ed i propri beni a beneficio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati, delle ragazze orfane da marito…  Potremmo dire che i due grandi munifici nostri concittadini Paolo Valenza (testamento del 1567),  Francesco Tomasino di Bartolo (testam. dettato nel 1576 e pubblicato, dopo la sua morte, nel 1587), e gli altri di quel periodo fine ‘500 inizi del ‘600 , tra i quali Pietro Lo Pozzo, Agata La Pipa, Giacomo Capodici, Angelo Maglia, Pino Catania, Don Matteo Genco (1592), Paolo Salerno (1613, )ecc, forse meno abbienti ma non per questo meno generosi, furono semplici persone comuni che, come sosteneva il Sorge nella sua “Storia di Mussomeli”, insieme agli altri prodighi benemeriti che avremo fino al ‘900,  meriterebbero di essere collocati in quell’ideale indelebile “libro d’oro” della nostra comunità mussomelese.

Ma prima di sfogliare, insieme ai miei lettori, questo immaginario nostro libro d’oro in cui dovremmo leggere di altri munifici benefattori mussomelesi, tra i quali, Michele Minneci (1739) Nicolò D’Andrea (1836), Vincenzo e sorelle Sorce Malaspina(1883-85), Domenico Longo e sorella Suor Domenica (dal 1868), Leonardo Mancuso (1899), Padre G.Calà (anni 40 del 900), Sorelle Sola, ecc., e le cui pagine ci occuperanno di certo anche nei prossimi servizi domenicali, vorrei dedicare poche altre righe a Paolo Valenza ed alla straordinaria “manomissione di due suoi schiavi”(!). Il Valenza, nella seconda metà del ‘500, non si limitò, infatti, alla pura elargizione dei suoi beni ai poveri ed agli indigenti o a lasciare loro in eredità le rendite dei suoi possedimenti, ma volle dare un segnale di grande liberalità e di vero evangelico amore cristiano verso il prossimo, in particolare per quello che veniva considerato in quel tempo, come scrive il Sorge, niente di più che “un animale da lavoro… soggetto perpetuamente al dominio del padrone”, una persona come un oggetto qualsiasi che poteva essere venduto, acquistato, disperso… come se non esistesse. Ed è qualcosa di veramente ed esemplarmente straordinario sapere che nel suo testamento del 22 luglio del 1567, riportato dal Sorge, il Valenza, dopo avere affrancato i suoi due schiavi, Giovanna e Battista Valenza (!!), madre e figlio, li abbia trattenuto nella sua casa, dato loro il suo cognome (!) e lasciato loro “una casa, 3 vigne, 3 somari, 4 salme di orzo ed altri mobili” (!!)… Come se avesse voluto dare la vista a due ciechi… la vita e la salute a due poveri paralitici senza speranze!

A quei tempi, come scrive il Sorge, era un segno di sontuosità avere degli schiavi neri o bianchi al proprio  servizio, e, sebbene la schiavitù fosse stata abolita dai viceré, si continuava a fare traffico di schiavi, in particolare arabi. Nel XVI secolo qualcuno dice che in Sicilia ve ne fossero quasi 10 mila, altri qualche migliaio. Don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, ne aveva tre: un nero di 80 anni e due  mori, uno di 25 ed uno di 50. Il giureconsulto Giuseppe Caracciolo di Mussomeli, nel 1615, aveva  uno schiavo nero, Antonino, che, lungi dall’affrancarlo, (eppure, dice il Sorge, dall’alto dei suoi sommi principi di diritto e dalle stesse patrie leggi avrebbe dovuto sapere non esser lecito tenere un uomo nella condizione di bruto), lo lasciò in eredità (!) ai suoi figli, uno dei quali, Ottavio, fu, allora, tra i più famosi giureconsulti di Sicilia.

         Intanto, nei primi anni del ‘600, la Confraternita del Monte di pietà, di Paolo Valenza e degli altri benemeriti confrati,  che, come scritto nell’articolo di domenica scorsa, aveva dato, dagli anni 60 del ‘500, esempi concreti e quotidiani di solidarietà e carità cristiana verso i deboli e gli indigenti, veniva soppiantata, sempre nella stessa Chiesa di Santa Maria del Monte (ora dei Monti), dalla Compagnia dei Verdi, “una “confraternita di nobili” in estirpazione della bestemmia ed in sussidio dei poveri…” Scrive il Sorge che la confraternita del Monte di pietà non riuscì “a svolgere appieno il suo scopo forse perché molto si spendeva nelle elemosine quotidiane (!!) e poco si capitalizzava per l’avvenire”, tacendo il fatto che, quasi certamente, i nobili, la venerabili comunia di li parrini ed i gentiluomini di allora, mal tolleravano che una confraternita di estrazione borghese-popolare osasse raccogliere così tante rendite e cospicue oblazioni, tra le quali quelle dello stesso Paolo Valenza ed altri, tra cui  Francesco Tomasino di Bartolo, Pino Catania, Angelo Maglia, ecc., ed aspirasse nel contempo ad un ruolo di primo piano in un contesto sociale in cui era assurdo, per non dire impensabile, voler primeggiare su lor signori.

A riprova di quanto scrivo, il Monte di pietà di Mussomeli, avversato dai detentori del potere feudale del tempo, non arrivò nemmeno ad erogare, contrariamente a quanto fecero quelli di Nicosia e Gangi, quei piccoli prestiti in cambio di un pegno, molto ben accetti dalle classi sociali di quel periodo. Ad ulteriore riprova, a voler dare quasi un’aura di sacralità alla nuova istituzione della Compagnia dei Verdi, la cosiddetta confraternita dei nobili, in sostituzione di quella ormai morente del Monte di pietà, l’episodio rocambolesco raccontato dal fondatore dei Verdi Conte Don Lorenzo Lanza,  il quale, in un’orrida notte piovosa d’inverno del 1608, tornando da Sommatino, nei pressi del luogo, reso intransitabile dalla pioggia battente, dove sorgerà la Chiesa delle Vanelle di Mussomeli,  impantanatosi a tal punto nella melma che le mule della sua lettiga, affondate nel fango fino alle ginocchia, non riuscivano più a proseguire, e vistosi a mal partito, invocò l’aiuto divino, promettendo di istituire una confraternita in onore del Santo Nome di Gesù qualora uscisse vivo dal quel pericolo mortale. E aveva appena espresso tale voto “che vide le mule con forza meravigliosa divellersi dal fango ed apparire una luce celeste come due torce accese” che lo scortarono nel buio fino a Mussomeli. Il pio Conte, quindi, come promesso (!), non tardò a fondare la confraternita in sollievo dei poveri orfanelli maschi, come quella di Santa Cita di Palermo,  che per il colore del mantello, venne chiamata dei Verdi, e la cui bolla di conferma venne velocemente inviata dal Vescovo Bonincontro il 25 febbraio dello stesso anno.

         E forse, anche il culto della Madonna delle Grazie o delle Vanelle, nato nei primi anni del ‘600 nel punto in cui un bue piegò le ginocchia e si rialzò solo dopo, sgombrati i rovi, si trovò, come narra la tradizione, l’immagine dipinta in un sasso (!) della Madonna e di San Michele, nascerà per contrastare quello troppo popolare della Madonna dei Miracoli?  Anche il miracolo del Conte salvato dalle acque lì nei pressi non sembrerebbe casuale… Chissà! Poi di lì a qualche decennio, la chiesa della Madonna delle Grazie, costruita appunto nella contrada detta delle Vanelle dell’Annunziata, verrà aperta al culto quasi 100 anni dopo il ritrovamento dell’immagine della Madonna della Grazia, detta poi dei Miracoli (!!), la bedda matri, che diventerà, per merito del domenicano Padre Francesco Langela e della sua influente famiglia, la Madonna e Patrona di Mussomeli.

 

 

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Finanza di  Mussomeli e baschi verdi, scoperta centrale dello spaccio

Finanza di Mussomeli e baschi verdi, scoperta centrale dello spaccio

MUSSOMELI – Al blitz antidroga hanno preso parte anche finanzieri della tenenza di Mussomeli. Che insieme ai baschi verdi di Caltanissetta hanno scovato altra droga e denunciato un extracomunitario.

Lo stesso che nel tentativo di sfuggire al controllo aveva nascosto l’hashish in una pietanza appena cucinata. Ma l’espediente non ha funzionato.

L’operazione è stata effettuata nel cuore del centro storico nisseno. Nel quartiere Provvidenza, in via Goldoni in particolare.

Lì i finanzieri hanno recuperato diverse stecche di hashish. Più in dettaglio 25 involucri contenenti, complessivamente una ventina di grammo di droga.

Secondo la tesi degli investigatori la sostanza sarebbe stata pronta per essere smerciata in dosi. Ma l’operazione dei finanziari, scattata dopo che hanno notato un insolito andirivieni di stranieri da quella casa, ha mandato in fumo i piani del presunto spacciatore.

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QUEI PICCOLI GRANDI MIRACOLI… DIMENTICATI  (a cura del Prof Salvatore Vaccaro)

QUEI PICCOLI GRANDI MIRACOLI… DIMENTICATI (a cura del Prof Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – A partire dai primi anni del ‘500, in particolare dopo il ritrovamento dell’immagine dipinta sulla pietra della Madonna della Grazia e, poi, dei Miracoli, cioè dopo il 1530, Mussomeli, che contava allora circa 6 mila abitanti, cominciò ad avere un periodo di grande fermento culturale e religioso. Il nostro paese passava, allora, con l’acquisto di Don Cesare Lanza del 1549, dalla signoria dei Campo, ormai dormiente ed in difficoltà economiche, a quella dei Lanza Trabia, che avranno il dominio della Contea fino al 1812, anno dell’abolizione dei feudi, e la proprietà di quasi tutte le terre degli ex feudi di Mussomeli fino agli anni 40/50 del secolo scorso.

E così mentre nasceva e si accresceva il culto popolare della Madonna dei Miracoli, e si costruiva, a cura della Confraternita, la prima piccola chiesa e la prima statua, don Cesare, il crudele assassino della figlia Laura, la baronessa di Carini, la cui tragica storia è stata raccontata in mille modi dalla fantasia popolare siciliana, prendeva possesso della baronia di Mussomeli. Come dire, dietro la venerazione della sacra bellezza dell’immagine materna della nostra “Madre dei Miracoli con Gesù Bambino nel suo seno a cui porge il latte”, l’orrore del parricidio, un padre che uccide la figlia per salvare il suo onore (!?)… un parricida che ebbe, però, un ruolo da protagonista nella rinascita della nostra comunità mussomelese e, come dice il Salomone Marino nella sua storia de “La Baronessa di Carini”, fu, comunque, “una di quelle personalità spiccate e complesse del Cinquecento, che si impongono in tutti modi… intento a una meta: la fondazione della Casa propria più eminente, più splendida e più possente che ogni altra del Regno”.

Sovviene pure l’altra drammatica storia di Giacinto Langela, poi Francesco da frate domenicano, che sarà, (passando dal Convento di San Domenico di Caltanissetta nel 1691 per la sua vestizione, l’anno dopo a Palermo nel convento di Santa Cita per la sua professione, e nel Convento di Cammarata nel 1696), a partire dal 1721, priore e fondatore del convento e della Chiesa della Madonna dei Miracoli. Anche lui colpevole di un orrendo delitto per aver ucciso con un colpo di carabina un paggio del Principe di Mussomeli, che aveva osato schiaffeggiarlo dopo un alterco all’interno del palazzo dei Lanza Trabia. Acceso d’ira e di sdegno, dice lo Scozzari nelle “Notizie storiche del Santuario”, giurò di vendicarsi, ed appiattatosi dietro una porticina del Collegio di Maria…aspettò impavido la vittima… per poi scaricargli un colpo mortale di carabina.

E qui possiamo dire come siano incomprensibili e talmente imperscrutabili le vie del Signore… o i miracoli della Provvidenza (?), perché il Langela, da assassino, diventerà benefattore della comunità di Mussomeli, l’artefice della fondazione del Convento e del Santuario, importantissimo centro di devozione e di cultura. Ma vorrei parlare ora di altri piccoli grandi miracoli che non tutti forse considereranno tali. E non mi riferisco, come riportato dallo Scozzari, alla guarigione, nel 1629, del principino Lorenzo, figlio del principe Ottavio II di Lanza Trabia e di Donna Giovanna Lucchesi Palli, discendente dei Campo, signori di Mussomeli ai tempi del ritrovamento della sacra immagine del miracolo (!), cui seguì la donazione dei principi al santuario di una catena d’oro e smalti e di una cintura d’argento conservati ancora nel tesoro della chiesa… o alla caduta, nel 1748, della forma fatta di travi in legno della volta della chiesa che lasciò incolumi gli operai che si trovavano lì sotto… o agli operai Giuseppe Lo Vullo, Domenico Montagnino, Saverio Cotino, Gioacchino Ognibene che, chi cadendo da un’alta impalcatura, chi ricevendo addosso enormi massi caduti dall’alto, rimasero sani e salvi… o alla guarigione, nel 1801, della principessa Marianna Lanza di Trabia, cui seguiranno, come ringraziamento, i doni di un manto di seta ricamato in argento (e durante l’esposizione della Madonna col nuovo manto, arrivò la tanto attesa pioggia dopo lunghi mesi di siccità!) e due lampadari, uno di cristallo e uno d’argento.

I piccoli miracoli, ormai dimenticati, di cui voglio scrivere sono quelli di Paolo Valenza (testamento del 1567 dal notaio G. La Muta), di Francesco Tomasino di Bartolo (testamento del 1587 dal notaio G. La Muta), due grandi munifici nostri concittadini, che, come dice il Sorge nella sua Storia di Mussomeli, meritano di essere collocati nel libro d’oro dei benefattori di Mussomeli, e di altri (tra questi Pietro Lo Pozzo, Agata La Pipa, Giacomo Capodici, Angelo Maglia, Pino Catania, ecc.), forse meno agiati ma non meno generosi, che a partire dalla seconda metà del 500, oltre a donare delle rendite per le spese di culto e per la manutenzione della chiesa della Madonna dei Miracoli (pur non facendo parte di quella confraternita), e delle chiese (Monti e Madrice) e degli oratori della propria confraternita, lasciarono in eredità i propri beni a beneficio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati, delle ragazze orfane da marito…

Così mentre la Venerabili comunia di li parrini, istituita nel 1581, si dilaniava spesso al suo interno per motivi non sempre edificanti, le numerose confraternite di Mussomeli, tra cui la prima quella del SS. Sacramento della Madrice, forse del 1550 (la bolla papale è del 1554), poi quella di San Giovanni o del SS. Corpo di Nostro Signore (1558), di San Leonardo o del SS. Crocifisso (1558), di San Giacomo (1559), della Madonna dei Miracoli o della Concezione o della Sciabica (1560) e via via, sul finire del 1500, quelle delle altre chiese di Mussomeli, alcune delle quali come San Leonardo e San Giacomo non più esistenti, anche per mezzo delle eredità lasciate da molti confrati, diedero molto spesso generosi esempi di carità cristiana ed alleviarono le drammatiche condizioni di tanti poveri della comunità del tempo.

Particolare attenzione merita la confraternita del Monte di Pietà o della Carità nella Chiesa di Santa Maria del Monte, poi dei Monti, istituita attorno al 1567 sull’esempio di quelle che in quel periodo nascevano dappertutto nella nostra penisola. Fu proprio quell’anno, il 22 luglio, che Paolo Valenza, come riferisce il Sorge, dettò il suo munifico testamento, in cui, dopo aver disposto l’assegnazione di alcuni beni e rendite alle diverse confraternite di Mussomeli ed al Monastero dell’Annunziata, affrancato due schiavi (!!), lasciato una vigna in usufrutto alla moglie ed in proprietà alla Confraternita dei Miracoli, nominava erede universale la Confraternita del Monte di Pietà, che aveva come scopo quello di adempiere alle opere di pietà, di carità e di misericordia, dando da mangiare ai bisognosi, soccorrendo i carcerati, vestendo gl’ignudi, visitando gli ammalati, maritando le orfane povere e specialmente quelle cui il pudore impediva di elemosinare… Scrive infine il Sorge “Non è tanto l’entità del lascito che esalta la figura di Paolo Valenza, e aggiungerei di Francesco Tomasino di Bartolo e degli altri su citati, quanto il fine che si propose e il senno pratico con cui seppe regolare la distribuzione delle rendite a favore dell’indigenza”… E in un periodo storico della nostra comunità di quasi 500 anni fa, così tumultuoso e violento, esempi così luminosi di generosità ed altruismo, che, però, non devono essere dimenticati (!), fanno onore al nostro paese… sono quei piccoli grandi miracoli che fanno sperare in un futuro migliore…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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Incidente sulla Pa Ag per 5 giocatori del Campofranco, a Cinà asportata la milza

Incidente sulla Pa Ag per 5 giocatori del Campofranco, a Cinà asportata la milza

il luogo dell’incidente

CAMPOFRANCO – Una brutto notizia si abbatte sulla società giallorossa guidata da Mister mattina. Oggi pomeriggio sulla famigerata Palermo Agrigento, cinque calciatori dell’Atletico Campofranco sono rimasti coinvolti in brutto incidente nei rpessi di Misilmeri. Si tratta di  Cinà, Scalisi, Vitrano, Corso e Serio. A riportare i danni più gravi è stato Alfonso Cinà a cui i medici del “Buccheri La Ferla” gli avrebbero asportato la milza, il difensore avrebbe riportato lesioni anche alla gabbia toracica. Danni anche per Gioacchino Serio che avrebbe subito la frattura del setto nasale. Gli altri atleti avrebbero  riportato lesioni di lieve entità. Ancora da chiarire le dinamiche dell’incidente. Ancora da chiarire le dinamiche dell’ìincidente occorso ai cinque calciatori che pare stessero facendo ritorno a Campofranco.

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La conferma dell’autopsia:  puntura  letale per Salvatore Ognibene

La conferma dell’autopsia: puntura letale per Salvatore Ognibene

VALLELUNGA – Morire per una puntura d’insetto. L’autopsia avrebbe confermato. Questa la causa che avrebbe causato il decesso del 42ene originario di Vallelunga, Salvatore Ognibene che per lavoro si era trasferito da parecchio tempo al nord. In particolare a Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia.

Era un dipendente delle Ferrovie ed a stroncarlo sarebbe stato uno shock anafilattico provocato, sembrerebbe, dalla puntuta di un calabrone che lo avrebbe preso al piede.

È sotto casa, mentre dopo cena stava lavorando alla sua moto, che l’insetto lo avrebbe punto. È stato subito colto da malore ed è stata chiamata un’ambulanza.

Tutto è avvenuto in un istante dopo le nove di sera. Subito ha perso conoscenza ed i soccorritori hanno tentato in tutti i modi di rianimarlo.

Ma quando è giunto all’ospedale di Monfalcone non c’era più nulla da fare. Era già deceduto. Ognibene lascia moglie e due bimbi.

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Della nostra Madonna della Grazia e dei Miracoli (del Prof. Salvatore Vaccaro)

Della nostra Madonna della Grazia e dei Miracoli (del Prof. Salvatore Vaccaro)

In questi giorni, in occasione della festa della nostra Bedda Matri, ho riletto con gran diletto il primo libretto della Storia del Santuario della Madonna dei Miracoli,  scritto e pubblicato nel 1906 dal Sac. Salvatore Scozzari, e stampato dalla tipografia Giannone-Cosentino di Palermo.  Allora, si può dire, che fosse, in assoluto,  il primo testo stampato dedicato a vicende storiche di Mussomeli “la prima monografia, come dice lo stesso Scozzari, che vede la luce sulle cose nostreson passati dei secoli e mai una voce s’è levata per dire chi noi siamo e donde veniamo”. E, con una vena quasi poetica,  inizia così:  “Verso l’anno 1530 o 1536ai tempi burrascosi del secolo XVI, sul finire del pontificato di Clemente VII e il cominciare di quello di Paolo III, qui in Manfredonia, dove quasi finiva il piccolo monte su cui cominciava a sorgere il paese, per un viottolo frastagliato di spine e di rovi, il giorno 8 del mese di settembre avveniva un fatto meraviglioso”. E qui mi piace continuare la descrizione del miracolo riportando, nel paragrafo successivo, stralci dell’attestazione giurata, che sicuramente in pochi avranno letto (attestato che come dice lo Scozzari si trovava nel primo volume delle scritture ed attestati pubblici del Convento da foglio I fino al foglio VII), trascritta, il 6 settembre del 1596,  a 66 anni dal prodigio,  quasi in dialetto mussomelese italianizzato, presumo dal sac. Pietro Messina, maestro notaro,  ascoltando i tredici testimoni, di cui 3 de visu, (Rogerio Messina, Giurlando Genco e Giaimo Calà), cioè presenti durante il ritrovamento della Sacra immagine della Madonna, e altri 10 (Giovanni Lanzalaco, Salvatore Genco, Giacomo Arcudio, Marino Caldararo, Bartolo Lo Manto, Giannetto Lanzalaco, Paolino Garofalo, Antonio Mauro e altri due che lo Scozzari non riesce a decifrare) per averne sentito parlare da parenti che avevano assistito al prodigio. La dichiarazione giurata, ordinata dal vescovo di Agrigento, fu fatta davanti ai sacerdoti Paolo Fraterrico, vicario foraneo, e Pietro Messina sopra citato.

      “Circa l’anno 1530 lì 8 di settembre passando un povero pellegrino paralitico sicco di la cintura a basso che andava con li crocci sottu li scilli per il luogo dove ora è la Chiesa, anticamente non occupato da case ma d’un largo spazio che introduceva al paese coperto di macchie di rovetti e  i lati tutti di vigni, e non potendo per la stanchezza della bestia che lo portava passare avanti si riposò sulla detta strada sopra una balata, llà si addormentao senza aversi addonato che in canto d’esso c’era quella Santa figura di Maria Vergine coperta di rovetti. E risvegliatosi si mise in piedi sano et salvo senza macula nissuna, e vedendo questo spaventoso prodigio ridendo cominciò a gridari a vuci alti: Misericordia, misericordia. Agli vuci concursi la maggior parte della gente di quelli contorni della nostra terra, fralli li quali vi furono testimonii di viso che sentirono il miracolo per bocca di detto Paralitico, ed incominciando a cercare fra li rovetti, a quattro palmi in circa arrasso d’onde era coricato, trovarono una S. Immagine col S. Pargoletto nel seno a cui porge il latte pittata in una pietraQuesta sacra immaginequando si trovò sudava e fece moltissimi miracoli fu istituita altra festa alli 13 di Aprili per altri stupendi miracoli oprati  non derogando però l’antiqua e grandiosa festività del dì 8 7bre

     Ho voluto sottolineare in grassetto la frase che descrive l’immagine ritrovata della “Madonna col Gesù Bambino nel suo seno a cui porge il latte”, perché, stranamente, nelle varie iconografie della Madonna dei Miracoli  non ho mai visto dipinta o scolpita una scena così particolarmente materna, scena che ho visto recentemente in un quadro  settecentesco del Convento di suore domenicane di Santa Caterina d’Alessandria di Palermo.  L’antica immagine  dipinta sulla pietra è stata purtroppo coperta, anche se lo Scozzari parla di restauro,  con una nuova icona del pittore Domenico Provenzani che, in quel periodo, era impegnato, su commissione dei Padri Domenicani del tempo,  nella decorazione della volta e di altri affreschi della Chiesa. La Madonna  del Provenzani è comunque in stile diverso da quella di prima,  probabilmente era come l’hanno descritto i testimoni del 1596? o di tipo bizantino,  ma allora perché  le dichiarazioni dei testimoni la descrivono col Bambino nel suo seno a cui porge il latte ? Chissà! Sarebbe sicuramente interessante, come auspicato da Calogero Barba, in un articolo del 2004 su Progetto Vallone, di cui qui si pubblicano alcune foto che corredavano l’articolo, poter rendere visibile con le attuali tecnologie a laser l’originaria immagine  del 1530. Però è pure strano che le antiche immagini fossero di tipo bizantino, cioè con Gesù Bambino sorretto al centro dell’icona dalle due mani della Madonna, come si può dedurre da quelle dipinte o a rilievo, presenti  nel tesoro del santuario, nell’oratorio della Confraternita e nella cappella esterna sotto al campanile del santuario, oltre che nei vecchi santini ottocenteschi.

 Nemmeno la prima scultura dorata , forse dei primi anni del 600, in stile misto bizantino e barocco (!), e che ora si trova nella cripta, riprendeva l’immagine della Madonna che allatta Gesù. Lo stesso Bambino, come riporta  C. Barba,  anche per essere stato incaricato del suo restauro qualche anno prima del 2004,  non è l’originale ma quello appartenente alla prima statua della Madonna del Rosario che, dopo tante peripezie, come riferisce pure lo Scozzari, tornò dalla Chiesa Madre, dove era stata sequestrata (!), al Santuario (era successo anche per la statua della Madonna dei Miracoli !).  Nel 1725 si stipulò nientemeno che un accordo (!!) tra l’Arciprete Stefano Nisi e Padre Giuseppe Langela, fratello dell’altro più famoso Francesco, Giacinto da laico, (il frate assassino, “il bollente Langela che avea atterrato con una carabina”  un paggio, reo di averlo schiaffeggiato, e che, fuggito a Roma e divenuto amico di potenti cardinali e di Cristina, regina di Svezia, avendo ottenuto dal Vaticano l’assoluzione e la relativa  dispensa, si convertirà e si farà frate domenicano col nome di Francesco, fondando, da priore, insieme alla sua famiglia,  la nuova Chiesa settecentesca ed il Convento dei Domenicani), con il quale l’arciprete si obbligava a restituire la statua della Madonna del Rosario (!) ed il Padre Langela a costruire una statua di San Ludovico per la Madrice (!), con la clausola che  il manto e le corone d’argento dovessero restare alla Madonna della Catena (!?) della Madrice.

  Un altro straordinario particolare,  scoperto rileggendo il libretto dello Scozzari (nota 29), è che la nostra Madonna  veniva chiamata prima Madonna della Grazia e che il dipinto su pietra, prima di essere rifatto, era collocato anticamente, fino al 1759, sull’altare sotto il lettorino (leggìo) del coro, per  essere spostato di lì a qualche anno su un altarino dell’arco maggiore della chiesa, e nel 1762  in alto a destra del coro. Poi,  circa un trentennio fa, non senza grosse difficoltà, (nelle operazioni di trasloco, come mi raccontarono, l’enorme pietra crollò a terra dall’alto del coro, spaccandosi in due  metà poi ricongiunte), fu spostato nella cripta del Santuario, dove ora si trova definitivamente.

E così, tutti gli 8 di settembre di ogni anno, come venerdì scorso in cui abbiamo avuto la prima anelata pioggia dopo 5 mesi, la statua della Madre di Mussomeli, scolpita  nel 1876 da Francesco Biangardi, coperta di ori e doni votivi, continua ad essere portata ancora  in processione per le vie del paese e del centro storico che si va sempre più spopolando… Come ogni anno, da quasi 5 secoli, ci ritroviamo  davanti alla sua immagine dal dolce sorriso  materno… per ripercorrere in silenzio, molti a piedi nudi, le vecchie strade della nostra infanzia… per rinnovare un culto dalle radici antichissime che si perde nella notte dei secoli… per chiedere di proteggerci, sotto il suo simbolico manto, dal velo dell’oblio e dallo scorrere inesorabile del tempo…  Ricordo sempre,  con vivo piacere, quando da bambino, nei primi giorni di settembre, salivo su nella cappella della Bedda Matri, sotto lo sguardo vigile dell’amico Vincenzo Maniscalco, ora 92enne,  arrampicandomi sulle spalle e sulla testa del “povero paralitico” per pulirle quel suo bel viso incipriato dalla polvere, e,  per non cadere giù a precipizio, mi aggrappavo  alla sua vita,  restando lunghi minuti estasiato a vedermela così vicina…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

 

P.S: Nell’articolo di domenica scorsa, parlando dell’antica mappa dell’agrimensore F. Vaccaro, ho scritto che il numero di salme del territorio di Mussomeli era un po’ eccessivo, invece è proprio quello giusto. Contrariamente al Giacona che usa la misura della salma mussomelese equivalente a 33940 mq, il Vaccaro impiega quella “borbonica”, più piccola,  corrispondente a 17415 mq.

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Madonna dei Miracoli: i video della diretta

Madonna dei Miracoli: i video della diretta

MUSSOMELI – I video della diretta dei festeggiamenti in onore della Madonna dei Miracoli trasmessi in diretta web da castelloincantato.it giorno 8 settembre 2017.

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Auto in fiamme, attimi di paura in via Dalmazia

Auto in fiamme, attimi di paura in via Dalmazia

MUSSOMELI – Una fitta coltre di fumo che fuoriusciva  dal cofano di una utilitaria. E’ successo ieri pomeriggio intorno alle 17 nella centralissima via Dalmazia dove da una “Punto” in transito nella trafficata e centrale via si è sprigionato un incendio. Alla guida dell’utilitaria vi era un uomo che, immediatamente,  ha arrestato l’auto quando si è accorto dell’incendio che ha colpito la vettura. Le fiamme sono state domate grazie al provvidenziale intervento di alcuni esercenti della zona che hanno utilizzato gli estintori. Al di là di qualche momento di preoccupazione e paura, fortunatamente non si sono registrati danni a persone, mentre, secondo indiscrezioni,   il principio di rogo si sarebbe verificato autonomamente, forse per un cortocircuito del sistema elettrico dell’automobile.

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Un’altra antica mappa del nostro territorio (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Un’altra antica mappa del nostro territorio (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Riprendiamo insieme ai nostri cari lettori, dopo la caldissima pausa estiva, il nostro appuntamento domenicale, un piacevole ed interessantissimo cammino a ritroso nel passato e nella storia del nostro patrimonio culturale, un viaggio, anche mentale, lungo gli ex feudi del nostro vastissimo territorio, dai nomi misteriosi, e le cui origini si perdono nella notte dei tempi…tra sentieri ormai perduti che attraversano le valli gialloverdi e le straordinarie bianche colline delle nostre contrade…quasi un volo d’aquila sulle bellissime vette delle nostre colline, da quelle più alte di Calabue (899 m), San Vito (888m) e Castelluccio (oltre 800 m a nord-ovest dell’abitato), alle altre, meno conosciute, sui 600  metri , di Castellaccio (Cda Mappa), Rocche dell’Edera (Edera), Piscazzo (Garzizetti), Cozzo Reina (Reina), Cozzo Cantacucchi (Cda Torretta), Cozzo dell’asparagio (Mustujuve), Rocca conigliera (Cda Buonanotte), Serra del fico (Cda Sampria), Cozzo lanterna (Malpertugio), Cappello d’acciaio (Reinella), Pizzo agnello (Cda Canzirotta)… o forse una suggestiva discesa dantesca nei gironi “infernali” di Gorgo di sale (dintorni di Cda Mappa), Gorgazzo e Omo morto ( Cda Manca) Gorgate (Cda Valle), Malpertugio e Malupirtusillu (a est di Mandra di piano), Fosse (Cda Soria), Valle del lupo (Cda Castelluccio), Selvaggia (Cda Calabue), Mandra nera, Mandra rossa, Fimmina morta (C.da Polizzello), Testacotta (sotto Cda Manca), Fiume della morte (Cda Mandrigli)… o nei gironi del “paradiso” di Quarto di rose, San Cono (Cda Polizzello), Sanfrangiore, San Giacomo, San Giovannello  (a nord-est delle Cde Scala e Canzirotta), Portella del paradiso (Cda Calabue), San Vito, Santissimo (Cda Quadìa)

Ultimamente, facendo qualche ricerca, ho scoperto, nell’archivio di Stato di Palermo,  una mappa colorata a tempera con i confini, ad inchiostro di china, dei feudi di Mussomeli, redatta dall’agrimensore Francesco Vaccaro attorno al 1830, e che si pubblica qui accanto. Ho inserito nella  mappa in caratteri bianchi, per favorirne  meglio la visione, i nomi dei feudi e l’antica estensione in salme, così come riportato nella legenda in basso dell’agrimensore Vaccaro, incaricato a suo tempo dai notabili della monarchia borbonica.

La pianta topografica, che sembra più precisa nei confini e più professionale, differisce da quella elaborata  dall’amministratore Pietro Giacona nel 1828 per conto del Principe Lanza di Trabia ( e che qui si ripubblica, con i dati rilevabili in salme, per un totale di circa 4750, che corrisponde più o meno all’attuale estensione del territorio di Mussomeli, cioè quasi 170 kmq), sia per le estensioni dei vari feudi, molto più grandi per un totale di 10584 salme (forse un po’ troppe! anche se vi era calcolato tutto Rabbione, il totale di Scala, che passerà successivamente in parte a Marianopoli, e forse quello di Canzirotta,  di cui qualche pezzo è finito a San Cataldo), ed in parte anche per la geografia dei vari confini di ogni feudo. Inoltre, il Giacona inserisce nella cartina (probabilmente si tratta di una bozza  sui generis di quella del Vaccaro o di altri) il feudo Indovinella di 109 salme, tra Mandrigli e Mandra di cuti, oltre al feudo Salina (245 salme), che passerà in quegli anni al Comune di Acquaviva Platani, mentre il Vaccaro nell’escludere completamente Indovinella dalla sua mappa, vi inserisce Raffi (120 salme) e Rabbione  ( di ben 832 salme), un grosso feudo che entrerà a far parte, di lì a qualche anno, del territorio di Serradifalco. Nella mappa del Vaccaro vi sono inoltre altri interessantissimi dati geografici riguardanti i fiumi, le vie di comunicazione ed i comuni confinanti.

         Nella pianta in corrispondenza del feudo Comuni di 400 salme (in quella del Giacona sono 310) vi è abbozzato l’abitato di Mussomeli in cui si intravede il campanile della Madrice, mentre nello spazio Borgitello si scorge in alto, sotto al numero 47, il disegno accennato del Castello, con la dicitura, trascritta nella Legenda in basso, Castello così detto di Manfredonia.  Quello che incuriosisce maggiormente è l’assenza nelle due piante topografiche del grosso feudo Mappa (esteso da 350 a circa 767 ettari dopo l’acquisizione, nel 1962 di altre terre di Gorgo di sale,), ubicato tra Garzizetti, Edera, Mandra di Piano, Malpertugio e Gorgo di sale.  E’ probabile che l’ex feudo Mappa, terra buona e profumata, e conigli e pernici e fagiani in abbondanza in mezzo a una campagna selvaggia”, come ha scritto un giornalista di cui non ricordo il nome, appartenente al principe di Spatafora, apparentato con i Lanza Trabia, si sia formata nei decenni, forse tra la fine del 700 e gli inizi dell’800, con quella sottratta progressivamente ai cinque ex feudi sopra citati.

      La costruzione della bella ed imponente masseria degli Spatafora a Mappa,  da qualche decennio adattata ad agriturismo, fu iniziata, come riporta MarioCassetti nel tomo A dei due interessantissimi e riccamente illustrati volumi de “Le Masserie”, edito nel 2001 dalla provincia di Caltanissetta, fu iniziata verso la fine dell’ottocento dal principe Pietro di Spatafora e condotta a termine dal fratello Michele Gutierrez   (che sarà sottosegretario al Ministero dell’agricoltura,  nel 1943, durante il regime fascista e, poi, aderirà alla Repubblica Sociale Italiana. Arrestato e detenuto a Regina Coeli dopo la fine della guerra, sarà rilasciato su intervento di re Umberto II il 5 giugno 1946).  Il caseggiato in pietra bianca di Comiso, che è stato costruito a 572 metri s.l.m., su un fianco del monte Castellaccio (673 metri), domina un panorama mozzafiato sulla vallata del fiume Belici, tra Mandra di Piano e Gorgo di sale. Sulla chiave di volta del portale  di ingresso campeggia lo stemma degli Spatafora (un braccio con la spada). All’interno, oltre al grande patio dal pavimento acciottolato  chiuso da fabbricati, una volta destinati a stalle, fienili e magazzini,  la casina signorile posta su un piano rialzato con una piccola scalinata. Nelle grandi stanze, ora utilizzate come camere d’albergo, come scrive Mario Cassetti, resta solo qualche traccia dell’antico splendore d Duca di Spatafora, in particolare il ricordo dello studio arredato con mobili d’epoca su cui troneggiavano animali esotici imbalsamati. Sulla chiave della volta a crociera del salone centrale era segnata la data del 1861. Infine, da rilevare la presenza dell’immancabile cappella costruita fuori dal caseggiato, su un vicino rialzo a nord est, e dedicata al beato Domenico Spatafora. All’interno della chiesetta, sempre in pietra bianca, con un campanile a vela, non rimane quasi più niente degli antichi arredi. Lo stesso si può dire di un piccolo parco in cui, secondo Cassetti, vi erano delle vasche con fontane e giochi d’acqua (!!), gazebi e torri merlate…

 

 

Salvatore Vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Comune Mussomeli

 

 

 

 

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