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A 65 anni, è morto Lorenzo Reina, l’autore del Teatro Andromeda a Santo Stefano di Quisquina

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Santo Stefano di Quisquina – “Addio vecchio amico”. Con queste tre parole, un Vittorio Sgarbi provato, come tutti sappiamo, dalla sofferenza e dalla malattia, ha dato l’estremo saluto a Lorenzo Reina, l’artista pastore che, a Santo Stefano di Quisquina, costruì il Teatro Andromeda. “Il suo lascito più importante”, continua Sgarbi, “non è il Teatro Andromeda, ma il messaggio che si porta dietro: il coraggio di osare. Lorenzo Reina era una intelligenza vivida e fervida. Ha compreso, prima di molti altri, il valore del Paesaggio”. Oggi Lorenzo ha raggiunto la sua stella, mentre la sua costellazione, quella di Andromeda, appunto, con i suoi 108 blocchi cubici di pietra, rimane, muta, finestra sull’infinito. A 65 anni, sicuramente aveva realizzato molti sogni e molti altri ancora ne avrebbe tradotti in fatto. Per sè e per gli altri. Se non fosse andata così. Lorenzo Reina, padre di Libero e Cristian, è stato trovato morto nel proprio letto, nella sua casa di campagna, da Libero. Lui che aveva fatto a pugni con un destino già scritto, quello del pastore, è morto fra le sue radici. In quella campagna, dove era riuscito a costruirsi un “altrove”, guardando oltre e guardandosi intorno. Alla fine era, ed è, per la sua terra che Lorenzo ha voluto lavorare. Per migliorarla e per migliorarsi. Ultimo figlio maschio dopo tre femmine, l’aspettativa paterna era certamente quella di contribuire al mantenimento di quella realtà che egli stesso aveva messo sù pezzo dopo pezzo. Ma pascolare gli stava stretto, a Lorenzo. Il suo sogno -ci rivelò in un’intervista di qualche anno fa- era andare a scuola. Da quella terra, benigna e matrigna, lo scultore visionario estrasse quell’argilla che poi divenne materia dei sogni. E lo stesso fece con la ruvida pietra. E pure col legno. La natura si fece arte, plasmata dal suo pensiero colto. Dal suo sguardo acuto e intelligente. Si spacciava per timido, Lorenzo, a tratti sembrava credibile, a volte, invece, faceva pensare che giocasse a fare la star, nascosto fra le falde larghe del suo Panama beige. Cifra d’artista in una Sicilia tanto arsa, arida e assolata, quanto gelida. Uno che sapeva di avere conquistato il mondo perchè un unicum come la sua creatura! Lo scorso 19 ottobre, a Reitano, assieme alle opere di Bonanno Conti, Giacomo Noyà e Francesco Carbone, era stato protagonosta dell’inaugurazione del Giardino di Villa Margi di Antonio Presti, noto mecenate dell’arte, che, da Tusa, ha trasferito il suo Atelier ribattezzato “Asteroide 20049 Antonio Presti”. Due anime, due volti, due nomi forti di quella Sicilia perbene che si incontrano sotto un unico denominatore comune, l’arte e la sua capacità di cambiare il mondo. Un mondo! Nel 2018, Lorenzo Reina, dopo una prima rinuncia, ha partecipato alla Biennale di Venezia, col suo progetto, un teatro di pietra, a mille metri di altezza, nel cuore pulsante della Sicilia operosa. Che ha animato la mostra “Arcipelago Italia” curata da Mario Cucinella, assieme ad altri 60 progetti. “Direi proprio che ha vinto l’arte”, aveva dichiarato al noto quotidiano “la Repubblica”, in quella occasione. Lorenzo Reina era nato e cresciuto pastore, nella Sicilia interna e più recondita, in quel sud del Sud dei santi, spesso dimenticato da Dio e dai santi, e poi era stato perfezionato nel suo modo di fare arte da autodidatta da Gabriele Zambardino, conosciuto a Napoli, al tempo del servizio militare. Forse, tutto sommato, era nato sotto una buona stella, Lorenzo. Tornato in paese, alla fine del periodo di leva, nulla fu più come prima. L’ansia di creare aveva preso il sopravvento sugli attendimenti della campagna. Il giovane talento in erba avvertiva sempre più il bisogno di “smussare” l’inquietudine che fa tale ogni artista. Non tardò ad arrivare la sua prima personale nella Biblioteca comunale del paese. Ormai il dado era tratto. Alla vocazione non si comanda! Lorenzo Reina, pastore e figlio di pastore, era ormai un artista agli occhi di tutti. Anche il padre dovette arrendersi di fronte all’evidenza del suo talento. La risoluzione del conflitto si ebbe però solo al capezzale del padre, sul punto di morte, nell’attimo stesso in cui Lorenzo, in obbedienza alla volontà paterna, promise che sarebbe tornato a fare il pastore. E stavolta lo fece senza rimpianti, obblighi o forzature di alcun tipo. In fondo era da lì che tutto aveva avuto origine. Quel luogo oggi è la sintesi di arte e pastorizia. Animato dal busto bronzeo del padre di Lorenzo. E forse, a breve, anche del suo. Che sicuramente non meritava di morire così presto. Quale sia o fosse stata la “fortuna” di questo sito affacciato sui monti Sicani e frequentato da turisti e artisti di tutto il mondo, ce lo siamo chiesti più e più volte. Sarebbe prolisso e forse in pò fuori contesto, oggi indugiare troppo sulla forma e sulla simbologia del teatro, la creatura per eccellenza di Lorenzo. Ci limitiamo a dire che quel frammento di vita, in una porzione di infinito, è il testamento spirituale di un’anima bella, luogo della Poesia e del suo Poeta che in essa vivrà per sempre a futura ed imperitura memoria. Grazie Lorenzo per avere scritto una pagina bella di quella Sicilia da cartolina che ha fatto parlare di sè, e di te, per Bellezza, Arte e Ingegno!

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