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ANPI:”Attenzione a riconoscimenti a chi si è schierato dalla parte sbagliata delle storia”. Polemica su piazza alle vittime delle foibe e tributo a Giovanni Bellanca

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Mussomeli – Nulla è certo. Chi  e come viene  scritta e raccontata la storia , la distinzione tra demoni  e angeli,  la guerra dà poche certezze e molto dolore. Così scoppia l’intitolazione di una piazza alle vittime delle Foibe e il  ricordo di Giovanni Bellanca, mussomelese scomparso a Gorizia nel  del 1945 diventano “casus belli in bello”. La reazione piccata, farcita di passaggi forti,  arriva dall’Anpi Mussomeli e Caltanissetta, attraverso una nota a firma dei rispettivi presidenti Mario Di Francesco e Salvatore Cammarata, scrivono: « Nei giorni passati l’ANPI ha appreso a mezzo stampa della notizia che a Mussomeli, proiettati elettoralmente e travolti dall’emozione del ricordo del proprio concittadino Bellanca Giovanni, guardia di pubblica sicurezza disperso nel confine orientale nel maggio del 1945 che dopo l’8 settembre 1943, aderì volontariamente alla RSI (Repubblica Sociale Italiana), si stia valutando l’idea di intitolare una pubblica piazza alle vittime delle foibe. Settimane antecedenti il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, il Comitato Provinciale dell’ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha inteso fare chiarezza inviando una nota a tutte le Amministrazioni comunali della provincia, sul prestare la massima attenzione a promuovere iniziative nei propri territori quali intitolare spazi, piazze, edifici e pubbliche vie a personaggi che hanno palesemente aderito al regime fascista, collaborando con gli alleati nazisti. Azioni che dal punto di vista storico potrebbero essere in contro corrente con la nostra Carta Costituzionale e i valori fondativi della Repubblica. Non è in discussione il giudizio relativo al dramma delle foibe, che riguarda l’uccisione di un ancora imprecisato numero di persone senza processo o con un processo sommario. Ma proprio questo giudizio sollecita la necessità di approfondire la ricerca storica su chi, perché, quanti e quando sono stati vittime, e chi, perché, quanti e quando sono stati carnefici. L’associazione infatti valuta che siano già stati commessi abbastanza “errori” dalle nostre Istituzioni locali nell’attribuzione di intitolazioni di pubblici spazi. Questo perché con superficialità si sono condotte delle ricerche storiche su queste personalità, non tenendo conto che dietro alla crudeltà dell’infoibamento da parte dei partigiani jugoslavi, c’è stata una chiara ed espressa volontà, quindi una scelta personale, di aderire e sostenere l’oppressione nazifascista in quei martoriati territori e le conseguenti politiche espansionistiche e di dominio basate sui crimini di guerra contro la popolazione civile. Infatti dopo l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 a differenza di molti colleghi, più di ventimila che sul confine orientale hanno deciso di unirsi alla Resistenza e di liberare l’Italia e l’Europa dalla dittatura nazifascista, questi soggetti come tanti altri hanno deciso volontariamente di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, come: Luigi Bruno, guardia di pubblica sicurezza, a cui è stato intitolata una via nel capoluogo nisseno da parte dell’amministrazione Ruvolo e Giuseppe Sardo, finanziere a cui è stata intitolata a San Cataldo un tratto di strada adiacente il palazzo comunale dall’amministrazione Modaffari. Questo non giustifica – proseguono –  il modo barbaro con il quale sia stata tolta loro la vita, ma sicuramente apre una riflessione su tutti quelli che come loro, si sono schierati contro la libertà, l’uguaglianza e la democrazia e hanno preferito a ciò la guerra, la dittatura, l’odio e il razzismo nei confronti di altre popolazioni ritenute “inferiori”. La causa della loro morte è stata sicuramente la guerra, ma anche l’aver scelto volontariamente la parte sbagliata della storia: quella di schierarsi con il fantoccio Mussolini mantenendo l’alleanza con gli aguzzini nazisti guidati da Hitler. L’ANPI ritiene, nel massimo rispetto delle vittime, che bisogna prestare attenzione nel formulare e produrre riconoscimenti a soggetti, che con senso critico, sicuramente poco hanno di “martire”, poiché schierati contro l’Italia Repubblicana dei diritti e delle libertà, che tutti noi oggi viviamo. Bisogna evitare che, nella rilettura contemporanea di quelle vicende, prevalga una visione univoca e in questo contesto travolti dall’emozione siano riesumate tentazioni nazionalistiche. In un’ottica puramente revisionista, si ci è permessi di mettere grottescamente sullo stesso piano le foibe e l’immensa tragedia della Shoah, ad esempio dimenticando la morte di oltre 50.000 soldati italiani per mano dell’intesa con la Germania nazista. Questo è avvenuto perché si è enfatizzata la verissima tragedia delle foibe e dei crimini che sono stati commessi come genocidio o pulizia etnica, perché si è criminalizzato chiunque, compresi gli storici. È vero che delle foibe non si è parlato o si è parlato poco per decenni e che perciò per lungo tempo non hanno fatto parte della consapevolezza nazionale. E’giusto di conseguenza che entrino a far parte di una memoria collettiva, che è anche la nostra, perché ne derivi un insegnamento di carattere storico, morale e civile”.

Giuseppe Cammarata

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