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Delitto Falcone a Montedoro, Di Gati: fu «Mimì» Vaccaro a volerne la morte  

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Campofranco – «Mi fu raccontato che il mandante del delitto Falcone è stato Domenico Vaccaro». Esattamente come sostenuto in precedenza dall’ex boss di Vallelunga, Ciro Vara, anche l’ex capomafia di Racalmuto, Maurizio Di Gati, ha confermato.

La sua “verità” è arrivata al processo che vede alla sbarra lo stesso «Mimì» Vaccaro – difeso dall’avvocato avvocato Antonio Impellizzeri – indicato come il mandante del delitto del montedorese  Gaetano Falcone, ucciso il 13 giugno del 1998.

Sul banco degli imputati, sempre in questo processo,  anche Carmelo Sorce  di Milena – difeso dagli avvocati Danilo Tipo e Daina Meli –  sotto accusa per l’uccisione di Salvatore Randazzo pure lui milenese.

«Falcone è stato ucciso su ordine di Vaccaro e con il nullaosta del cugino, Nicolò Falcone» è uno dei passaggi delle dichiarazioni rese ai magistrati dall’ex boss agrigentino che avrebbe appreso questi particolari dal capomafia agrigentino Giuseppe Fanara, attualmente in carcere perché condannato all’ergastolo e già da poco meno di un decennio detenuto in regime di 41 bis.

L’agguato, secondo la tesi degli inquirenti , ma anche dei collaboranti, sarebbe scattato intanto perché Domenico Vaccaro avrebbe voluto vendicare l’uccisione di suo fratello Lorenzo e di  Francesco Carruba, finiti nel mirino dei killer  nel gennaio del 1998. E Falcone sarebbe stato vicino al quel gruppo che avrebbe voluto l’eliminazione dei due.

Sullo sfondo anche la spaccatura in Cosa nostra, con due ali contrapposte: una vicina a Provenzano, l’altra a Riina. E Gaetano Falcone si sarebbe avvicinato ai Cammarata  di Riesi, in antitesi con Vaccaro. Mentre il cugino, Nicolò Falcone, sarebbe rimasto legato alla frangia che fa capo al boss di Vallelunga,  «Piddu» Madonia e di conseguenza, a quel tempo, a Bernardo Provenzano.

E lo stesso Di Gati ha fatto riferimento «alla spaccatura in seno a Cosa nostra». Così come un altro collaborante, il nisseno Carlo Alberto Ferrauto, che ha confermato le due anime di Cosa nostra e la contrapposizione tra i fedelissimi di Madonia e Provenzano ed i riesini, invece, legati all’ala più stragista.

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