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«È lui il mandante», dall’assoluzione alla condanna a 26 anni di un imprenditore

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Caltanissetta – Dall’eden agli inferi nel volgere di un istante. Quello che ha separato la sua precedente innocenza dalla colpevolezza che, invece, gli è piovuta sul groppone in appello perché indicato come la regia di un delitto.

E se dal primo grado del giudizio ne è uscito con un verdetto assolutorio, ora, nel secondo passaggio in aula, s’è vista piombare sul capo l’affermazione di colpevolezza.

Sono ventisei gli anni di reclusione inflitti al cinquantasettenne imprenditore edile gelese Giuseppe Cauchi, ritenuto ora il mandante dell’uccisione di un altro gelese, l’allora imprenditore edile trentaduenne Matteo Mendola, i cui familiari sono costituiti parte civile.

Questo il verdetto che è stato emesso dalla corte d’Assise d’Appello di Torino. La procura generale del capoluogo piemontese ha chiesto, di contro, la condanna al carcere a vita.

L’imputato, di contro, al termine del primo processo era stato assolto. Ma in appello è arrivato la radicale riforma della sentenza.

È per questioni d’interessi che sarebbe stata ordinata l’uccisione di Mendola. Questa, almeno, è stata la tesi dell’accusa che non ha retto in primo grado, ma è stata accolta nel successivo.

A inchiodare il presunto mandante è stato uno dei sicari entrati in azione  – entrambi sono stati già condannati a trent’anni con il rito abbreviato – che poi ha ammesso il suo coinvolgimento, tirando in ballo colui che gli avrebbe chiesto di uccidere.

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