Mussomeli – Sull’Addolorata ritrovata al Collegio della Badia, e rapidamente “spacciata” per opera del Biangardi, il mussomelese prof. Calogero Barba ne smentisce con certezza l’attribuzione.
<< In anni recenti, nell’ambito di interventi di restauro architettonico che hanno interessato alcuni ambienti del primo piano e del piano superiore del monastero della Badia -oggi sede della comunità religiosa del Collegio di Maria di Mussomeli, e tra le emergenze storico-artistiche locali di maggiore rilievo- è stata rinvenuta una scultura lignea policroma a mezza figura, a grandezza naturale, dotata di arti superiori raffigurante Maria Santissima Addolorata. Il manufatto, del quale si era completamente smarrita la memoria storica e devozionale, si configura come un’acquisizione di notevole interesse nel panorama della scultura sacra locale. Tuttavia, sotto il profilo stilistico e formale, l’opera si discosta sensibilmente dalla tipologia riconducibile alla cosiddetta produzione “biangardiana”, ampiamente attestata nel territorio mussomelese. In particolare, la costruzione plastica del volto e la resa espressiva del pathos -affidata al marcato corrugamento delle arcate orbitali e alla definizione incisiva dei piani fisionomici- sembrano richiamare moduli riconducibili a una cultura/scultura lignea figurativa meridionale tardo- settecentesca, caratterizzata da esiti formali più severi e taglienti >>.
Così si legge nell’incipit dell’esaustiva nota a cura di Barba. Il dibattito -che tira in ballo la precende tesi dell’attribuzione ad opera del prof. Flavio Garreffa- si colloca al momento, all’interno di una scena locale piuttosto in fermento per quel che riguarda il patrimonio storico-artistico del paese e la sua valorizzazione. Vuoi per il crescente lavoro di sensibilizzazione operato, a vario titolo, dalle associazioni locali, vuoi per una ritrovata e rinnovata coscienza collettiva, comunque, a cavallo della giornata FAI, con due progetti finanziati sul castello, e in piena Quaresima -dove protagoniste assolute sono le confraternite e tutto il patrimonio materiale e immateriale che inglobano e che le ingloba- certi temi acquisiscono un valore e una valenza decisamente più pregnanti. Ora, la devozione -e la venerazione- che i mussomelesi hanno per il simulacro dell’Addolorata è paragonabile solo, e forse solo seconda, a quella per la Bedda Matri Santissima. Di cui si esaltano santità e bellezza. E questo almeno è chiaro a tutti. Fedeli e non!
Tuttavia, a fronte di un’Addolorata che unisce, un’altra divide. E su quest’ultima, e sulla sua vicenda, i più titolati si sentono in diritto e in dovere di dire la propria. Per non sottovalutare e a scanso di equivoci!
La storia è leggermente retrodatata, e la si fa risalire, almeno nel suo venire fuori, precisamente a tre anni fa. Quando la “scoperta” ebbe risonanza mediatica a partire da un articolo del noto giornalista mussomelese Roberto Mistretta apparso sul quotidiano La Sicilia, che così fece titolare “Opera di Biangardi trovata casualmente al collegio della Batia”.
Dall’articolo si apprende, altresì, che il mezzo busto dell’Addolorata, a grandezza naturale, fosse stato esposto, per la prima volta a Mussomeli, nell’aprile dello stesso anno, ovvero nel 2023. Promotore del “prodigio” si fece, allora, Giovanni Mancuso, notissimo attivista locale e già assessore ai Beni Culturali, che riferisce dell’esposizione del busto nel sepolcro della chiesa del Lume del collegio della Batia. Informato del fatto, Mancuso, recatosi sul posto -dopo avere notato diverse somiglianze col più noto capolavoro del Biangardi- aveva provveduto a fare delle foto e, quindi, ad inviare la documentazione al prof. Flavio Garreffa, noto studioso ed esperto delle opere del Biangardi, dell’Università di Napoli. Pare che, sempre da quanto riportato nel pezzo, la risposta del prof. Garreffa avesse confermato “appieno” l’attribuzione come “frutto diretto del lavoro e dell’arte di Francesco Biangardi”.
Tanto è bastato per fare gridare all’Eureka biangardiana. Ma qualche volta ci si mette di mezzo il caso o forse il destino a far dire che forse non fu destino. Quantomeno certo! Perchè può capitare, e di fatto è capitato, che non tutti la pensino allo stesso modo.
Decisamente meno convinto della “facile” attribuzione, perdipiù decretata “a distanza”, si dichiara Barba, esperto di storia locale, profondo conoscitore del tessuto storico-artistico del suo paese, abituato da sempre a tenere le mani in pasta. Per il quale l’amore per la propria terra non si traduce sempre e solo in facili entusiasmi. Ma in una più pragmatica contestualizzione di fatti e cose. Nella nota inviata, dopo un’accurata descrizione del complesso del Collegio di Maria alla “Badia” -la cui costruzione si fa risalire a partire dal 1738, conseguentemente al progressivo declino e quindi all’abbandono del preesistente insediamento benedettino noto come “Badia Vecchia” o dell’Annunziata ubicato nella parte inferiore dell’abitato in contrada Maniaci- si evince chiaramente che << la comparazione fra i due simulacri non da esiti favorevoli all’attribuzione. Poichè il sicuramente attestato simulacro custodito nella chiesa di San Giovanni, commissionato dal sacerdote don Filippo Capodici (Cianciana 1811 – Mussomeli 1896) presenta soluzioni stilistiche differenti e riconducibili ad un diverso orizzonte espessivo”. E critica, altrsì, il giudizio critico, Barba, che “nonostante l’assenza di prove documentarie, quali fonti archivistiche, atti notarili o registrazioni di committenza, si sia proceduto per un’attribuzione arbitraria da parte di ambiti non specialistici”. In buona sostanza il parere di Barba è così espresso “L’opera non è riconducibile allo scultore napoletano Francesco Vincenzo Alfonso Biangardi (Napoli 1832 – Caltanissetta 1911) attivo in Sicilia nella seconda metà del XIX secolo. L’artista ha operato, com’è noto, a Mussomeli, fra il 1873 3 il 1886, stabilendo il proprio laboratorio/bottega presso l’ex chiesa dello Spirito Santo, prima di trasferirsi a Caltanissetta. Dal punto di vista metologico >>, ribadisce Barba, l’attribuzione di un manufatto, in assenza di riscontri documentari, impone l’adozione di un approccio critico fondato su una rigorosa analisi stilistica e comparativa. Nonchè su una conoscenza approfondita del catalogo dell’artista di riferimento. In tal senso il cosiddetto “saper vedere” -inteso quale competenza analitica, maturata attraverso lo studio diretto delle opere e dei contesti produttivi- costituisce uno strumento imprescindibile al fine di evitare indebite generalizzazioni o attribuzioni infondate. Il ricorso a valutazioni espresse da presunti esperti, basate esclusivamente su documentazione fotografica e prive di un esame autoptico dell’opera, compromette, alquanto, la validità scientifica delle ipotesi attributive. L’analisi diretta del manufatto rimane un passaggio imprescindibile per qualsiasi indagine storico-artistica fondata, in virtù della possibilità di osservazione ravvicinata delle qualità materiche, delle tecniche esecutive, dello stato di conservazione e degli elementi stilistici >>.
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