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Il Monastero della Badia e il Collegio di Maria a Mussomeli: Storia, Architettura e Patrimonio Artistico (del Prof. Calogero Barba)

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Mussomeli – Tra le emergenze storico-artistiche di maggiore rilievo nel contesto urbano dell’antica cittadina chiaramontana di Mussomeli, situata nella parte alta del centro abitato, si distingue il complesso architettonico del monastero della “Badia”, caratterizzato, nella sua configurazione planimetrica, da un pentagono irregolare che nel corso dei secoli ha subito numerose modifiche strutturali.

Lungo uno dei lati del poligono, a livello stradale, in corrispondenza della via Pietro Lanza di Scalea, si sviluppa la chiesa del Collegio di Maria, dedicata alla Madonna del Lume. L’edificio sacro, a navata unica con volta a botte, costituisce un esempio peculiare nel panorama architettonico locale, poiché privo di un vero prospetto principale e di un accesso monumentale che ne identifichi immediatamente la funzione religiosa. La presenza della chiesa è tuttavia intuibile grazie a un portale bugnato in pietra di medie dimensioni, sormontato da uno stemma mariano.

L’accesso avviene attraverso un elegante portone settecentesco a due battenti in legno intagliato, decorato con raffinati motivi floreali inseriti entro formelle a cornice quadrangolare.

Nella seconda metà del Settecento la Sicilia era governata dal viceré Marc’Antonio Colonna, principe di Stigliano, per conto di Ferdinando IV di Borbone, mentre Mussomeli e il suo territorio ricadevano sotto la signoria di don Giuseppe Lanza Branciforte. In quegli anni l’attività del Collegio di Maria rappresentava ormai una realtà consolidata e ben organizzata, sottoposta a periodiche verifiche amministrative e spirituali attraverso le visite pastorali promosse dai vescovi della diocesi agrigentina. Tali “Sacre Visite” prevedevano ispezioni dirette nei luoghi sacri, nelle chiese, negli oratori e nei collegi, nonché il controllo dei registri contabili relativi alla gestione dei beni e delle rendite ecclesiastiche, spesso amministrati da procuratori e notai esterni.

san Benedetto, san Placido e san Mauro

Tra le numerose visite pastorali si ricorda quella voluta dal vescovo monsignor Lucchesi Palli il 10 settembre 1765, estesa a tutte le chiese di Mussomeli e protrattasi per una settimana, alla presenza dell’allora arciprete Antonino Ferrandelli.

Tra le poche testimonianze documentarie pervenuteci attraverso fonti inedite, gli annali del monastero ricordano il sacerdote don Baldassare Di Noto, il quale, nel 1645, vendette al venerabile monastero di Mussomeli — e, per esso, alla badessa suor Ottavia Lanza, con il consenso del procuratore Matteo Tomasino — un terreno situato nel feudo della Solfara, nel territorio di Sutera, comprendente vigneti, frutteti e altre colture, successivamente concesso in affitto annuale a Vincenzo Territo, detto “Puntillo”.

Un ulteriore documento, datato 10 settembre 1782, restituisce dall’oblio i nomi delle religiose presenti nel monastero del Collegio di Maria sotto il titolo di Maria Santissima del Lume, guidate dalla superiora suor Maria Migliore.

Particolarmente significativa fu inoltre la visita pastorale compiuta il 14 e 15 luglio 1779 dal cardinale Antonio Colonna Branciforte, vescovo di Agrigento. In tale occasione il prelato visitò la chiesa del Collegio, ispezionò tutti gli altari e incontrò individualmente, nella sala capitolare, le convittrici del monastero. Visitò inoltre il luogo delle sepolture, impartendo l’assoluzione alle defunte ivi tumulate. La ricognizione si estese a tutti gli ambienti del Collegio, trovati conformi alle norme e alle regole vigenti e pertanto approvati benevolmente dal vescovo.

In quel periodo il Collegio godeva della protezione del principe di Trabia, don Giuseppe Lanza (1719–1783). Nella seconda metà del Settecento l’istituto religioso fu assistito anche dal padre maestro fra Vincenzo Maria Biondolillo (1711–1794), figura di primo piano dell’Ordine Domenicano in Sicilia, che per molti anni svolse il ruolo di confessore ordinario del monastero.

Nel corso dei secoli la chiesa fu oggetto di continue verifiche attraverso le Sacre Visite promosse dalla diocesi di Agrigento, finalizzate all’accertamento dello stato di conservazione degli edifici, delle rendite ecclesiastiche, delle suppellettili liturgiche e degli argenti sacri. In una visita pastorale effettuata il 30 giugno 1819 da monsignor Baldassare Leone, il Collegio di Maria Santissima sotto il titolo della Madonna del Lume presentò un dettagliato inventario degli arredi sacri, comprendente ostensori, calici, pissidi d’argento, stole e pianete di diversi colori e pregevole fattura.

Entrando dalla porta principale della chiesa si possono ammirare i diversi altari laterali, sui quali sono collocate opere pittoriche di notevole interesse. Tra queste spicca il dipinto raffigurante san Benedetto con san Placido e san Mauro, datato 1604, olio su tela originariamente centinato e successivamente adattato a formato rettangolare. Di particolare pregio è anche il dipinto raffigurante sant’Orsola e le consorelle, opera seicentesca di autore ignoto collocata sotto la parete della cantoria.

Un discorso a parte merita il quadro settecentesco della Madonna del Lume, olio su tela di autore ignoto la cui provenienza è storicamente documentata. L’opera era originariamente custodita nell’antica chiesa di San Leonardo, chiusa nel 1829 per decreto vescovile a causa del suo stato di rovina e abbandono. Nel 1845, durante una visita pastorale del primo vescovo della diocesi di Caltanissetta, monsignor Antonino Maria Stromillo (1786–1858), il dipinto fu donato dalla chiesa madre al Collegio di Maria. In segno di riconoscenza, le religiose eseguirono lavori di ricamo e restauro su alcuni antichi paramenti liturgici della matrice.

Tra le opere scultoree presenti nella chiesa merita particolare attenzione il Crocifisso ligneo policromo del XVIII secolo collocato nel primo altare di sinistra, dedicato al Santissimo Gesù Crocifisso. L’opera, di autore ignoto ma di notevole qualità esecutiva, è inserita in una complessa cornice plastica in stucco ad altorilievo raffigurante Maria Santissima Addolorata, san Giovanni Evangelista e Maria Maddalena inginocchiata ai piedi della croce in un simbolico gesto di abbraccio.

Sulla parete di fondo dell’altare maggiore, all’interno di una nicchia, è collocata una scultura policroma in cartapesta raffigurante Maria Santissima Annunziata, opera di discreta fattura.

Tra le ulteriori opere pittoriche di interesse conservate nella chiesa si segnalano un’Annunciazione del XVII secolo, olio su tela di autore ignoto probabilmente proveniente dall’antico convento dell’Annunziata, e un dipinto raffigurante Maria Santissima del Rosario, anch’esso seicentesco e verosimilmente proveniente dal medesimo complesso conventuale.

Di particolare interesse storico-artistico è inoltre il grande dipinto centinato raffigurante sant’Orsola e le compagne, opera ad olio su tela del XVII secolo.

Attraversando una porta interna della chiesa e percorrendo un lungo corridoio si accede agli ambienti monastici e al cortile interno che definisce i quattro lati del complesso conventuale. Al piano terreno si trovavano gli spazi destinati alle attività produttive e ai servizi necessari all’autosufficienza della comunità religiosa, quali cucina, refettorio, forno, magazzini e laboratori. Il piano superiore ospitava invece le celle dormitorio e la sala capitolare, ambienti che nel tempo hanno subito diverse modifiche.

Al centro del complesso si apre un’area libera adibita a chiostro, all’interno della quale è ancora presente un antico punto d’acqua.

Sul retro del monastero, verso via San Francesco, sono ancora visibili i resti dell’antica selva-giardino o piccolo orto conventuale, attraversato da un viale recentemente sistemato e un tempo delimitato da muri a secco in pietra locale. Qui è tuttora collocato un grande stemma seicentesco scolpito in pietra, decorato con elementi a cartoccio e simboli benedettini appartenenti alla cosiddetta “Badia Vecchia”, denominazione storicamente attestata.

Il prospetto esterno del Collegio si sviluppa lungo via Pietro Lanza di Scalea, dove si apre il portale della chiesa. Superiormente si dispongono quattro finestre prive di decorazione, funzionali all’illuminazione della navata. Nella parte superiore del prospetto si aprono inoltre altre sette finestre, tre delle quali sormontate da timpani arcuati e modanature laterali in pietra intagliata.

Particolarmente suggestive risultano le inferriate in ferro battuto “a petto d’oca” e i due eleganti portali in pietra locale scolpita.

Completa il prospetto un raffinato campanile slanciato, caratterizzato da una trabeazione modanata e da un coronamento a cornice. La struttura è alleggerita dalla presenza di tre fornici ad arco con parapetti e balaustre, inquadrati da capitelli e semicolonne cilindriche fortemente aggettanti, poggianti su mensole a cartoccio dal profilo sinuoso.

Il campanile presenta una struttura prismatica a base triangolare con angoli smussati, interamente realizzata in pietra locale intagliata. L’edificazione dell’intero complesso può essere collocata cronologicamente a partire dal 1738 fino alla seconda metà del XVIII secolo, in relazione al progressivo declino e al conseguente abbandono dell’antico insediamento benedettino della “Badia Vecchia” o dell’Annunziata, situato nella contrada Maniaci, nella parte bassa dell’abitato.

L’Addolorata del Collegio di Maria alla “Badia”

Negli ultimi anni, nell’ambito degli interventi di restauro architettonico finanziati dall’Assessorato regionale alle Infrastrutture e appaltati dal Comune, avviati nel 2021, sono stati eseguiti importanti lavori di recupero riguardanti la facciata esterna, il cortile interno, la volta della chiesa, le capriate della copertura e alcuni ambienti del piano superiore del monastero, oggi sede della comunità religiosa del Collegio di Maria della Sacra Famiglia di Mussomeli.

Nel corso di tali restauri è stata rinvenuta una scultura lignea policroma a mezza figura, di grandezza naturale e dotata di arti superiori snodabili, raffigurante Maria Santissima Addolorata. Il manufatto, del quale si era completamente perduta la memoria storica e devozionale, costituisce una scoperta di notevole interesse nel panorama della scultura sacra locale.

Dal punto di vista stilistico e formale, l’opera si discosta sensibilmente dalla produzione riconducibile alla cosiddetta scuola “biangardiana”, ampiamente attestata nel territorio mussomelese. In particolare, l’impostazione plastica del volto e l’intensità espressiva del pathos, affidata al marcato corrugamento delle arcate orbitali e alla netta definizione dei piani fisionomici, sembrano richiamare modelli riconducibili alla cultura figurativa lignea meridionale tardo-settecentesca, caratterizzata da esiti formali più severi e incisivi.

Tale orientamento appare ancora più evidente se posto a confronto con il simulacro dell’Addolorata custodito nella chiesa di San Giovanni Battista, attribuito a Francesco Biangardi e commissionato dal sacerdote don Filippo Capodici (1811–1896), opera che presenta soluzioni stilistiche profondamente differenti e riconducibili a un diverso orizzonte espressivo.

Nonostante l’assenza di fonti documentarie — quali registri di committenza, atti notarili o documenti d’archivio — il manufatto è stato recentemente oggetto di attribuzioni arbitrarie da parte di ambienti non specialistici, che hanno ricondotto la scultura allo scultore napoletano Francesco Vincenzo Alfonso Biangardi (1832–1911), attivo in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento.

È noto che l’artista operò a Mussomeli tra il 1873 e il 1886, stabilendo la propria bottega presso l’ex chiesa dello Spirito Santo, per poi trasferirsi a Caltanissetta, dove sviluppò una significativa produzione devozionale destinata sia al contesto urbano nisseno sia a numerosi centri dell’isola, tra cui Noto, Ispica, Canicattì, Ravanusa, Campobello di Licata, Casteltermini, Villalba, Milena, Vallelunga Pratameno e Barrafranca.

Dal punto di vista metodologico, l’attribuzione di un manufatto artistico in assenza di riscontri documentari impone l’adozione di un approccio critico fondato su rigorose analisi stilistiche e comparative, oltre che su una conoscenza approfondita del catalogo dell’artista di riferimento. In tal senso, il cosiddetto “saper vedere”, inteso quale competenza analitica maturata attraverso lo studio diretto delle opere e dei contesti produttivi, costituisce uno strumento imprescindibile per evitare indebite generalizzazioni o attribuzioni infondate.

Si rileva inoltre come nel dibattito contemporaneo persistano pratiche metodologicamente scorrette, alimentate dalla diffusione incontrollata di informazioni attraverso media e piattaforme digitali. In particolare, il ricorso a valutazioni formulate da presunti esperti esclusivamente sulla base di documentazione fotografica, senza un esame autoptico dell’opera, compromette inevitabilmente la validità scientifica delle ipotesi attributive. L’analisi diretta del manufatto — intesa quale osservazione ravvicinata delle qualità materiche, delle tecniche esecutive, dello stato conservativo e degli elementi stilistici — rappresenta infatti un passaggio imprescindibile per qualsiasi indagine storico-artistica scientificamente fondata.

A sostegno dell’ipotesi avanzata sin dall’inizio, la ricerca storica condotta attraverso le fonti archivistiche ha infine prodotto risultati significativi. La consultazione di alcune pubblicazioni relative alle Sacre Visite effettuate a Mussomeli nel Settecento, e in particolare di quelle riguardanti il Collegio di Maria, conferma infatti la presenza della statua dell’Addolorata già nel XVIII secolo tra i beni posseduti dalla chiesa.

Prof. Calogero Barba

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