Agrigento – Stasera, la voce straordinaria di Rosa Balistreri torna a vibrare sull’oro delle colonne eterne della Valle dei Templi di Agrigento. Un sito unico al mondo che farà da sfondo a quello che, con buona pace di tutta la critica, è stato definito il film “rivelazione dell’anno” e che oggi viene tributato di un riconoscimento più che meritato. “L’amore che ho” del regista siciliano Paolo Licata, nell’ambito di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, torna a smuovere le coscienze sopite di una vita sul caso Balistreri, con la proiezione che si terrà stasera, a partire dalle 21:00, presso il suggestivo Teatro Panoramica dei Templi che sarà cassa di risonanza di un talento, di una storia, che con le sue ferite, fra vette e abissi, ha brillato di polvere e oro, proprio come la sua terra. E il merito della (ri)scoperta è tutto di quel “ragazzo”, tanto talentuoso quanto modesto, che risponde al nome di Paolo Licata e che del suo lungometraggio ha voluto farne l’omaggio alla “Rosa” della musica popolare senza tempo di ogni tempo. E che, alla giovane età di quarantaquattro anni ha già messo in scena per il grande schermo, due capolavori. Dopo “Picciridda. Con i piedi nella sabbia”, tratto da un romanzo di Catena Fiorello, ambientato a Favignana, ora è la volta di un nome, fra i più indiscussi del panorama folk nazionale, Rosa Balistreri, che, come tanti, ha patito l’oblio in morte ancorchè in vita. Il biopic di Licata -che dal biopic, tuttavia, prescinde e trascende!- dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, l’otto maggio -data fortemente evocativa nell’economia della narrazione- ha, sin da subito, fatto registrare grande successo di pubblico e consensi. In virtù di quella emozione che l’Arte deve garantire. Lungo un crescendo che, dalle sale di tutta Italia, via via che la bella stagione incalza, si sposta nelle arene e nei teatri all’aperto. A Mussomeli, la pellicola è arrivata il 5 giugno scorso, grazie all’impegno del produttore delegato Maria Francesca Tona, e ha fatto piangere parecchie lacrime, nella sala del cineteatro Manfredi, seminando non poco fuoco fra la numerosa platea. Uscita in religioso silenzio più per il turbamento che per la mancanza di argomenti. Anzi! Il messaggio è arrivato forte, fortissimo. Un pugno che colpisce allo stomaco e arriva dritto al cuore. A far vibrare le corde, affinchè la testa subito dopo faccia suo il sentimento. Elaborando… una rinascita più che una scomparsa…!
Col regista, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere, e ci ha sorpresi per la profondità dei contenuti e per una certa modestia, convinto com’è che a brillare devono essere le storie. Ma le storie vanno raccontate. Se le si vuole fare conoscere! E lì sta l’abilità tutta. Nel raccontare e nel suo modo! Quella di Rosa è una storia dai confini senza limiti, eppure molto confinata a quella Terra che si è portata sempre dietro e dentro. In quella foto sbiadita e consumata che custodisce la cifra prima e ultima di un Amore che solo col canto si può spiegare. Terra che è rimasta, pure quando ha deciso di lasciarla, proprio perchè sapeva di meritare di più. E che ad essa ritorna, con la sua voce roca, tutt’altro che dolce, come le acque del Salso che sfocia proprio dove Rosa nacque, a Licata, genuflessa su se stessa, eppure sempre a testa alta, quasi altezzosa, perchè se lo poteva permettere, dove muore a Palermo a Villa Sofia il 20 settembre 1990, in seguito ad un ictus, e da lì riparte, per l’ultimo viaggio terreno, alla volta di Firenze che, come la sua Sicilia, tanto aveva amato e tanto aveva odiato. Aveva sessantatrè anni. E una vita devastata!
Perchè un film su Rosa Balistreri?
Perchè no? Direi. Anzi, siamo in ritardo! Rosa Balistreri ha segnato un’epoca, ed è rimasta un’icona della nostra terra, ma, più in generale, della musica popolare e folkloristica. Rosa Balistreri è stata la svolta.
Com’è nata l’idea di questo film?
E’ stato un fatto piuttosto curioso. Cinque, sei anni fa, mentre, a Roma, lavoravo al montaggio di “Picciridda. Con i piedi nella sabbia”, e volevo inserire delle canzoni di Rosa nel film.
Come si è barcamenato nel racconto, fra verità storica e trasposizione cinematografica?
Nella narrazione di una biografia, sul set, è necesario romanzare le biografie e le storie vere. Questo non significa non essere fedeli al vero, piuttosto, bisogna selezionare ai fini dell’economia del film. Quello che rimane sono eventi non collegati dal filo narrativo. Che dà il regista. Un film non è un documentario. La gente che va al cinema a vedere un film vuole emozionarsi. La verità non è la priorità!
A chi si rivolge il film?
A tutti. Ma proprio a tutti. Soprattutto a chi non conosce il personaggio.
Il grande successo confermerebbe questo suo obiettivo
Devo riconoscere che è così! Al di là dei festival locali che, per quanto prestigiosi, comunque si gioca in casa, il fatto di ricevere conferme di selezione in festival di Tokyo o in India, mi dà conferma che lo scopo è stato raggiunto.
Quale voleva e vuole essere il suo scopo con “L’amore che ho”?
Quello di raccontare una storia e delle tematiche universali.
La musica è stato il fulcro di questa storia?
Beh! Direi che la musica è stato il pretesto di un’emozione di portata universale. La storia vuole essere il messaggio universale. Una storia che può valere in Sicilia come all’altro capo del mondo. La musica è stato il caso particolare.
Dopo l’esordio di “Picciridda. Con i piedi nella sabbia”, altra storia toccante di violenze, emigrazione e povertà di Sicilia, un film su Rosa Balistreri. Un regista dalla parte delle donne!
Sì, in realtà, c’è stata grande partecipazione di critica sulla tematica, per cui sono stato definito dal “regista delle donne”, a “grande femminista”. In realtà, il fatto in sè è anche molto più prosaico e pure più intrigante…
Ossia?
E’ la storia che ha cercato me!
Quando?
Durante la mia opera prima “Picciridda”. Pensavo al film di notte mentre, appunto, montavo “Picciridda”. Pensavo a questa grande figura, Rosa, di cui avrei voluto inserire delle musiche nel film, e intanto mi portavo avanti sul set… avevo sempre il faccione di Lucia -Sardo (ndr)- fra le mani… allora la chiamo e le chiedo “Tu sai cantare?”. Perchè volevo assolutamente che fossero le attrici a cantare. E non la voce registrata di Rosa. E Lucia mi rispone cantando “Mi volto e mi rivolto”. Beh… se non è un segno questo!
Ma ci avrà messo anche del suo…
Certo, la mia formazione ha fatto il resto. Un background di sensibilità etico-culturale che mi ha permesso un approccio sincero e disincantato al tema.
L’educazione familiare, pensa, abbia avuto un peso?
Certamente! Sono stato fortunato a crescere in una famiglia con valori etici importanti Anche la scuola, il liceo classico, però, ha fatto la sua parte. E poi, ovviamente, l’indole -la natura- ha fatto il resto.
Un giudizio sull’indole umana
Diciamo che, in tal senso, sono piuttosto pessimista. E, attraverso i miei strumenti, con quello che so fare, do un monito affinchè qualcosa si smuova. I maschi sono i destinatari del mio messaggio. L’essere umano, poi, fondamentalmente è animale. Il più delle volte, molto al di sotto dell’animale. E’ un pessimismo-realismo che trova conferma nella quotidianità della cronaca.
Il rapporto madre-figlia, di Rosa con Angela, così come è narrato, è di una potenza sconvolgente.
E così è stato fino alla fine! Ho avuto modo di indagare il difficile rapporto di Angela con la madre. Di approfondirlo. Perchè, in qualche modo, era la trama sottesa di quasi tutta la narrazione. A fine novembre scorso, al “Torino Film Festival”, è uscita l’anteprima assoluta del film. L’ho voluta appositamente in un “set” non siciliano.
E… dunque?
… e… dunque… Angela Torregrossa muore una settimana prima della proiezione. Senza riuscire a vedere il film
Vite disgraziate persino oltre lo schermo
Gia! Temo persino che abbiamo edulcorato un rapporto mai redento. La verità è, per quanto difficile da credere, peggio della finzione cinematografica.
Angela soffriva ancora di questo amore distrutto, negato, cantato e gridato da sua madre fino allo sfinimento?
Non tantissimo. Ma, in qualche modo, ne soffriva ancora.
Con quale occhio ha guardato la storia di Rosa Balistreri?
Calandola nell’hic et nunc degli anni ’20 e ’30 della Sicilia. Il Medioevo per capirci! Una famiglia disfunzionale in cui il problema è la violenza. Una violenza tuttavia contestualizzata, in cui il pater familias esercitava diritto di vita e di morte sui familiari. E la violenza, è una sofferenza che si tramanda.
E tutto torna a vantaggio della narrazione
Devo ammettere che la cosa che mi ha emozionato di più è stata presenziare alle proiezioni. Godere della commozione del pubblico e beneficiare di un “grazie” a fine film. “Grazie” è la cifra che ti paga di tutto. Persino di chi paga per assistere a una proiezione.
Cosa fa di un film, un film riuscito?
L’emozione. Il punto è: “ti ha emozionato? sì o no?”.
I giudizi sembrano essere positivi e concordi
Sì. Statisticamente piace quasi a tutti. Mi piace dirlo con un’espressione di Lucia Sardo: “Se non ti piace, vuol dire che hai delle turbe psichiche”.
Un cast straordinario di forte impatto e il cammeo di Carmen Consoli
Dopo Lucia Sardo, è venuto praticamente da sè. Uno alla volta, Luca, Emanuele Del Castillo, il nipote di Rosa; Vincenzo Ferrera, Donatella Finocchiaro, capace di restituire tutta la potenza emotiva e il tormento interiore della cantautrice, Tania Bambaci, nei panni della figlia Angela, Anita Pomario, la giovane Rosa, con un sorriso che è tutto una promessa, Carmen Consoli, Mario Incudine, perchè doveva essere anche non troppo avanti con l’età… e che poi si è rivelato un grande trascinatore e Carmen Consoli, il valore aggiunto della pellicola, che, non solo fa firmato le musiche ma è anche apparsa in una scena come artista di strada in questo incontro surreale con Rosa.
Come definirebbe l’esperienza?
Sicuramente stressante perchè impegnativa. Ma, al contempo, mi ritengo molto soddisfatto del risultato. Con Mario poi, ci siamo divertiti mentre lui, padrone della scena musicale, sul set, sembrava uno scolaretto alle prime armi…
La voce di Rosa è stata una dichiarazione di guerra all’ingiustiza che combatte praticamente da sempre, nella vita e sul set, nelle fattezze delle tre Rosa, tre interpreti straordinarie. Che tolgono il fiato tra un flashback e l’altro. Mentre la mano di Luca raccoglie i cocci di una vita. Anzi due! Intanto, ci piace pensare, che il finale un pò “rosa” non proprio caro al nostro caro regista che si preannuncia una promessa terrena, forse si imponeva necessario ai fini della narrazione cinematografica, ma da profani delle scene, vogliamo immaginare che questa fine edulcorata abbia sublimato l’arte, la vita e il vissuto tutto di affetti di un talento tanto straordinario quanto sfortunato. Una redenzione post mortem tanto sofferta quanto guadagnata, che, a nuova vita rinasce nell’arte di Licata, in un oltre di senso più alto.
Stasera saranno presenti il regista Paolo Licata e le attrici Donatella Finocchiaro e Tania Bambaci. Ingresso libero su prenotazione































