Palermo – Scoppia la battaglia legale tra il collaborante Santino Di Matteo e la ex moglie Franca Castellese e il figlio Nicola. Un braccio di ferro legato al risarcimento per l’uccisione del loro figlio, Giuseppe Di Matteo , rimasto sotto sequestro per 779 giorni , dal pomeriggio del 23 novembre 1993, per poi essere strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996.
La guerra in famiglia, tra il pentito da un lato e l’ex moglie il figlio dall’altro, è legata al risarcimento di un milione di euro riconosciuto per l’uccisione del piccolo Giuseppe. È stato lo stesso ex boss a trascinare in giudizio, davanti al tribunale civile di Palermo, i familiari che lo avrebbero tagliato fuori dall’indennizzo. Dolore su dolore che si aggiunge a una delle pagini più tristi della storia della mafia.
«Mi ha prima tradito lo Stato e adesso la mia famiglia», sarebbe stato l’amaro sfogo del pentito. Proprio per il suo rapporto di collaborazione con la giustizia , il piccolo Giuseppe sarebbe stato poi ucciso in un casolare di San Giuseppe Jato dopo una lunghissima prigionia. Prima, mafiosi che si sono finti agenti della “dia”, lo hanno prelevato con l’inganno da un maneggio – spostandolo in più covi tra il Palermitano, l’Agrigentino e il Trapanese – tentando in tutti i modi di dissuadere il padre dal proseguire nel fornire rivelazioni ai magistrati. Ma quel ricatto non ha dissuaso Santino Di Matteo dal proseguire nel suo percorso, deciso ad andare fino in fondo «per costruire un futuro migliore ai figli». Fino a quando, dopo la condanna all’ergastolo dell’allora latitante Giovanni Brusca per il delitto d’Ignazio Salvo, è stata decisa l’uccisione del piccolo Giuseppe.




























