Montedoro – E’ partito da Montedoro il ciclo di presentazioni di “Racconti Imperfetti”, ultima pubblicazione di Mario Ricotta, scrittore e psichiatra, opera bilingue, in italiano e in inglese, realizzata in collaborazione con l’Istituto di Alti Studi Linguistici Carlo Bo, edita da Aletti Edittore, per la prefazione di Cosimo Damiano Damato e traduzione di Noemi Ciceroni. E, per l’evento inaugurale, non si poteva scegliere location migliore. Montedoro! con i suoi abissi e le sue vette, paese delle miniere ma anche delle stelle, custode di un ossimoro e di una bella comunità. Che, nel caldo pomeriggio estivo di martedì 8 luglio, si è stretta attorno ad un viaggio introspettivo, lungo i luoghi dell’anima. Complessa e controversa! In uno spazio iconico, il Centro di Arte e Cultura “La Sicilia, il suo cuore”, altro luogo altrettanto ossimorico, simbolo della buona politica, che vede oltre e oltre procede, e del buon associazionismo che, invece, si adopera e si spende per il bene della collettività. Quindici stanze, cariche di storia, che, quasi dieci anni or sono, nel 2016, vennero acquistate, per la modica cifra di 100 mila euro, dall’allora amministrazione Messana, giusto in tempo, prima che la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali vi apponesse il vincolo per motivi storici, culturali e architettonici. Con tutte le derive del caso! La casa che fu della storica famiglia Caico nell’Ottocento, e poi dell’onorevole Calogero Volpe, si trova nel centralissimo largo Roma su cui domina per forza e pregnanza di significato e di significante. E ci piace pensare che certe cose non passino per caso da certi luoghi e, soprattutto, inosservati. Ci piace pensare che una certa, certissima, Louise Hamilton, poi Caico, fotografa di origini anglo-francesi, abbia lasciato un’impronta nel piccolo paese del sud del Sud, di cui, sul finire dell’Ottocento favoloso, sposò, pure osteggiata dalla famiglia dello sposo, -la Sicilia che non mente e non si smente (ndr)- Eugenio Caico, “ricco figlio di imprenditori minerari del centro Sicilia”, come riporta Wikipedia. E ci piace pensare che un’amministrazione che acquisti un immobile da un avversario politico, perchè ne riconosce il valore e l’immenso patrimonio storico, non avvenga per caso. E, ancora… che l’amministrazione Bufalino, che affida ad un’associazione la cura del luogo per perpetrarne la memoria, dopo averla recuperata, e promuovere attività culturali, sia un’amministarzione politica nell’accezione più antica e nobile dell’etimo.
L’evento è stato oragnizzato e promosso dall’associazione Auser circolo di Montedoro, per forte volontà del presidente Pietro Petix, in collaborazione con Arci Strauss Mussomeli.
Dopo l’introduzione del presidente Petix, che con l’autore ha condiviso il tempo del “Don Bosco”, e i saluti del sindaco Renzo Bufalino, alla presenza del presidente provinciale Auser, Totò Pelonero, è intervenuto il professore Michele Morreale, da sempre molto vicino a Mario Ricotta e profondo conoscitore della sua opera. Che con grande acume e capacità di sintesi, ha fatto un inciso critico, fortemente incisivo, dell’opera del noto scrittore e drammaturgo. Particolare attenzione è stata data anche alla lettura di frammenti dei racconti, fatta in italiano e in inglese sia dai ragazzi di Arci Strauss, che al momento sono ospiti della struttura ricettiva, ma anche da Tina Duminuco, che ha curato l’organizzazione, e dalla presidente del Consiglio, Lina Ruffino, che, per l’occasione, in quanto insegnante madrelingua, giocava doppiamente in casa e ha letto in inglese, avendo poi avuto ricambiato il “favore” da un ragazzo inglese che, invece, ha letto in italiano. Piccoli particolari, è vero, che però hanno il merito di accendere i riflettori su quell’antico senso dello scambio, anche culturale, che invero dovrebbe essere alla base della serena convivenza fra popoli e uomini. Infine, le conclusioni dell’autore che ha fatto il focus su due “racconti imperfetti”, in particolare “Il percorso Sbagliato”, in cui non c’è persona o animo umano che non possa riconoscersi (ndr) e “Il suicidio del carcerato”, altro “racconto imperfetto” che, come raramente accade, ha avuto l’ardire di anticipare quello che poi sarebbe stato realmente un fatto di cronaca. Evidentemente, solo un profondo conoscitore dell’animo umano, qual è appunto Mario Ricotta -verrebbe da dire, con battuta poco felice, uno scrittore prestato alla Medicina, se non fosse che si è distinto in misura eccellente nell’uno campo e nell’altro- poteva semplicemente immaginare, dandone traduzione scritta, quello che sarebbe accaduto dopo. E si tira in ballo quel diaframma inevitabile che si inerpone fra la necessità di comunicare e l’impossibilità di farlo pienamente. Perchè, e questo è il dilemma amletico sì, ma pirandelliano pure, dell’autore dei racconti, vittima delle catene di quella prigione chiamata “forma”. Perchè la scrittura questo è. Persino quando appunto prende forma sottoforma di scena. In quel Teatro che non a caso vogliamo indicare con la T maiuscola. Un Teatro che è stato attenzionato, sin dalle origini, dal fior fiore della critica nazionale. All’indomani della messa in scena de “La bottega all’angolo” -che, con Beckett, si pone “non tanto nel senso dell’imitazione, ma su quello dell’ampliamento e dell’approfondimento”- avvenuta a Mussomeli nel 1989, fu scritto che “il teatro di Mario Ricotta rappresenta una svolta nel teatro europeo”. “… quel giorno si disse anche questo. Se ne dissero tante quel giorno…” si legge in un passo incisivo de “La mia santità” ripreso e riportato da Salvatore Falzone nella sua tesi di laurea “Intorno a Mario Ricotta”. Un “santo ateo” studiato e raccontato da un prete. Questi sono i miracoli della letteratura che non conosce dogmi e confini di alcuna natura. E comunque che Mario Ricotta fosse destinato a una svolta, lui lo sapeva già, da quando Beckett irruppe nella sua vita ascetica da seminarista, dove ebbe l’illuminazione… “… o che venga ricordato come un grande nella storia e nella letteratura o non rimanga memoria di me. Ma io sono un grande. Ho scritto un vasto numero di opere prima dei trent’anni. Avrei dovuto conquistare la fama ma non l’ho cercata. Io non ho cercato la gloria e non la cerco. Ho troppo orgoglio per cercarla alla luce del sole… Essa deve venire da sola, così per caso, perchè la merito. Io ho conquistato in segreto la gloria che non è venuta”. Ma la gloria ha i suoi fasti nefasti che viaggiano nel sottosuolo e nelle sue memorie segrete come quei “racconti imperfetti” che raccontano di ognuno di noi, consegnando ciascuno alla propria verità. A quell’altro da sè che poi, in prima e ultima analisi, è intimamente sè! Grazie ad una penna che affonda ma pur sempre in maniera clemente. Che, spazzando via l’elementare logica del giudizio, lascia uno spazio ad ognuno. Vittima di sè e dell’altro nell’irriverente teatro della vita. Per il resto, non giudichiamo sulla “gloria”, ma ci pare comunque un ottimo segnale i numerosi presenti desiderosi di leggere il libro e tanti amici e colleghi di Mussomeli che non si sono persi la prima. Ottima appunto! In attesa del secondo appuntamento a Mussomeli dove, al già consolidato parterre, si aggiungerà un altro nome autorevole, don Massimo Naro, fratello di quel monsignor Cataldo su cui Mario Ricotta ha scritto un dramma. La chiesa -stavolta appositamente in minuscolo (ndr)- e i suoi scandali! Ha moderato l’incontro la sottoscritta, giornalista Emilia Di Piazza.
E l’occasione ci pare giusta per lanciare un appello, a proposito di Teatro, teatro e teatrini, a proposito della buona Politica di cui sopra, che non sempre lo è, “puntiamo sul cosiddetto canone alto che paga sempre, anche quando non si vede o non si capisce. I Greci, che sono stati il popolo più intelligente e civile di sempre, -Galimberti docet!- hanno fatto del Teatro una lezione di vita per tutti. Il popolo veniva incentivato ad assistere alle rappresentazioni ogni anno. Oggi purtroppo, accanto al Teatro con la T maiuscola che scarseggia, c’è anche quello, ed è il tipo più diffuso, con la t cosiddetta minuscola, che, non solo è il più veicolato ma beneficia anche dei finanziamenti e dei pubblici contributi. Segno evidente che con la cultura si mangia a voler contraddire l’infelice battuta dell’allora ministro Franceschini ma nel modo sbagliato, chiosiamo qui. Ma questa è un’altra storia, (im)perfetta forse anch’essa…!





























