Caltanissetta – Non ha ucciso. Così la pesante accusa di omicidio volontario s’è sgretolata come sabbia al vento. Per lui, l’accusa aveva chiesto sedici anni di carcere. È stato condannato solo per omissione di soccorso.
È il verdetto, al termine del processo con rito abbreviato, a carico del ventinovenne riesino Pietro Rizzo – assistito dagli avvocati Vincenzo Vitello e Adriana Vella – finito alla sbarra per la morte di Natale Licciardello, colpito da un proiettile a Catania e deceduto dopo una settimana di agonia. Rizzo è stato assolto per omicidio. Condannato, invece, per non aver prestato aiuto dopo l’incidente automobilistico che avrebbe preceduto l’uccisione.
Quel giorno – era l’8 luglio di dieci anni fa – Licciardello era al volante della sua auto. Accanto a lui sedeva Rizzo, sul sedile posteriore un altro ventinovenne catanese. Al momento dello scontro con un’auto che procedeva in senso opposto sarebbe stato sparato il colpo fatale. Poi la fuga. Secondo l’accusa, i due passeggeri si sarebbero allontanati senza prestare soccorso né al conducente, né alla donna rimasta ferita nell’altro mezzo coinvolto.
Rizzo – l’altro imputato ha scelto il rito ordinario – è stato assolto anche dalle accuse di detenzione e porto d’arma clandestina e di ricettazione. Contestazioni che ruotavano attorno a una «Bruni» calibro 8, un’arma giocattolo modificata per sparare, dalla quale sarebbe partito il proiettile mortale.
Di contro, è di sei mesi la condanna per omissione di soccorso nei confronti della donna ferita nell’impatto.
Una vicenda, quella del delitto, segnata fin dall’inizio da più coni d’ombra. A partire dalla ricostruzione dell’accaduto. Secondo gli esperti, il colpo sarebbe stato esploso dopo l’impatto tra le due auto. Quanto all’arma, l’altro coinvolto nell’inchiesta avrebbe fornito, nel tempo, tre versioni differenti.
E poi c’è dell’altro. Sì, perché dopo l’incidente, i due compagni di viaggio sarebbero tornati indietro per recuperare il borsello di Licciardello, al cui interno v’erano 12mila euro. Sullo sfondo, anche una telefonata tra un’amica della vittima e un suo parente, nella quale si ipotizzava un presunto debito di droga tra Rizzo e Licciardello. Una conversazione registrata, finita nelle mani dei familiari della vittima e mandata in onda in una nota trasmissione televisiva nazionale.
Elementi che non hanno retto al vaglio del giudice.































