Home Cronaca «Non impedì all’amico di uccidersi», confermata la pena per un ragazzino

«Non impedì all’amico di uccidersi», confermata la pena per un ragazzino

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Caltanissetta – Nulla è mutato in appello. Resta colpevole. E invariata è rimasta pure la pena rispetto al primo grado del giudizio che s’è chiuso l’estate scorsa.

Nessuno sconto di pena per il diciassettenne – difeso dagli avvocati Calogero Buscarino e Gaetano Giunta – accusato di essere rimasto a guardare, senza muovere dito, mentre l’amico si toglieva la vita. Questa, almeno, è stata la ricostruzione degli inquirenti alla base della condanna a  2 anni e 20 giorni di carcere per istigazione al suicidio. Questo il verdetto che è stato emesso dalla corte d’Appello per i minorenni di Palermo.

Imputazione che è stata formulata per la morte del ventiseienne, pure lui nisseno,  Mirko Antonio La Mendola  – i familiari sono assistiti dall’avvocato Rosario Didato – che si è tolto la vita con un colpo di pistola una sera d‘estate di due anni fa in una spiaggia tra Realmonte e Porto Empedocle.

Anche in appello per il giovanissimo imputato tutto è rimasto congelato all’esito del primo procedimento conclusosi nell’estate dello scorso anno.

Secondo la ricostruzione investigativa, la vittima avrebbe deciso di chiudere il suo conto con la vita dopo una cocente delusione legata alla sua esclusione da un concorso per agenti in polizia. Una “bocciatura” che avrebbe fatto esplodere in lui uno sconforto profondissimo. Fino all’estremo gesto.

E, secondo la tesi accusatoria, pur sapendo, il ragazzino non avrebbe mosso dito. Fino all’ultimo. Fino al momento in cui il ventiseienne si è puntato una pistola alla tempia per farla finita, lì, in spiaggia. Questa è l’accusa.

Di contro la tesi difensiva ha sempre viaggiato in tutt’altra direzione. Sostenendo, piuttosto, che il minorenne avrebbe fatto di tutto per tentare di dissuadere l’amico dal commettere l’irreparabile.

Peraltro la madre del ragazzino si è pure rivolta alla magistratura presentando un esposto per una presunta violazione della catena di conservazione dei reperti, in questo caso di materiale informatico. Una sorta d’inquinamento delle prove. Prospettando coni d’ombra che si sarebbero  addensati sull’inchiesta

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