Della nostra Madonna della Grazia e dei Miracoli (del Prof. Salvatore Vaccaro)

In questi giorni, in occasione della festa della nostra Bedda Matri, ho riletto con gran diletto il primo libretto della Storia del Santuario della Madonna dei Miracoli,  scritto e pubblicato nel 1906 dal Sac. Salvatore Scozzari, e stampato dalla tipografia Giannone-Cosentino di Palermo.  Allora, si può dire, che fosse, in assoluto,  il primo testo stampato dedicato a vicende storiche di Mussomeli “la prima monografia, come dice lo stesso Scozzari, che vede la luce sulle cose nostreson passati dei secoli e mai una voce s’è levata per dire chi noi siamo e donde veniamo”. E, con una vena quasi poetica,  inizia così:  “Verso l’anno 1530 o 1536ai tempi burrascosi del secolo XVI, sul finire del pontificato di Clemente VII e il cominciare di quello di Paolo III, qui in Manfredonia, dove quasi finiva il piccolo monte su cui cominciava a sorgere il paese, per un viottolo frastagliato di spine e di rovi, il giorno 8 del mese di settembre avveniva un fatto meraviglioso”. E qui mi piace continuare la descrizione del miracolo riportando, nel paragrafo successivo, stralci dell’attestazione giurata, che sicuramente in pochi avranno letto (attestato che come dice lo Scozzari si trovava nel primo volume delle scritture ed attestati pubblici del Convento da foglio I fino al foglio VII), trascritta, il 6 settembre del 1596,  a 66 anni dal prodigio,  quasi in dialetto mussomelese italianizzato, presumo dal sac. Pietro Messina, maestro notaro,  ascoltando i tredici testimoni, di cui 3 de visu, (Rogerio Messina, Giurlando Genco e Giaimo Calà), cioè presenti durante il ritrovamento della Sacra immagine della Madonna, e altri 10 (Giovanni Lanzalaco, Salvatore Genco, Giacomo Arcudio, Marino Caldararo, Bartolo Lo Manto, Giannetto Lanzalaco, Paolino Garofalo, Antonio Mauro e altri due che lo Scozzari non riesce a decifrare) per averne sentito parlare da parenti che avevano assistito al prodigio. La dichiarazione giurata, ordinata dal vescovo di Agrigento, fu fatta davanti ai sacerdoti Paolo Fraterrico, vicario foraneo, e Pietro Messina sopra citato.

      “Circa l’anno 1530 lì 8 di settembre passando un povero pellegrino paralitico sicco di la cintura a basso che andava con li crocci sottu li scilli per il luogo dove ora è la Chiesa, anticamente non occupato da case ma d’un largo spazio che introduceva al paese coperto di macchie di rovetti e  i lati tutti di vigni, e non potendo per la stanchezza della bestia che lo portava passare avanti si riposò sulla detta strada sopra una balata, llà si addormentao senza aversi addonato che in canto d’esso c’era quella Santa figura di Maria Vergine coperta di rovetti. E risvegliatosi si mise in piedi sano et salvo senza macula nissuna, e vedendo questo spaventoso prodigio ridendo cominciò a gridari a vuci alti: Misericordia, misericordia. Agli vuci concursi la maggior parte della gente di quelli contorni della nostra terra, fralli li quali vi furono testimonii di viso che sentirono il miracolo per bocca di detto Paralitico, ed incominciando a cercare fra li rovetti, a quattro palmi in circa arrasso d’onde era coricato, trovarono una S. Immagine col S. Pargoletto nel seno a cui porge il latte pittata in una pietraQuesta sacra immaginequando si trovò sudava e fece moltissimi miracoli fu istituita altra festa alli 13 di Aprili per altri stupendi miracoli oprati  non derogando però l’antiqua e grandiosa festività del dì 8 7bre

     Ho voluto sottolineare in grassetto la frase che descrive l’immagine ritrovata della “Madonna col Gesù Bambino nel suo seno a cui porge il latte”, perché, stranamente, nelle varie iconografie della Madonna dei Miracoli  non ho mai visto dipinta o scolpita una scena così particolarmente materna, scena che ho visto recentemente in un quadro  settecentesco del Convento di suore domenicane di Santa Caterina d’Alessandria di Palermo.  L’antica immagine  dipinta sulla pietra è stata purtroppo coperta, anche se lo Scozzari parla di restauro,  con una nuova icona del pittore Domenico Provenzani che, in quel periodo, era impegnato, su commissione dei Padri Domenicani del tempo,  nella decorazione della volta e di altri affreschi della Chiesa. La Madonna  del Provenzani è comunque in stile diverso da quella di prima,  probabilmente era come l’hanno descritto i testimoni del 1596? o di tipo bizantino,  ma allora perché  le dichiarazioni dei testimoni la descrivono col Bambino nel suo seno a cui porge il latte ? Chissà! Sarebbe sicuramente interessante, come auspicato da Calogero Barba, in un articolo del 2004 su Progetto Vallone, di cui qui si pubblicano alcune foto che corredavano l’articolo, poter rendere visibile con le attuali tecnologie a laser l’originaria immagine  del 1530. Però è pure strano che le antiche immagini fossero di tipo bizantino, cioè con Gesù Bambino sorretto al centro dell’icona dalle due mani della Madonna, come si può dedurre da quelle dipinte o a rilievo, presenti  nel tesoro del santuario, nell’oratorio della Confraternita e nella cappella esterna sotto al campanile del santuario, oltre che nei vecchi santini ottocenteschi.

 Nemmeno la prima scultura dorata , forse dei primi anni del 600, in stile misto bizantino e barocco (!), e che ora si trova nella cripta, riprendeva l’immagine della Madonna che allatta Gesù. Lo stesso Bambino, come riporta  C. Barba,  anche per essere stato incaricato del suo restauro qualche anno prima del 2004,  non è l’originale ma quello appartenente alla prima statua della Madonna del Rosario che, dopo tante peripezie, come riferisce pure lo Scozzari, tornò dalla Chiesa Madre, dove era stata sequestrata (!), al Santuario (era successo anche per la statua della Madonna dei Miracoli !).  Nel 1725 si stipulò nientemeno che un accordo (!!) tra l’Arciprete Stefano Nisi e Padre Giuseppe Langela, fratello dell’altro più famoso Francesco, Giacinto da laico, (il frate assassino, “il bollente Langela che avea atterrato con una carabina”  un paggio, reo di averlo schiaffeggiato, e che, fuggito a Roma e divenuto amico di potenti cardinali e di Cristina, regina di Svezia, avendo ottenuto dal Vaticano l’assoluzione e la relativa  dispensa, si convertirà e si farà frate domenicano col nome di Francesco, fondando, da priore, insieme alla sua famiglia,  la nuova Chiesa settecentesca ed il Convento dei Domenicani), con il quale l’arciprete si obbligava a restituire la statua della Madonna del Rosario (!) ed il Padre Langela a costruire una statua di San Ludovico per la Madrice (!), con la clausola che  il manto e le corone d’argento dovessero restare alla Madonna della Catena (!?) della Madrice.

  Un altro straordinario particolare,  scoperto rileggendo il libretto dello Scozzari (nota 29), è che la nostra Madonna  veniva chiamata prima Madonna della Grazia e che il dipinto su pietra, prima di essere rifatto, era collocato anticamente, fino al 1759, sull’altare sotto il lettorino (leggìo) del coro, per  essere spostato di lì a qualche anno su un altarino dell’arco maggiore della chiesa, e nel 1762  in alto a destra del coro. Poi,  circa un trentennio fa, non senza grosse difficoltà, (nelle operazioni di trasloco, come mi raccontarono, l’enorme pietra crollò a terra dall’alto del coro, spaccandosi in due  metà poi ricongiunte), fu spostato nella cripta del Santuario, dove ora si trova definitivamente.

E così, tutti gli 8 di settembre di ogni anno, come venerdì scorso in cui abbiamo avuto la prima anelata pioggia dopo 5 mesi, la statua della Madre di Mussomeli, scolpita  nel 1876 da Francesco Biangardi, coperta di ori e doni votivi, continua ad essere portata ancora  in processione per le vie del paese e del centro storico che si va sempre più spopolando… Come ogni anno, da quasi 5 secoli, ci ritroviamo  davanti alla sua immagine dal dolce sorriso  materno… per ripercorrere in silenzio, molti a piedi nudi, le vecchie strade della nostra infanzia… per rinnovare un culto dalle radici antichissime che si perde nella notte dei secoli… per chiedere di proteggerci, sotto il suo simbolico manto, dal velo dell’oblio e dallo scorrere inesorabile del tempo…  Ricordo sempre,  con vivo piacere, quando da bambino, nei primi giorni di settembre, salivo su nella cappella della Bedda Matri, sotto lo sguardo vigile dell’amico Vincenzo Maniscalco, ora 92enne,  arrampicandomi sulle spalle e sulla testa del “povero paralitico” per pulirle quel suo bel viso incipriato dalla polvere, e,  per non cadere giù a precipizio, mi aggrappavo  alla sua vita,  restando lunghi minuti estasiato a vedermela così vicina…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

 

P.S: Nell’articolo di domenica scorsa, parlando dell’antica mappa dell’agrimensore F. Vaccaro, ho scritto che il numero di salme del territorio di Mussomeli era un po’ eccessivo, invece è proprio quello giusto. Contrariamente al Giacona che usa la misura della salma mussomelese equivalente a 33940 mq, il Vaccaro impiega quella “borbonica”, più piccola,  corrispondente a 17415 mq.

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