Il giallo Bongiorno e la guaritrice di Caccione ( a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Ventisette anni fa con i miei familiari ed un gruppo di amici, dopo una bellissima scampagnata in zona Quadia, decidemmo di salire sulla montagna di Caccione, alta sui 750 metri, e da cui, guardando verso sud, si tocca quasi con mano la incantevole rocca di San Paolino di Sutera. Era un fresco pomeriggio di primavera inoltrata e si sentiva nell’aria qualcosa di magico ed inspiegabile. Le pecore del signor Territo, incuranti della nostra presenza, pascolavano beatamente sulla piana della montagna, mentre noi, andando in giro nei dintorni a curiosare tra gli alberi e le piante, fummo attratti da una vecchia grande bianca casa dalle porte spalancate, la casa di “mamma Cruci”.

Dentro, in un’atmosfera quasi surreale, tutto era ancora in ordine, come se, da un momento all’altro, dovesse tornare la guaritrice di Caccione. Le suppellettili stavano sul vano della cucina, sui tavoli e le vecchie sedie, e i quadri dei santi erano ancora appesi sui muri. Non ricordo se ci fosse anche il quadro del Cuore di Gesù, davanti al quale, mi dissero, lei andava in estasi, per implorare la guarigione di chi si recava a trovarla.

Ci racconta Gero Di Francesco, su un numero di Progetto Vallone dell’ottobre 2000, mamma Cruci, all’anagrafe Crocifissa Costanzo, era di Mussomeli, dov’era nata il 23 aprile 1852. Suo padre si chiamava Pasquale e sua madre Sorce Maria. Nel 1911, lascia Mussomeli e va ad abitare a Sutera, nei pressi di Piazza Sant’Agata, dal fratello Giuseppe che aveva sposato una suterese, Rosa Vitellaro. Ben presto, però, l’arciprete Giuseppe Nicastro, il sindaco Salvatore Castelli e il medico Antonino Vaccaro, forse gelosi delle sue qualità taumaturgiche (?) e infastiditi dalla presenza della mistica, meta quotidiana di tante persone disperate, verso le quali lei aveva sempre una parola di conforto e un rimedio per ogni malattia, brigarono per mandarla via e, così, fu costretta ad autoesiliarsi sulla montagna di Caccione, nella casa che aveva ereditato da suo padre Pasquale, e dove vivrà gli ultimi 16 anni, fino al 22 settembre 1928, anno della sua morte, tra le migliaia di visite di persone malate alle quali, mi dicevano alcuni anziani di 30 anni fa, mamma Cruci, come la chiamavano per affetto e deferenza i mussomelesi e suteresi del suo tempo, non chiedeva mai soldi, ma solo preghiere ed implorazioni al Cuore di Gesù ed a San Paolino. Insieme a lei, Bastiana, la cognata, a prestar fede a quanto riportato dal romanzo, pubblicato nel 1981, “Nel segno del miracolo” di Kalino Tavanja (alias ing. Calogero Nucera) di Mussomeli, cugino dell’avvocato Vincenzo Nucera, e stampato da una tipografia di Vibo Valentia, dove lui risiedeva da tempo per lavoro.

Il Tavanja Nucera, dalle pagine del suo romanzo, anticipa di un anno la sua venuta a Sutera (1910) e ci narra chela donna, di estrazione pastoriziale (!?), ma agiata, rimasta vedova in giovane età e senza figli (dagli atti di nascita e morte risulta invece nubile!), viveva in ascesi, assistita sempre dalla nubile cognata Bastiana. Appena toccati i cinquant’anni, avvertì che possedeva un fluido prodigioso che le conferiva il potere di stagliare il fuoco di Sant’Antonio, il ballo di San Vito (!?), la tenie e i vermi fuseragnoli (!?); per cui ella veniva frequentata da bisognosi paesani di ogni estrazione sociale”.

Nel romanzo, ma credo si tratti di pura fantasia, si parla anche della guarigione di Gabriele D’Annunzio e Matilde Serao (Matilda Sarago nel romanzo) che, in dialetto napoletano, le esponeva così i suoi guai “Donna Crucifì, sono nguaiata assaie: rinda o cuollo ddu rette me c’è cresciute nu fasulu e carne; e nu ve ddico du ddulure che spesso me fa sentì. Pe tantu tiempu me rivorsi a San Gennaru, ma chillo llà no me ntise mai…”(!!). Un’altra simpatica annotazione è quella fatta da Di Francesco, riportata da un articolo de La forbice, in cui il prof. Calogero Sinatra, riferendosi alla calca di persone ed animali che si creava nei pressi dell’abitazione di mamma Cruci, ironizzava sulle liti tra vicine di casa per fare incetta di fumere, l’ottimo sterco dei muli per concimare, lasciato in gran quantità nella piazza Sant’Agata.

L’ex feudo Caccione, 624 ettari , (per G. Giunta deriva dall’arabo hat ciun = territorio arido), confinante con Cangioli e Quadia, si trova a pochi chilometri da Mussomeli, in territorio di Sutera, ma buona parte delle sue terre appartiene a cittadini di Mussomeli. Sulla base delle informazioni reperite nella Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di De Spucches, questo latifondo, che dominava, con la sua posizione strategica e dall’alto dei suoi 750 metri, i feudi circostanti ed era dirimpettaio della città demaniale di Sutera, fu assegnato anticamente, verso il 1350, da Federico III re di Sicilia al milite Giovanni de lo Haria, per passare nei decenni successivi, nel 1425, tralasciando altri illustri sconosciuti, ad Antonino Spatafora De Castellis ed ai suoi eredi, che, nel 1649, con Francesco Spatafora Sanseverino, lo vendettero al facoltoso Pompeo Salamone, e da lui ai suoi discendenti, tra cui, nel 1706, Pompeo Salamone Notarbartolo Moncada, e, nel 1755, Paolo Crescimanno, Duca di Albafiorita e signore di Caccione e barone di Pietrevive, una contrada ad sud-est di Caccione, in cui è ubicato un noto agriturismo. (Notare anche l’aura poetica dei titoli nobiliari della signoria di Caccione: Duca di Albafiorita, barone di Pietrevive). Per ultimo, Gaetano Crescimanno, che sposò la figlia di Francesco del barone di Donnafugata e di Donna Vincenza De Spucches e i cui successori saranno titolari dell’ex feudo fino al 1919.

Sarà la volta, poi, di Michelangelo Bongiorno e famiglia, che, provenienti da Comitini, come scrive Di Francesco su Castelloincantato del 2 marzo 2014, presero possesso delle terre di Caccione fin dalla seconda metà dell’800, forse dapprima come gabelloti o affittuari, e poi nei primi anni del 900 come proprietari, e che andranno ad abitare nella masseria Sant’Antonio, rimessa a nuovo, ubicata ad ovest ed ai piedi della montagna, a 479 metri di altezza, l’antica tenuta del 700 degli Spatafora e dei Crescimanno. Il caseggiato, come scrive Mario Cassetti ne “Le masserie”, edito nel 2001 a cura della provincia di Caltanissetta, presenta un’interessante aggregazione compositiva che ricorda una torre di avvistamento, (come nelle masserie fortificate dell’800). Nel patio si apre un grande portone centrale, ed in fondo l’edificio è sormontato da una elegante balaustra traforata. Sul retro, una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, accostata ad alcuni bassi casamenti e poi, più in là, una stradina che porta ad una grande vasca con dei lavatoi. Tra i Bongiorno salirà alla ribalta delle cronache giornalistiche degli anni 20, Gaetano, sindaco di Campofranco e presidente della provincia, per essere stato tratto agli arresti nel carcere di Mussomeli, e poi in quello di Agrigento, dove morirà nel 1932, come probabile mandante dell’assassinio mafioso di Desiderio Sorce, Testa di ferro, ex sindaco di Mussomeli, avvenuto l’11 maggio del 1913. Un altro Bongiorno, Michelangelo, figlio di Gaetano, sarebbe il padre di Mike Bongiorno (!?), il noto presentatore televisivo deceduto qualche anno fa. Si dice che Michelangelo avesse una relazione con Rosa Romano, la concubina del padre, e che da questo rapporto nascesse, il 31 dicembre 1924, un bambino che, insieme a sua madre Rosa, il padre Gaetano costrinse ad emigrare in America, e dove lei, poi, gli darà il nome e cognome di suo padre: Mike Bongiorno.

Come dice Di Francesco, una storia assurda! “Ma ai cittadini di Campofranco e Sutera, che qualche anno fa assistettero al Canta Mike, non sembrò per niente strano che lo stesso Mike ribadisse la sua appartenenza a queste contrade… e neppure che ci fosse una certa somiglianza…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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