La montagna incantata (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

 

 MUSSOMELI – Oltre trent’anni fa, con uno “speciale archeologia”  di Progetto Vallone, mi occupai, insieme a Calogero Canalella, Giacomo Cumbo e Giovanni Mancuso, di Polizzello. Era la prima volta che salivo sulla “montagna ” con addosso il fascino di tutti i miti e le leggende che popolavano i suoi luoghi e l’incanto dei tesori della fiera dei sette anni, delle arance d’oro e di altre truvatura di cui si favoleggiava da tanto tempo. Mi avviai con gli amici, su per l’erta salita di terra battuta, e arrivato sull’altipiano di oltre 870 metri, da cui si domina tutto il territorio del Vallone e lo sguardo può spaziare fino agli orizzonti lontani, dall’Etna ad est  fino ai monti Sicani ad ovest, dalle Madonie  a nord fino al mare a sud,  mi sentii abbagliato dalla luce del sole che illuminava intensamente tutta l’ampia terrazza di terra nerissima e fertilissima, in cui crescevano quell’anno, sulle rocce dell’acropoli, insoliti rovi di mirtilli rossi che non avevo mai visto altrove, e delle piante particolari con piccole foglie madreperlacee, che davano a tutto il paesaggio una particolarissima aura di magia. Il Sorge, riferendosi ad una fortezza citata da Stefano Bizantino nel suo De Urbibus, pensava che la montagna fosse la Fortezza di Eizelos, ma a me, lì per lì, venne di pensare invece alla  Polis helios, la mitica città del sole di Tommaso Campanella, sapendo che non poteva essere
che solo una mia pura immaginazione, perché come aveva già sostenuto  Siculus (alias Salvatore Raccuglia), uno studioso grecista, sulla rivista Sicania n.8 del 1916, in greco i nomi di città non sono preceduti ma seguiti dalla parola polis, come appunto Costantinopoli, Napoli, Termopoli, ecc..

Sulla sommità dell’acropoli, nella parte centrale, con intorno la terra rossa della cenere  e del sangue dei sacrifici alla Dea Madre di tre mila anni fa, un santuario arcaico con delle are abbozzate, scoperto con i primi scavi fatti da Rosario Carta dagli anni 1921/26. Gli altri sacelli  e gli altri ambienti saranno scoperti negli scavi di De Miro e della Fiorentini degli anni ottanta, e poi di quelli diretti dalla Panvini dal 2000 fino al 2006. Oggi, tutta l’acropoli è in attesa che un domani (?) si completino i lavori di scavo e si costruisca un’adeguata copertura permanente. Anche la
montagna
sembra abbandonata. Transennata da sud ovest fino quasi alla robba du Ciensu da una lunghissima ringhiera in ferro che ha deturpato e rovinato parte della collina, tutto il pianoro è sommerso da alte erbacce in cui si fa fatica a camminare e ad ammirare i resti dell’antichissima misteriosa città sicana Onface (?), come ipotizzava, un secolo fa,  il nostro Siculus.

E’ certo che Pulizzieddu non ha niente a che vedere con Polis Eizelos, ma è un  nome sicuramente posteriore, dato probabilmente ad un borgo di epoca bizantina che doveva sorgere nei pressi della montagna, forse a sud verso la contrada in cui ha sede la fabbrica di pannelli fotovoltaici “Energy Europe” e dove si indicava una volta la località Pulizzieddu, così come riferito da alcuni anziani. Non a caso il nome della robba ai piedi della montagna e di tutta la contrada limitrofa era chiamata sempre u’ Ciensu, forse dall’arabo jizya (tributo). Anche Rosalba Panvini e Dario Palermo, sulla scorta di quanto affermato da Salvatore Raccuglia nel 1916, propendono per questa interpretazione. Dario Palermo ipotizza pure, nel suo studio su Polizzello, sulla base del taccuino di R. Carta del 1926 in cui si annotava la  presenza a sud della montagna di alcune sepolture a fossa e di un piccolo arcosolio, “l’esistenza di un insediamento tardo-antico o alto-medievale indizio di alta frequentazione del territorio in quell’epoca insieme ad altri nuclei come Borgitello, Mintina, ecc.”.  Che sia questo l’antico borgo bizantino in greco “Polis”, da cui poi Pulizzieddu? Anche Borgitello doveva essere un antico borgo bizantino della contrada Grotte o, forse, un insediamento ormai scomparso ai piedi del Castello lato sud, dall’arabo burg  da cui poi Burgitieddu, in cui sono state trovate le 124 monete d’oro arabe, di cui 90 al Paolo Orsi di Siracusa, ed un bel po’ di ceramica del periodo alto medievale che si trova nel nostro Antiquarium. Poi che un nome di una piccola ma importante fetta di territorio dia il  nome a tutto un ex feudo è qualcosa di ricorrente e fa parte della nostra storia, certo è che dentro l’ex feudo Borgitello ci sono le contrade Castello, Manca, Serra del vento, Testacotta, Mintina, Omomorto, Catabba, ecc. Così come per Polizzello che abbraccia un territorio vastissimo di cui fanno parte Carlina, Ntanalipri, San Cono, Sanfrangiore, Quarto di rose, Rocchicella, Marcato Nuovo, ecc.
  Bellissimi i reperti ritrovati: gli oinochoe, molti dei quali si trovano negli scantinati (!) del Museo archeologico di Palermo,  con i simboli stilizzati del toro, del guerriero, del polipo e di altre figure ittiche, alcuni di fabbricazione indigena, e che testimoniano il culto sacro della vita. Eccezionali i ritrovamenti degli ultimi scavi, alcuni dei quali si possono vedere, qui pubblicati, sui tabelloni del nostro Antiquarium: un elmo corinzio, simile all’elmo della Dea greca Atena, una placca  di ambra e avorio, altri  monili preziosi, tempietti indigeni dalla forma circolare, statuine con figure simboleggianti la natura e  decine di armi, lance, spade e punte di frecce, conservati per lo più al Museo archeologico di Caltanissetta. Straordinario, infine, per il nostro sito, il ritrovamento di una statuetta fittile di un guerriero itifallico con elmo e scudo, insieme ad una rara lancia di 74 cm di lunghezza e ad altre armi, che fanno pensare, come sostiene l’archeologo Dario Palermo, al culto di Ulisse, l’eroe omerico dell’Odissea, su cui torneremo a scrivere ancora nel prossimo articolo.

Diversamente da Raffe, la mitica Indara sicana da Indaruminicu lì vicino (?), che visse quasi più di tremila anni, dal periodo sicano fino alla dominazione araba, la città della Montagna, la misteriosa Onface sicana (?), esistette, come sostiene Dario Palermo, in periodi più brevi dal X, poi dall’VIII al VI/V secolo avanti Cristo, per poi riprendere vita per poco tempo dalla fine del V fino al IV a.C.  E molti si interrogheranno sul perché di questo abbandono da parte dei nostri onfacesi del loro insediamento e poi della ripresa, dopo un secolo circa, dei luoghi in cui avevano vissuto i  loro padri. Forse fu Falaride, tiranno di Agrigento, nel VI secolo a.C., a distruggere il primo insediamento (?), e dopo, definitivamente,  i cartaginesi nel V/IV secolo circa a.C. quando distrussero, pure, oltre alla stretta alleata Onface, la leggendaria imprendibile Camico, progettata e costruita dall’architetto Dedalo, il padre dello sfortunato Icaro(?).

Chissà! Di certo, qui si venerava la Grande Dea Madre dalle braccia alzate verso il cielo, come farebbe pensare il bronzetto stilizzato che si trova nel nostro museo di Mussomeli. Qui, alla Grande Dea Madre, la grande Ida cretese, che poi chiameranno Demetra, e poi Cerere, i nostri avi, pastori, contadini e guerrieri, come, probabilmente, anche tutti i sicani di quel tempo, come sostiene E. De Miro, offrivano i loro voti e facevano i loro sacrifici di cinghiali, cervi ed altri animali ormai scomparsi, per chiedere prosperità e protezione. Qui portavano in processione i modellini in terracotta dei tempietti circolari, (ritrovati negli anni venti dall’archeologo Carta e che si trovano ora nel museo archeologico di Siracusa),  con dentro anche le statuette della dea (!?).

Forse, la nostra “montagna incantata” che oggi chiamiamo Polizzello, doveva avere una enorme influenza sociale e religiosa nella civiltà sicana di quel tempo ed  il santuario, nell’area sacra dell’acropoli, che sovrastava dall’alto tutto il territorio dei sicani e dei siculi, doveva essere un importantissimo luogo di culto “omerico” e di richiamo per tutti i nostri progenitori di 2700 anni fa.

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

Lascia un commento

Ricerca in Archivio per Categorie