LA NOSTRA “ BELLE EPOQUE” DI OLTRE 100 ANNI FA (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa nel parlare del truce e misterioso omicidio di Desiderio Sorce, detto Testadiferro, e degli intrighi di potere che bloccavano la crescita del nostro paese, ci siamo soffermati soprattutto sul suo prezioso e determinante impegno sociale che, insieme ad una classe illuminata di intellettuali benestanti, determinò una sorta di belle époque nostrana, in grado di imprimere una svolta  storica per il  nostro paese dei primi anni del ‘900,  una svolta dei cui frutti, fortunosamente, pur non del tutto consapevoli, ancora oggi beneficiamo. Tra gli ultimi anni dell’800 e fino al 1913, l’anno della tragica fine del benemerito sindaco Desiderio Sorce, vi fu, infatti, un grande fermento culturale che diede le basi per una rinascita della nostra comunità locale. Fu in quel periodo che, grazie a Desiderio Sorce, amministratore dei casati dei principi di Trabia e Scalea, oltre ai primi piccoli  consolidamenti delle parti più pericolanti, fatti alla fine dell’ottocento, si pensò al restauro del Castello Manfredonico che rischiava, ormai, come confermerà lo stesso architetto Ernesto Armò, di cui parleremo più sotto, di non lasciare alcuna traccia della sua imponenza monumentale.

Si ricostruiva, allora, nel 1907, la torre dell’orologio; si istituiva, dal 1910, la festa e la fiera del Castello per dare impulso allo sviluppo dell’agricoltura; si pensava, in quel periodo, alla costruzione dell’ospedale di Via Giacomo Longo, (struttura completata nel 1887 e servizio sanitario iniziato verso il 1903), un edificio di grande pregio storico-architettonico, forse dell’illustre arch. Ernesto Basile. Fu pure il periodo delle prime scuole pubbliche elementari, con le classi maschili a San Domenico, e le femminili sia all’istituto Sorce Malaspina che al Collegio di Maria; delle prime pubblicazioni storiche, vedi quella su Mussomeli del prefetto Giuseppe Sorge, nel 1910,  quella sul santuario della Madonna dei Miracoli del sac. Salvatore Scozzari, nel 1906, ma anche quella del sac. Giuseppe Calà, nel 1909, rimasto manoscritto. Come non pensare, pure, al primo settimanale locale, il Tin Ton, nel 1910/11, condotto da alcuni preti illuminati di Mussomeli, Gaetano Valenza, Salvatore Giacalone, Pasquale Mulè e… Salvatore Scozzari, in continuo contatto epistolare con Don Luigi Sturzo di Caltagirone, il fondatore del Partito Popolare e l’ispiratore delle prime casse rurali. Il Piccolo credito agrario, poi Cassa rurale ed artigiana San Giuseppe, che darà una boccata d’ossigeno all’asfittico sistema economico locale, nascerà nel 1903.

    Qui, con la relazione sulle “Condizioni attuali del castello” del 1909 e la pubblicazione sulla rivista L’Architettura Italiana, edita a Torino nel maggio del 1911, de “Il Castello di Mussomeli ed i suoi restauri”dell’arch. Armò (pubblicato da Progetto Vallone nel 1994), vorrei cominciare un piccolo interessantissimo viaggio intorno al nostro maniero, il bene storico locale più importante e più prestigioso che abbiamo, fatto dichiarare monumento nazionale nel 1908, proprio su richiesta dell’allora sindaco Testadiferro. Con la sua grafia ordinata e chiara, come si può vedere dalla riproduzione di parte del manoscritto qui pubblicato, l’Armò scriveva, prima dell’inizio dei restauri: “il Castello è talmente insidiato dall’opera devastatrice del tempo che richiede con la massima urgenza l’aiuto del costruttore e dell’amoroso restauratore. Andrò descrivendo ogni cosa, percorrendolo, e man mano andrò richiamando l’attenzione su quelle parti che hanno più bisogno di conservazione e di restauro”. Si tratta di un documento storico straordinario, che, con la sua meticolosa descrizione di tutti gli ambienti, ci dà un quadro completo di quelle che erano le condizioni del nostro monumento medievale. E’ innegabile, come si capisce anche dalle bellissime ed eccezionali foto della seconda metà dell’800, che, ormai, erano pochissimi i muri, le bifore, i portali e gli archi rimasti integri.  Molti conci, con l’inizio dei restauri, saranno recuperati dall’Armò sotto ed attorno al castello. E possiamo dire, senza ombra di dubbio, che se non ci fosse stato l’interessamento di Desiderio Sorce e di quel gruppo benemerito di intellettuali, oltre allo studio certosino ed all’opera altamente professionale dell’Armò, (nel 1904, fu pure incaricato dal rettore padre Giuseppe Calà, primo storico di Mussomeli, di disegnare e rifare l’altare principale del santuario della Madonna dei Miracoli), oggi, del nostro castello non ci sarebbero nemmeno i ruderi.

I muretti antichi della prima rampa di accesso, ci riferisce l’Armò, già allora si stavano irrimediabilmente perdendo ed, oggi, purtroppo, non n’è rimasto quasi niente. Lo spazio alla fine della prima rampa, prima dell’ingresso principale, era utilizzato addirittura come rifugio di pastori (!!). La prima porta, sulla quale vi erano, a sinistra, allora decifrabile, lo stemma dei Castellar (le tre torri), a destra uno stemma ormai distrutto ed irriconoscibile, doveva essere liberata da una recente muratura, fatta per sostenere l’arcata che rischiava sicuramente di crollare. La volta della scuderia minacciava di venire giù ed il pavimento era tutto coperto di terra. Sul secondo ingresso, egli riusciva ad intravedere uno stemma con un’aquila che sormontava il vano del portone, e su un lato del muro il giglio e le tre torri dei Castellar. Molti muri del secondo recinto erano quasi tutti cadenti ed il  materiale di alcune bifore e feritoie in massima parte perduto. La sala dei baroni in quasi completa rovina, compresi i 5 grandi archi della sala delle armi sottostante. Era urgentissimo, scriveva l’Armò, consolidarli e collegarli con travature per ripristinare il solaio, e rafforzare ed incatenare le fabbriche eliminando anche le brutte sovrapposizioni in muratura che erano state fatte qualche decennio prima. La stanza delle tre donne doveva essere liberata da bruttissime recenti opere murarie e restaurata. Anche le tre sale successive, relativamente ben conservate, con finestre bifore molto rovinate, e coperte da volte a crociera con costoloni in buono stato, avevano bisogno di alcuni interventi necessari ed immediati. Le tre sale coperte a crociera, dice l’Armò, pare che non avessero mai avuto una copertura a tegole, e che un tubo di argilla attraversasse una delle crociere, nel suo spessore, per fare, forse, da portavoce (!!). Inoltre si doveva provvedere alla stabilità delle costruzioni del secondo recinto, ancora in piedi, al consolidamento del  mastio, il cosiddetto mulino, al restauro del portale della cappella, che come quella della sala dei baroni, era molto corrosa dal tempo ed in cattive condizioni di stabilità. Il suo interno, con volta a crociera, discretamente conservata, scrive, era stato barbaramente intonacato, e doveva essere scrostato accuratamente. Da ripristinare i merli delle mura attorno, di cui restavano solo poche tracce, e bisognava proteggere vani e bifore con adeguate chiusure per impedire la nidificazione di colombe e il conseguente gravissimo danno fatto dai cacciatori (!!) con i loro fucili sulle sacre mura del castello. Anche i sotterranei, con un sapiente scavo, andavano sgomberati dal materiale terroso, per liberare le vie di comunicazione, e gli eventuali passaggi segreti, tra i vari ambienti. Occorreva, riferisce il nostro architetto in quella sua relazione del settembre 1909, “un lunghissimo studio, una perseverante opera di ricerca e di restauro prima che il castello possa palpitare della sua vita e della sua storia”.

Lascia un commento

Ricerca in Archivio per Categorie