Quadia…terra di mori (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Paolo Giudici, nipote dell’altro illustre letterato ottocentesco Paolo Emiliani Giudici, intitolava Quadìa, terra di mori  il suo bellissimo  romanzo pubblicato nel 1930, e  ristampato da S. Sciascia editore di Caltanissetta, con prefazione di Leonardo Sciascia, nel 1968, e di cui parleremo più diffusamente la prossima volta. Da dove derivi il nome Quadìa è al solito, come per i nomi di quasi tutte le nostre contrade e gli ex feudi, un rebus, ma questa contrada lussureggiante di verde come dice il Raccuglia  o ridente…amenissima, prediletta dai proprietari mussomelesi come luogo di villeggiatura, come la definisce il Sorge nella sua Storia di Mussomeli, è realmente una delle più belle del nostro territorio. Anche  Pietro Giacona, amministratore del Principe Trabia, nella sua relazione sulla Contea di Mussomeli del 1828, parlando delle 172 salme del feudo Cangioli, comunemente chiamato Caldea (!) ed in lingua  nostra Quadìa, dicono per essere la parte più calorosa del territorio (!), la descrive di clima assai dolce, ricco di alberi di pregiata frutta, tanto ameno che lo titolano la Bagheria di Palermo (!). A suo dire  qui si celebravano, ogni anno, la prima domenica di settembre la festa della Madonna degli Ammalati con un importante fiera di bestiame, quella di Santa Fara nella Chiesa delle sig.ne Nicoletti, a novembre, con distribuzione di grande elemosina per i poveri, e quella di San Giuseppe, a marzo,  nella Cappella della casina del D. Vittorio Minnella. Ormai in disuso quelle di San Giuseppe e della Madonna degli Ammalati, ancora oggi, però, ad agosto di ogni anno, continua ad essere celebrata, ad opera degli attuali proprietari La Rizza/Indovina,  quella tradizionale di Santa Fara.

Bizzarro, per non dire assurdamente biblico (!?), il nome italianizzato di Caldea, la Babilonia o Babele (!) dell’antichissima Mesopotamia, dato alla Quadìa, una grossolana traduzione da caudu/callìa, come nella popolare nenia natalizia di San Giuseppi cu Maria si nni jeru a la Callìa.  Il Sorge,  citando anche gli storici Gaetano Di Giovanni ed il Tirrito, fa derivare il  nome da Rahal Cadia, che forse si trovava nell’ex feudo Cangioli, e che Cadia, come lui sostiene, per la singolare specialità dialettale di Mussomeli di ridurre le sillabe ca ga in dittongo ua, come catu in quatu, gaddu in guaddu, si è trasformato nel parlato in Quadìa. A me, invece,  sembra più convincente l’ipotesi di Salvatore Raccuglia, riportata nella Rivista Sicania n.3 del 1919: la contrada non veniva comunemente chiamata Quadìa ma ‘a Quadìa, e che quindi si trattava, si tratta,  di nome comune, preceduto infatti da articolo, e derivante dall’arabo Quariah (villaggio, piccolo paese).  E per dare maggior vigore alla sua tesi sostiene che si sono rinvenuti in quegli anni numerosissimi resti di ceramica grezzi, rossastri, a volte molto più fini e di un bel rosso lucido, che facevano pensare ad un piccolo abitato del periodo del basso impero e bizantino, chiamato poi dagli arabi, i mori del titolo del romanzo di Giudici,  al Quaryah.

             In tutta la splendida, rigogliosissima  Quadìa non mancano, infatti, ancora oggi, sulle bianchissime rocce calcaree delle colline circostanti, delle grotte ad arcosolio di origine paleocristiana o bizantina. Il Raccuglia, parlando di una visita effettuata in zona col prof. Vincenzo Giacaloni di Mussomeli, fratello dell’arciprete S. Giacaloni sepolto nella nostra Chiesa Madre, ne notò una dozzina “perfettamente conservate e pittorescamente ammantate di edera”. Prima ancora che nascesse Mussomeli, quindi, dovette esistere, verso il VII/VIII secolo d.C., un insediamento abitativo di remoti cristiani che scavavano le loro sepolture, singole o multiple,  nelle rocce a forma di arcosolio. E qui mi viene in mente come tanti anni fa, io stesso notai, tra i ruderi di alcuni casolari semidistrutti, i resti di un antico monastero, probabilmente benedettino. Non a caso il culto della Santa Fara, vissuta nel VI secolo, rappresentata con un fascio di spighe ed il pastorale nella mano sinistra ed un libro nella destra, fa pensare, oltre al rito del grano e del culto della Dea Demetra, ad un antichissimo monastero di  benedettine, che per certi versi, fa il paio con quello della vecchia Batìa, nella zona sud del paese, nei pressi della Chiesa di S. Enrico, detta una volta della Cattolichella. La chiesetta di Santa Fara, ormai in precarie condizioni, come raccontato dal sac. Francesco Canalella in un numero di Progetto Vallone del 1992, è stata fatta ricostruire nel 1950 dalla sig.ra Giuseppina La Rizza, in modo semplice, quasi come una vecchia casa in pietra, un bell’arco ogivale all’entrata ed un piccolissimo campanile sulla destra. All’interno un altare con la statua della santa dentro una nicchia a forma ogivale ed in alto un oblò con il Cristo Pantocratore dipinto sul vetro. Un’acquasantiera è l’unica testimonianza dell’antica chiesetta del 1500/1600, quando doveva esistere ancora l’antico monastero delle benedettine. L’antico dipinto della santa, forse ancora in possesso dei La Rizza/Indovina, è stato sostituito nel 1952 con una statuetta di bronzo, opera del prof. De Risi di Palermo.

             Tornando al  nostro Salvatore Raccuglia,  egli si chiede ancora quale fosse il vero nome originario della contrada, che non poteva essere Rahal Chidia ipotizzato dal Sorge e nemmeno quello generico di ‘a Quadìa dato dagli arabi al piccolo paese bizantino dell’ex feudo di Cangioli quando conquistarono la nostra terra. E tira fuori un termine, Lapardedda, un toponimo misterioso, un altro rebus di difficile soluzione, che, devo dire, anch’io sentivo di tanto in tanto dalla voce dei nostri cari anziani, mentre il Sorge fa, invece, il nome dell’ex-feudo Chipirdìa, lì nei pressi, che, secondo lui, doveva essere la sua prima denominazione. I miei lettori noteranno senz’altro l’assonanza Lapardedda/Chipirdìa(!). E che dire, ancora, dell’inverosimile Margio Rosso, una incantevole zona a nord della Quadìa, con  la sua tristissima leggenda, che vi aleggia ancora oggi, di 4 avvenentissime giovani insidiate dal signorotto del paese di quel tempo, un don Rodrigo ante litteram dei Promessi Sposi (!?), che, non acconsenzienti ai suoi capricci, fece poi trucidare dai suoi bravi, insieme ad un giovane pastore che aveva cercato invano di difenderle. L’orribile bagno di sangue colorò tragicamente di rosso le acque del pantano lì vicino, quel  margio rosso che restò per sempre nella memoria popolare e nei terribili cunta che i nostri nonni, per impressionarci,  solevano farci la sera, al lume di candela, magari tutti insieme attorno al braciere, quando il vento ululava e soffiava forte contro i vetri delle sgangherate piccole finestre di una volta.

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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