Quel “Libro d’oro” da sfogliare… (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Nell’articolo di domenica scorsa, sempre nel solco della straordinaria storia della nascita del culto della nostra Madonna dei Miracoli, abbiamo parlato di quei “piccoli  miracoli” di grande solidarietà umana fatti da gente del popolo, magari possidente ed agiata ma senza cariche e titoli nobiliari, che, nella seconda metà del ‘500, cominciarono a lasciare in eredità le proprie rendite  ed i propri beni a beneficio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati, delle ragazze orfane da marito…  Potremmo dire che i due grandi munifici nostri concittadini Paolo Valenza (testamento del 1567),  Francesco Tomasino di Bartolo (testam. dettato nel 1576 e pubblicato, dopo la sua morte, nel 1587), e gli altri di quel periodo fine ‘500 inizi del ‘600 , tra i quali Pietro Lo Pozzo, Agata La Pipa, Giacomo Capodici, Angelo Maglia, Pino Catania, Don Matteo Genco (1592), Paolo Salerno (1613, )ecc, forse meno abbienti ma non per questo meno generosi, furono semplici persone comuni che, come sosteneva il Sorge nella sua “Storia di Mussomeli”, insieme agli altri prodighi benemeriti che avremo fino al ‘900,  meriterebbero di essere collocati in quell’ideale indelebile “libro d’oro” della nostra comunità mussomelese.

Ma prima di sfogliare, insieme ai miei lettori, questo immaginario nostro libro d’oro in cui dovremmo leggere di altri munifici benefattori mussomelesi, tra i quali, Michele Minneci (1739) Nicolò D’Andrea (1836), Vincenzo e sorelle Sorce Malaspina(1883-85), Domenico Longo e sorella Suor Domenica (dal 1868), Leonardo Mancuso (1899), Padre G.Calà (anni 40 del 900), Sorelle Sola, ecc., e le cui pagine ci occuperanno di certo anche nei prossimi servizi domenicali, vorrei dedicare poche altre righe a Paolo Valenza ed alla straordinaria “manomissione di due suoi schiavi”(!). Il Valenza, nella seconda metà del ‘500, non si limitò, infatti, alla pura elargizione dei suoi beni ai poveri ed agli indigenti o a lasciare loro in eredità le rendite dei suoi possedimenti, ma volle dare un segnale di grande liberalità e di vero evangelico amore cristiano verso il prossimo, in particolare per quello che veniva considerato in quel tempo, come scrive il Sorge, niente di più che “un animale da lavoro… soggetto perpetuamente al dominio del padrone”, una persona come un oggetto qualsiasi che poteva essere venduto, acquistato, disperso… come se non esistesse. Ed è qualcosa di veramente ed esemplarmente straordinario sapere che nel suo testamento del 22 luglio del 1567, riportato dal Sorge, il Valenza, dopo avere affrancato i suoi due schiavi, Giovanna e Battista Valenza (!!), madre e figlio, li abbia trattenuto nella sua casa, dato loro il suo cognome (!) e lasciato loro “una casa, 3 vigne, 3 somari, 4 salme di orzo ed altri mobili” (!!)… Come se avesse voluto dare la vista a due ciechi… la vita e la salute a due poveri paralitici senza speranze!

A quei tempi, come scrive il Sorge, era un segno di sontuosità avere degli schiavi neri o bianchi al proprio  servizio, e, sebbene la schiavitù fosse stata abolita dai viceré, si continuava a fare traffico di schiavi, in particolare arabi. Nel XVI secolo qualcuno dice che in Sicilia ve ne fossero quasi 10 mila, altri qualche migliaio. Don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, ne aveva tre: un nero di 80 anni e due  mori, uno di 25 ed uno di 50. Il giureconsulto Giuseppe Caracciolo di Mussomeli, nel 1615, aveva  uno schiavo nero, Antonino, che, lungi dall’affrancarlo, (eppure, dice il Sorge, dall’alto dei suoi sommi principi di diritto e dalle stesse patrie leggi avrebbe dovuto sapere non esser lecito tenere un uomo nella condizione di bruto), lo lasciò in eredità (!) ai suoi figli, uno dei quali, Ottavio, fu, allora, tra i più famosi giureconsulti di Sicilia.

         Intanto, nei primi anni del ‘600, la Confraternita del Monte di pietà, di Paolo Valenza e degli altri benemeriti confrati,  che, come scritto nell’articolo di domenica scorsa, aveva dato, dagli anni 60 del ‘500, esempi concreti e quotidiani di solidarietà e carità cristiana verso i deboli e gli indigenti, veniva soppiantata, sempre nella stessa Chiesa di Santa Maria del Monte (ora dei Monti), dalla Compagnia dei Verdi, “una “confraternita di nobili” in estirpazione della bestemmia ed in sussidio dei poveri…” Scrive il Sorge che la confraternita del Monte di pietà non riuscì “a svolgere appieno il suo scopo forse perché molto si spendeva nelle elemosine quotidiane (!!) e poco si capitalizzava per l’avvenire”, tacendo il fatto che, quasi certamente, i nobili, la venerabili comunia di li parrini ed i gentiluomini di allora, mal tolleravano che una confraternita di estrazione borghese-popolare osasse raccogliere così tante rendite e cospicue oblazioni, tra le quali quelle dello stesso Paolo Valenza ed altri, tra cui  Francesco Tomasino di Bartolo, Pino Catania, Angelo Maglia, ecc., ed aspirasse nel contempo ad un ruolo di primo piano in un contesto sociale in cui era assurdo, per non dire impensabile, voler primeggiare su lor signori.

A riprova di quanto scrivo, il Monte di pietà di Mussomeli, avversato dai detentori del potere feudale del tempo, non arrivò nemmeno ad erogare, contrariamente a quanto fecero quelli di Nicosia e Gangi, quei piccoli prestiti in cambio di un pegno, molto ben accetti dalle classi sociali di quel periodo. Ad ulteriore riprova, a voler dare quasi un’aura di sacralità alla nuova istituzione della Compagnia dei Verdi, la cosiddetta confraternita dei nobili, in sostituzione di quella ormai morente del Monte di pietà, l’episodio rocambolesco raccontato dal fondatore dei Verdi Conte Don Lorenzo Lanza,  il quale, in un’orrida notte piovosa d’inverno del 1608, tornando da Sommatino, nei pressi del luogo, reso intransitabile dalla pioggia battente, dove sorgerà la Chiesa delle Vanelle di Mussomeli,  impantanatosi a tal punto nella melma che le mule della sua lettiga, affondate nel fango fino alle ginocchia, non riuscivano più a proseguire, e vistosi a mal partito, invocò l’aiuto divino, promettendo di istituire una confraternita in onore del Santo Nome di Gesù qualora uscisse vivo dal quel pericolo mortale. E aveva appena espresso tale voto “che vide le mule con forza meravigliosa divellersi dal fango ed apparire una luce celeste come due torce accese” che lo scortarono nel buio fino a Mussomeli. Il pio Conte, quindi, come promesso (!), non tardò a fondare la confraternita in sollievo dei poveri orfanelli maschi, come quella di Santa Cita di Palermo,  che per il colore del mantello, venne chiamata dei Verdi, e la cui bolla di conferma venne velocemente inviata dal Vescovo Bonincontro il 25 febbraio dello stesso anno.

         E forse, anche il culto della Madonna delle Grazie o delle Vanelle, nato nei primi anni del ‘600 nel punto in cui un bue piegò le ginocchia e si rialzò solo dopo, sgombrati i rovi, si trovò, come narra la tradizione, l’immagine dipinta in un sasso (!) della Madonna e di San Michele, nascerà per contrastare quello troppo popolare della Madonna dei Miracoli?  Anche il miracolo del Conte salvato dalle acque lì nei pressi non sembrerebbe casuale… Chissà! Poi di lì a qualche decennio, la chiesa della Madonna delle Grazie, costruita appunto nella contrada detta delle Vanelle dell’Annunziata, verrà aperta al culto quasi 100 anni dopo il ritrovamento dell’immagine della Madonna della Grazia, detta poi dei Miracoli (!!), la bedda matri, che diventerà, per merito del domenicano Padre Francesco Langela e della sua influente famiglia, la Madonna e Patrona di Mussomeli.

 

 

Lascia un commento

Ricerca in Archivio per Categorie