Quello scherzo a Pirandello… (a cura del prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSSOMELI – Quasi 40 anni fa ho avuto il piacere  di visitare per la prima volta la ricca biblioteca di Paolo Giudici, l’autore del capolavoro Quadìa terra di mori. Fu sua figlia Giuseppina, allora docente di Liceo e consigliere comunale, a farmi da guida ed a donarmi una dozzina di libri scritti dal padre, tra i quali Quadìa, che fu pubblicato una seconda volta nel 1968 anche a cura del figlio Enzo, anche lui scrittore e critico letterario, dopo la prima pubblicazione non molto fortunata del 1930, causata soprattutto dal fallimento della casa editrice di Milano, che ne impedì la diffusione.

         Le 50 e passa opere di Giudici (Mussomeli 1887 -Palermo 1964 e sepolto qui a Mussomeli), comprendono, oltre a 10 romanzi, 6 raccolte di poesie, tra cui L’oasi della felicità, traduzione di 4 opere di V. Hugo, una grammatica della lingua araba, diari e libri di viaggi, nonché più di 20 tra critica letteraria e storia, tra cui 8 volumi della Storia d’Italia. Ma l’opera più apprezzata dai critici e letterati del tempo,  anche se non molto conosciuta, è sicuramente Quadìa, un romanzo in cui, come dice Leonardo Sciascia nella prefazione del libro pubblicato nel 1968, c’è un salto evidente di qualità rispetto agli altri della categoria rosa o di erudizione, e si ravvede quasi un processo di  “conversione, un momento di compiuta verità, un libro che resta, in un periodo, come quello fascista, come scrive sempre Sciascia, nel quale un’opera come Quadìa, di tipo regionalista e di ispirazione verghiana, di un autore inquieto, solitario, alla ricerca delle radici della propria vita, della propria natura, diventava sospetto… e, chissà, forse per questo, immagino, non meritava di avere attenzione e successo (?!).

         Carlo Pellegrini, scrittore e critico letterario, nella prefazione ad un’opera di Paolo Giudici sui romanzi di Antonio Fogazzaro ed altri saggi, pubblicata nel 1969,  sostiene che Quadìa è nella naturale linea verghiana, ma con un accento tutto personale e pagine ricche di delicata poesia, in cui manifesta il suo amore per il suo paese natìo, la sua campagna, le sue tradizioni ancestrali. Anche in un articolo di Giuseppe Quattriglio sul Giornale di Sicilia dell’8 aprile 1969, Quadìa viene giudicata come l’opera più matura e significativa. E parlando del Giudici, scrive di quanto fosse instancabilmente curioso del mondo e come la sua sete di conoscere lo portò ad imparare l’arabo, di cui scrisse una grammatica, e ad intraprendere viaggi soprattutto nei paesi arabi. A questo proposito il Quattriglio racconta di come la curiosità e la conoscenza dell’arabo portasse il Giudici, nel 1910, a recarsi alla Mecca, vestito con il tipico baracano, ampia veste araba, ed a varcare,  insieme ai pellegrini musulmani, con il  rischio della propria vita, la soglia sacra agli islamici e proibita ai fedeli delle altre religioni. E le impressioni di questo viaggio li annoterà poi nell’altro suo romanzo del 1933, La tribù distrutta (uno squarcio di vita nelle lontane terre del mondo arabo) di cui disse, quasi come un simpatico mistificatorio “postsignano” (!) dell’abate Vella, e qualche arabista del tempo vi credette (!), che si trattava della traduzione di un antico manoscritto arabo di Omar El Bedaui, mentre, invece, lo aveva scritto lui, dal primo all’ultimo rigo.

Ma il Giudici, come si racconta nel suddetto articolo del Giornale di Sicilia e su notizie fornite dal figlio Enzo, la burla più grossa la fece all’amico ed ormai famoso scrittore Luigi Pirandello, che sarà insignito di lì a poco, nel 1934, del premio Nobel per la letteratura. Finse di avere scoperto un manoscritto del grande Giovanni Verga, lo scrittore dei Malavoglia, ma si trattava di brani del suo Quadìa. E Pirandello, ignaro dello scherzo, lo incoraggiò a cercare ancora per ricomporre tutto il manoscritto, perché era molto bello e si trattava del migliore Verga che avesse letto. Quando poi, nel 1930, nel pubblicare Quadìa, ne fece avere una copia  a Pirandello, questi non gradì lo scherzo e gli tolse per un bel po’ la sua amicizia. Ma dopo qualche mese, nel riceverlo a casa sua, insieme ad un altro amico, lo scrittore agrigentino gli disse bruscamente e simpaticamente che non c’era proprio bisogno di fare questi trucchi, perché la sua bravura, prima o poi,  l’avrebbe riconosciuta ugualmente (!!).

         In questi giorni ho letto e riletto un’altra volta Quadìa, e devo dire che il  libro si legge tutto d’un fiato. E’ quasi una piacevole camminata a piedi tra i sentieri della verdissima e magica contrada dalla storia millenaria ed i vicoli e le strade polverose della nostra Mussomeli di più di cento anni fa. Un romanzo amaro, triste e malinconico, ma soffuso di dolce nostalgia per  i bei tempi andati, con la robba (bellissima la pagina in cui racconta delle sorelle Lo Manto quando parlano della Quadìa o quella dell’usuraio Nofrio Sanguisuga, dal naso a civetta, che, a letto con una polmonite e con occhi lucidi pieni di febbre, controllava la Nora Firriola, la parente lontana che sapendolo in fin di vita andava ora a servirlo, che non frugasse tra le sue cose dove aveva i denari nascosti), come nei romanzi veristi del Verga, al centro della povera o ricca vita quotidiana, con le speranze represse e le sconfitte brucianti. Anche qui, come nei Malavoglia, in Mastro Don Gesualdo o nelle Novelle rusticane del Verga, c’è una saga dei vinti nella dura lotta della vita lacrime e sangue, dei protagonisti perdenti Don Giuseppe Lo Manto, con l’incubo della sua cambiale che non riesce più a pagare e la sua tragica morte, Grazia la Mora che sperava di fare la signora affrancandosi dalla fatica e dalla miseria,  e Vanni, il figlio della colpa, che avrebbe dovuto diventare dottore in medicina e riscattare la famiglia, ma che finisce solo come un cane e in carcere; e poi, come per liberarsi dall’invidia e dall’odio che lo soffocavano,  abbandonerà sogni e miserie del piccolo mondo della Quadìa e di Mussomeli, e si arruolerà volontario nella prima guerra del 1915-18.  Attorno ai protagonisti, altre figure nitide, straordinarie di personaggi realmente vissuti, come Don Pasquale Molè e la sua San Giovanni, il medico Don Cataldo Lima ed il suo sogno del socialismo e dell’uguaglianza tra i signori ed i poveri cristi,  Nino Lanzalaco ed il suo carrozzone postale che va su e giù per la stazione di Acquaviva. Ed altri personaggi inventati ma molto familiari come le sorelle ed i fratelli Lo Manto, comprensivi con Don Giuseppe o spesso sprizzanti veleno dagli occhi e dalla bocca per Vanni e sua madre, i maestri di scuola di Vanni nell’ex convento di San Domenico dalle grandi finestre piene di luce, il bullismo feroce a scuola contro Vanni, l’osteria della Marvisa, il fondaco di Teresa La Monica… Ed il romanzo, con i rumori familiari di una volta e le campane delle chiese che segnano i momenti della giornata, la mitica chiesetta di Santa Fara, ed i luoghi attorno alla Quadìa, con  nomi strani e spesso sconosciuti, come Margio Rosso, il piano della Mola, la timpa di Scifitelle, il pozzo di Lazzarelle, che scorre come un ruscello ora leggero, chiaro e limpido, ora cupo, doloroso e pieno di fango, con un linguaggio immediato, stilisticamente di una “purezza assoluta”, costellato di proverbi popolari e di battute fulminanti ed inaspettate, mi è sembrato, a volte, uno di quei bellissimi film in bianconero di una volta,  uno straordinario lungometraggio post-verghiano e per certi versi neorealista, soffuso di poesia e di nostalgia…un canto alla  propria terra… alla Quadìa terra di mori…che dà gioia a lu cori…un inno al proprio paese di un grande letterato, un uomo inquieto, scontroso, solitario…che merita, però, a 130 anni dalla sua nascita, come l’illustre suo vecchio zio Paolo Emiliani Giudici, riconoscenza da parte della sua Mussomeli, una dedica, una via…

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro@gmail.com

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