Ulisse a Polizzello…(a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

MUSSOMELI – Confesso che mi ha piacevolmente sbalordito la teoria sul culto dell’eroe omerico a Polizzello avanzata dallo studioso Dario Palermo e brevemente anticipata nell’articolo di domenica scorsa. Parliamo cioè dell’eroe della mitologia, l’Odisseo greco, l’Ulisse latino, protagonista dell’epopea omerica, della mitica guerra contro Troia (Iliade), che, sappiamo, si risolve con il celebre cavallo di legno, l’astuto tranello ideato da Ulisse, condotto dentro le mura della città in cui s’introducono i guerrieri greci guidati dallo stesso eroe, e poi, dopo la caduta di Troia, all’Odissea, il mitico viaggio di Ulisse alla volta della sua Itaca. E le tracce di questo mitico viaggio  rimasero in quasi tutte le colonie greche di Sicilia ed in alcuni casi si fecero persino risalire a lui la fondazione di città e la nascita di popolazioni locali.

Ma che, secondo la tesi dell’archeologo Palermo, che mi convince pienamente,  pubblicata nel suo volume Polizzello”, curato anche da Rosalba Panvini e Carla Guzzone, edito nel 2009 dall’Assessorato ai BB.CC. della Regione Sicilia, fossero rimaste orme indelebili dell’eroe omerico anche  nella nostra Polizzello (!),  che, pur non essendo una vera colonia greca,  dominava,  oltre 2500 anni fa, dall’alto della sua acropoli, la Sicania ed il territorio dei siculi, è stata per me una sorpresa straordinaria, qualcosa che mi fa quasi vagheggiare un viaggio omerico tra le leggende ed i racconti mitici dei nostri progenitori che abitavano la nostra“montagna incantata”.

         Oltre agli eccezionali ritrovamenti, negli ultimi scavi del 2006, di una gran mole di monili e chincaglieria di ambra, argento e avorio,  che provano il culto e la intensa venerazione della Grande Dea Madre, la Ida cretese, e di altre divinità femminili, nel sacello E si scopre che sulla sommità del basamento a doppio anello dell’edificio, come sostiene Eleonora Pappalardo nel volume sopra citato, era stato costruito un tempietto rettangolare, non si sa se chiuso in muratura, rivestito di tegole e coppi poi lì ritrovati, e sorretto da pali in legno, tipo i modelli di tempietti fittili di Sabucina, le cui grosse buche sono state riscontrate nel basamento del sacello. Un tempio arcaico, (vedesi qui una ricostruzione), che si ergeva alto su tutto il santuario dell’acropoli, e doveva essere quindi il punto nodale di tutto il fervore rituale dell’area sacra nell’ultimo periodo di Polizzello.

Ma la scoperta più sensazionale ed inattesa, come abbiamo detto sopra, è quella del sacello B. Insieme alle numerosissime deposizioni di oinochoe, coppette ombelicate e kylikes, che, a partire dal VI secolo a.C., fanno desumere, ora, accanto al pasto rituale che segue il sacrificio degli animali offerti alle divinità, il nuovo uso conviviale e sacrificale del rito libatorio, una tradizione di chiara estrazione greco-micenea, è stato scoperto un complesso straordinario di doni votivi, in particolare una figura fittile di guerriero greco, nudo, itifallico, barbato, con elmo corinzio e scudo rotondo, che fa subito pensare all’eroe omerico come viene raffigurato nelle ceramiche greche  che si trovano nei vari musei del mondo. La statuetta, senza braccia e senza gambe, doveva avere in mano una lancia, e tra i doni non manca una enorme lancia di 74 cm, oltre ad uno scudo rotondo con, lì vicino, due splendide lamine di bronzo raffiguranti dei delfini guizzanti che lo decoravano. E, come lo descrive Plutarco, riportato nel sopracitato volume, fu proprio Ulisse, per primo, ad adornare il suo scudo con le figure di delfini.  Ad ulteriore conferma della tesi sostenuta da D. Palermo, nella deposizione del Sacello B  sono stati pure ritrovati  un rarissimo elmo cretese, che completa tutto il corredo dell’armatura del guerriero greco  e resti di una testa di cinghiale, altro importante tassello dell’epos di Ulisse.

         Non mancano altri reperti che testimoniano, come scrive il Palermo, di questa ideologia aristocratica omerica. Egli si riferisce, in particolare, a due bronzetti, provenienti dagli scavi di Polizzello, facenti parte di una collezione privata sotto sequestro giudiziario. Si tratta di due offerenti con phiale nella mano destra e di un grande oggetto circolare nella sinistra, forse un otre che ricorda un passo dell’Odissea, quando Polifemo viene ubriacato ed accecato da Nessuno/Ulisse.   Anche nel nostro Antiquarium, (vedere foto pubblicate), vi sono dei reperti che fanno pensare al culto dell’epos omerico. Sono convinto, infatti,  che la moneta con delfini, catalogata al numero 1, abbia a che fare con lo scudo (?) di cui si è detto sopra. Lo stesso penso per il bronzetto nudo offerente con phiale nella mano sinistra, un oggetto circolare, forse un otre, nella destra, ed un copricapo, un pileo (?), con cui solitamente viene raffigurato Ulisse.

         Sapevo del culto e del mito della Dea Madre, ma non immaginavo che sotto la terra nerissima dell’area sacra si nascondesse un altro culto, un altro mito su cui è  nata e cresciuta poi la civiltà latina ed il patrimonio culturale dell’Europa e dell’Occidente. Di certo mi piacerebbe sapere se furono i greci di Gela e di Agrigento ad esportare a Polizzello, importante centro sicano dell’entro terra della Sicilia di 2600 anni fa, questo epos omerico, questo culto elitario dell’eroe dell’Odissea, con gli stessi magnifici doni votivi ritrovati nei sacelli della nostra montagna o, come scrive il Palermo, forse fu il poeta Stesicoro di Himera, che ideò il mito dell’eroe sicano dallo “scudo lucente”, ispirandosi ad Ulisse, come ad un progenitore delle comunità indigene sicane, propagandando, così, nobili origini comuni con i greci. Chissà. Non lo sapremo mai.

Vorrei augurarmi, invece, che lo spirito di Odisseo/Ulisse torni ad aleggiare ancora  sulla “montagna incantata”, da non lasciarla transennata e nell’abbandono, ma da farla rivivere, valorizzare e fruire con un patto concreto ed operativo tra Comune, Sovrintendenza, associazioni culturali, imprenditori ed ex proprietari, così da poter riprendere il senso e la direzione del viaggio omerico (!)…verso la nostra isola…del viaggio come impegno civico, forte, duro, giusto e doveroso verso la nostra terra, l’Itaca abbandonata come una zattera in mezzo al  mare della rassegnazione e del fatalismo. Vorrei, e spero tanto non da solo, che tutti riscoprissimo questo lungo e difficile viaggio dell’umanità alla scoperta delle radici del nostro lontano passato e ricordassimo sempre che ognuno di noi può fare sempre qualcosa per la nostra Itaca…e che tutti, proprio tutti, responsabili del futuro del nostro paese, come dai versi del canto XXVI di Ulisse nell’Inferno di Dante Alighieri “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza…”.

Salvatore Vaccaro

salvatore.vaccaro51@gmail.com

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