Un’altra antica mappa del nostro territorio (a cura del Prof. Salvatore Vaccaro)

Riprendiamo insieme ai nostri cari lettori, dopo la caldissima pausa estiva, il nostro appuntamento domenicale, un piacevole ed interessantissimo cammino a ritroso nel passato e nella storia del nostro patrimonio culturale, un viaggio, anche mentale, lungo gli ex feudi del nostro vastissimo territorio, dai nomi misteriosi, e le cui origini si perdono nella notte dei tempi…tra sentieri ormai perduti che attraversano le valli gialloverdi e le straordinarie bianche colline delle nostre contrade…quasi un volo d’aquila sulle bellissime vette delle nostre colline, da quelle più alte di Calabue (899 m), San Vito (888m) e Castelluccio (oltre 800 m a nord-ovest dell’abitato), alle altre, meno conosciute, sui 600  metri , di Castellaccio (Cda Mappa), Rocche dell’Edera (Edera), Piscazzo (Garzizetti), Cozzo Reina (Reina), Cozzo Cantacucchi (Cda Torretta), Cozzo dell’asparagio (Mustujuve), Rocca conigliera (Cda Buonanotte), Serra del fico (Cda Sampria), Cozzo lanterna (Malpertugio), Cappello d’acciaio (Reinella), Pizzo agnello (Cda Canzirotta)… o forse una suggestiva discesa dantesca nei gironi “infernali” di Gorgo di sale (dintorni di Cda Mappa), Gorgazzo e Omo morto ( Cda Manca) Gorgate (Cda Valle), Malpertugio e Malupirtusillu (a est di Mandra di piano), Fosse (Cda Soria), Valle del lupo (Cda Castelluccio), Selvaggia (Cda Calabue), Mandra nera, Mandra rossa, Fimmina morta (C.da Polizzello), Testacotta (sotto Cda Manca), Fiume della morte (Cda Mandrigli)… o nei gironi del “paradiso” di Quarto di rose, San Cono (Cda Polizzello), Sanfrangiore, San Giacomo, San Giovannello  (a nord-est delle Cde Scala e Canzirotta), Portella del paradiso (Cda Calabue), San Vito, Santissimo (Cda Quadìa)

Ultimamente, facendo qualche ricerca, ho scoperto, nell’archivio di Stato di Palermo,  una mappa colorata a tempera con i confini, ad inchiostro di china, dei feudi di Mussomeli, redatta dall’agrimensore Francesco Vaccaro attorno al 1830, e che si pubblica qui accanto. Ho inserito nella  mappa in caratteri bianchi, per favorirne  meglio la visione, i nomi dei feudi e l’antica estensione in salme, così come riportato nella legenda in basso dell’agrimensore Vaccaro, incaricato a suo tempo dai notabili della monarchia borbonica.

La pianta topografica, che sembra più precisa nei confini e più professionale, differisce da quella elaborata  dall’amministratore Pietro Giacona nel 1828 per conto del Principe Lanza di Trabia ( e che qui si ripubblica, con i dati rilevabili in salme, per un totale di circa 4750, che corrisponde più o meno all’attuale estensione del territorio di Mussomeli, cioè quasi 170 kmq), sia per le estensioni dei vari feudi, molto più grandi per un totale di 10584 salme (forse un po’ troppe! anche se vi era calcolato tutto Rabbione, il totale di Scala, che passerà successivamente in parte a Marianopoli, e forse quello di Canzirotta,  di cui qualche pezzo è finito a San Cataldo), ed in parte anche per la geografia dei vari confini di ogni feudo. Inoltre, il Giacona inserisce nella cartina (probabilmente si tratta di una bozza  sui generis di quella del Vaccaro o di altri) il feudo Indovinella di 109 salme, tra Mandrigli e Mandra di cuti, oltre al feudo Salina (245 salme), che passerà in quegli anni al Comune di Acquaviva Platani, mentre il Vaccaro nell’escludere completamente Indovinella dalla sua mappa, vi inserisce Raffi (120 salme) e Rabbione  ( di ben 832 salme), un grosso feudo che entrerà a far parte, di lì a qualche anno, del territorio di Serradifalco. Nella mappa del Vaccaro vi sono inoltre altri interessantissimi dati geografici riguardanti i fiumi, le vie di comunicazione ed i comuni confinanti.

         Nella pianta in corrispondenza del feudo Comuni di 400 salme (in quella del Giacona sono 310) vi è abbozzato l’abitato di Mussomeli in cui si intravede il campanile della Madrice, mentre nello spazio Borgitello si scorge in alto, sotto al numero 47, il disegno accennato del Castello, con la dicitura, trascritta nella Legenda in basso, Castello così detto di Manfredonia.  Quello che incuriosisce maggiormente è l’assenza nelle due piante topografiche del grosso feudo Mappa (esteso da 350 a circa 767 ettari dopo l’acquisizione, nel 1962 di altre terre di Gorgo di sale,), ubicato tra Garzizetti, Edera, Mandra di Piano, Malpertugio e Gorgo di sale.  E’ probabile che l’ex feudo Mappa, terra buona e profumata, e conigli e pernici e fagiani in abbondanza in mezzo a una campagna selvaggia”, come ha scritto un giornalista di cui non ricordo il nome, appartenente al principe di Spatafora, apparentato con i Lanza Trabia, si sia formata nei decenni, forse tra la fine del 700 e gli inizi dell’800, con quella sottratta progressivamente ai cinque ex feudi sopra citati.

      La costruzione della bella ed imponente masseria degli Spatafora a Mappa,  da qualche decennio adattata ad agriturismo, fu iniziata, come riporta MarioCassetti nel tomo A dei due interessantissimi e riccamente illustrati volumi de “Le Masserie”, edito nel 2001 dalla provincia di Caltanissetta, fu iniziata verso la fine dell’ottocento dal principe Pietro di Spatafora e condotta a termine dal fratello Michele Gutierrez   (che sarà sottosegretario al Ministero dell’agricoltura,  nel 1943, durante il regime fascista e, poi, aderirà alla Repubblica Sociale Italiana. Arrestato e detenuto a Regina Coeli dopo la fine della guerra, sarà rilasciato su intervento di re Umberto II il 5 giugno 1946).  Il caseggiato in pietra bianca di Comiso, che è stato costruito a 572 metri s.l.m., su un fianco del monte Castellaccio (673 metri), domina un panorama mozzafiato sulla vallata del fiume Belici, tra Mandra di Piano e Gorgo di sale. Sulla chiave di volta del portale  di ingresso campeggia lo stemma degli Spatafora (un braccio con la spada). All’interno, oltre al grande patio dal pavimento acciottolato  chiuso da fabbricati, una volta destinati a stalle, fienili e magazzini,  la casina signorile posta su un piano rialzato con una piccola scalinata. Nelle grandi stanze, ora utilizzate come camere d’albergo, come scrive Mario Cassetti, resta solo qualche traccia dell’antico splendore d Duca di Spatafora, in particolare il ricordo dello studio arredato con mobili d’epoca su cui troneggiavano animali esotici imbalsamati. Sulla chiave della volta a crociera del salone centrale era segnata la data del 1861. Infine, da rilevare la presenza dell’immancabile cappella costruita fuori dal caseggiato, su un vicino rialzo a nord est, e dedicata al beato Domenico Spatafora. All’interno della chiesetta, sempre in pietra bianca, con un campanile a vela, non rimane quasi più niente degli antichi arredi. Lo stesso si può dire di un piccolo parco in cui, secondo Cassetti, vi erano delle vasche con fontane e giochi d’acqua (!!), gazebi e torri merlate…

 

 

Salvatore Vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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