La “furtuna” di Pietro
Quannu la sorti un ti dici
Ièttati ‘n terra e cerca vavaluci
Pirchì nun sempri cci su amici
Ca cu iddra ti fannu fari paci
A sula Terra nni po’ cunfurtari
Ni ‘st’amara vita china di duluri
Sulu iddra ni sapi nutricari
E pì tutti lu suli fa affacciari.
Pur se la mano si rifiutava di muoversi, inerte al suo fianco sul pagliericcio, erano questi i pensieri dominanti nella mente di Pietro Puntrello, alias “Stuppinu”, e mai ingiuria fu più azzeccata, perché proprio uno stoppino di lanterna si sentiva in quel momento, e per giunta un lucignolo che stava pescando l’ultima goccia d’olio e principiava a spegnersi tra le continue fitte di una tosse sorda, in un petto senza più vigore che ardeva divorato dalla febbre.
Il giorno s’era scurito e l’aria bruna non era solo la fine del 21 novembre 1856, ma segnava il termine preciso della sua breve e trafficata vita; oramai, nessuna luce entrava più dalla finestrella del catoio nel quartiere S. Errigo e la vista, già appannata da alcuni giorni, s’era spenta. Ma sentiva la vicina presenza della moglie Nina e dei due figli: gli bastò questo, che almeno loro gli tenessero compagnia, per sentirsi meno infelice in quegli ultimi istanti di vita in fuga. Sarebbe stato ancora più bello che non gli fossero premorti gli altri quattro figli, ma quelli erano tempi in cui la maggior parte degli angeli che nascevano in terra preferivano volare in cielo: lassù, era meno pesante l’esistenza.
Se la vista era annebbiata, come quell’uggioso giorno di novembre, il cervello continuava a restare lucido, sensibile, pieno di nostalgia per tutto ciò che era stato e per tutto quello che avrebbe potuto essere; come un rosario, la storia della sua vita gli si sgranò a quadri, per immagini chiare e nette.
Rivide il padre Pietro, soprannominato “lu Mischinu” non perché discendesse dal malinconico ed eroico Guerin Meschino, il cavaliere medievale di cui tanto si raccontava nei bivacchi dei fuochi serali, ma perché da tutti commiserato per la triste sorte e per la povertà. E lui non aveva assolutamente perso niente del padre, né la corporatura mingherlina, né la sorte malandrina e avversa, né le condizioni economiche.
Anche la madre gli comparve innanzi, proprio mentre ripeteva che era nato il 19 novembre del 1805, come faceva spesso non perché fosse stolida, che anzi aveva un cervello di prim’ordine che lui aveva ereditato assieme alla facilità di parola e alla capacità di metterle in rima, ma perché all’epoca non esistevano documenti personali o certificati e neppure registri di stato civile: c’era solo l’enorme libro nero dell’arciprete dove a modo suo segnava nascite e morti, battesimi e matrimoni.
Il catoio, poco discosto dalla chiesa di S. Errigo, quasi ad angolo nella “strata a’ ficu”, dov’era nato e vissuto fino a sei anni, era piccolo, umido e scuro; neppure il sole voleva entrarci, ma di ciò gliene era sempre importato poco: la sua breve fanciullezza, tranne la notte, si era svolta sempre all’aperto, in mezzo alla strada, litigando e giocando con altri compagni, tra neri vaganti col grugno sempre in cerca di foglie e rari resti di cibo, capre belanti per le mammelle zuppe di latte che solo pochi fortunati potevano comprare e piscio di muli legati ad un anello.
La dolce vita cessò a sei anni, l’età in cui tutti i figli maschi, ma della categoria “povera gente”, dovevano darsi vita e aiutare i padri, “viddani e bracciali”, in campagna; no, non gli toccava lavorare con la zappa, grande e pesante quanto lui, ma, a seconda della stagione, col falcetto poteva mietere erba, raccogliere lumache, cercare asparagi o altre verdure che conosceva bene, racimolare sparute spighe che i mietitori volutamente fingevano di perdere per dare agio a donne, bambini e compagni sfortunati quanto loro di farsi una riserva di grano per l’inverno. Insomma, il lavoro non mancava mai; gli mancava piuttosto la chiesa di S. Errigo, il suo odore d’incenso, le litanie delle vecchie alle funzioni, la strana lingua che il prete parlava durante le funzioni. A questi ricordi, s’affiancavano sempre le parole sussurrategli all’orecchio dalla madre: “Pitrì, un tu scurdari: cu avi un figliu parrinu avi miezzu puorcu appinnutu !” E a lui, che conosceva tante cose di chiesa e faceva il chierichetto, sarebbe piaciuto diventare “parrinu”: tutti gli avrebbero baciato la mano e tanti galantuomini si sarebbero tolti il cappello nell’incontrarlo.
Per fortuna, nel feudo Tumarrano, dove il padre lavorava a servizio e che lui aiutava cessata la brutta stagione, ogni domenica veniva un sacerdote a celebrare messa, un sacerdote diverso dagli altri: non andava di fretta e aveva tempo e parole buone per tutti; cessate le funzioni, si fermava a parlare e a scherzare con noi bambini, a spiegarci tante cose fino a che non diventò un maestro per noi che l’ascoltavamo a bocca aperta: imparai a leggere e a scrivere, imparai la magia dei segni che diventano parole e la bellezza delle parole che diventano idee.
Quando la vita è giovane, il tempo vola, ti ruba i momenti più belli; a me involò tutta la fanciullezza tra lavori nei campi, processioni di santi, motti arguti e strofe che mi nascevano nel cuore e si estendevano nella mente, mentre intorno vedevo scorrere le ingiustizie e le storture di cui si nutre la gran parte dell’umanità. Era questa la mia forza: le braccia che mulinavano con la zappa portavano energia al cervello che rimuginava idee e versi. Erano ben poche le cose che mi andavano bene, ma non c’era mai tempo bastevole a pensarci: per vivere, bisognava mangiare e per mangiare bisognava lavorare: non esisteva altro modo per portare a casa la pagnotta. Se prendevi altre strade, ti accorgevi subito che non conducevano da nessuna parte: chi rubava una pagnotta o un covone di grano guadagnava almeno un anno di riposo in prigione. Su questo il giudice regio non era mai tenero.
Chi ti dava il lavoro, aveva già la dispensa piena e i magazzini colmi di grano, fave ed orzo, ma ciò non era motivo sufficiente a fermarli, a dargli una pausa: volevano e pretendevano sempre di più. Così, “di suli in suli”, cominciò a scorrere la mia vita; qualcuno, quando in piazza sceglievano “li jurnatara” di zappa o di falce, al vedermi sorrideva e mi scartava per quel fisico quasi inesistente, come se non ci fossi, ma chi mi conosceva sapeva bene che stare 10/12 ore sotto il sole estivo o nel freddo brumoso non era solo questione di corporatura, ma di attitudine, di resistenza, di forza della disperazione, di fame. E poi, se a Mussomeli disprezzavano e facevano gli schizzinosi, c’erano tanti altri posti dove avevano bisogno di campagnoli; ti prendevano, ti mandavano alla “virsura” assieme agli altri e, col sigaro tra le labbra, non staccavano mai gli occhi dal tuo lavoro: se dopo alcune ore non andavi bene, ti cacciavano via e senza scuse o rimborsi. In tali giorni, sempre più forti ed insistenti mi tornavano alla mente le parole di mia madre: “Pitrì, cu avi un figliu parrinu…”, solo che lei, poveretta, non voleva convincersi che per diventare prete ci voleva una dote, la scuola, amicizie importanti, una sicura tranquillità economica, a volte l’unione di più famiglie imparentate, perché questo alla fine non era altro che un investimento, una scelta che poi avrebbe reso mille volte la somma investita …
Mi sovvenne che solo certi religiosi, ce l’aveva spiegato pure il prete del Tumarrano, non facevano tanto gli schizzinosi: vivevano in conventi, campavano di elemosina, erano più vicini ai poveri e miserabili che infestavano ogni paese, spesso spartivano con loro quello che avevano, ma ricevevano ogni tanto donazioni di terre e qualche soldo. Era un’idea, mentre la fame pressava e i lavori campestri pure; e come ogni anno, ci si muoveva in gruppi più o meno numerosi, a volte anche venti quasi sempre amici e conoscenti; il capo, quello che contrattava i lavori e decideva le zone di lavoro era il più anziano per esperienza; io, invece, ero sempre il beniamino di tutti per le mie esibizioni poetiche. Non sempre la malannata colpiva in modo eguale i paesi e noi eravamo liberi di spostarci nel Valle di Caltanissetta , di scegliere i seminati più rigogliosi e bisognosi di braccia per “scurriri li lavura” o “métiri”; a sera, tutti “facivamu ressa ntra un puostu” dove passare la notte e riposare, tra cunti, canti e poesie, spesso conforto di pance vuote. A volte, ci spingevamo fino a Niscemi, Mazzarino, Riesi, come per la carestia del 1832, ma la vita era dura e rendeva necessario allargarsi nel territorio, per ammorbidirla un po’ e sopravvivere. Era la sera il momento più atteso e più bello dopo un’infame giornata di lavoro; non solo per riposare, ma perché bisognava scordare la fatica, altrimenti non riuscivi a dormire e l’indomani eri cotto. Ci pensavo io a rasserenare gli animi e distendere i muscoli indolenziti con i miei versi divertenti e qualche volta pungenti. Almeno in questo la natura, o la lezione di vita ?, era stata generosa con me; tanti anziani, era questo il loro patrimonio culturale, recitavano motti arguti, facevano brindisi o raccontavano spassosi avvenimenti sentiti dagli avi, ma nessuno di loro aveva la mia stessa capacità e facilità a comporre rime che piacevano e andavano a segno. Era difficile non accorgersi di me e, onestamente, devo ammettere che ho avuto la fortuna di riuscire simpatico a tanti, anche all’arciprete Cataldo Lima, all’epoca ancora non nominato, ma che sicuramente era il precettore più in gamba, intelligente e preparato che le scuole pubbliche di Mussomeli avessero fino allora avuto. Perfino re Ferdinando I gli mandò un diploma d’onore per elogiarlo e ringraziarlo di quanto faceva per la pubblica istruzione, senza sapere quanto fosse anche generoso, buono e disponibile, tutt’altro del vero arciprete di allora, don Giovan Filippo Sorce, sempre “arsu di grana” ed egoista, “liccu di quatri e di putiri”.
Don Cataldo mi voleva bene; anche se era sempre impegnatissimo col Culto Divino, colla scuola e con la carità verso i più deboli, non mancava mai, nei lunghi pomeriggi d’inverno o domenicali di raccontarmi storie meravigliose di mitologia, di favolosi tempi passati, di età dell’oro e quando, per divertirsi, mi solleticava qualche strofa su quello che aveva detto, allora, dopo averla ascoltata attentamente, mi spiegava cos’era la metrica, ch’era importante saper misurare i versi, collocare bene le parole e dare loro una musicalità che spesso cambiava tutto. Era vero: bastava spostare una parola e l’intero verso diveniva più bello o cercare una rima adatta e la strofa ti rimaneva a mente. Io ingoiavo ogni suo insegnamento come oro colato e lo trasformavo in sapienti versi che tutti ammiravano e applaudivano, ma senza mai mettere mano alla saccoccia; solo vaghe promesse di aiuto, presto seppellite dagli impegni quotidiani e dalla necessità dei tempi. Questi contatti, le rade promesse però servirono a mantenere in me un lucignolo acceso, una fede decisa che non potevo e non dovevo abbandonare, la speranza di poter cambiare il mio destino in una società chiusa e gretta in cui ciascuno difendeva il suo colle unghie e coi denti. Anche forestiero, quando ero a Mazzarino, un benestante cui ero riuscito simpatico, promise di farmi entrare nel seminario di Caltagirone, ma … verba volant ! E poi, come andar via da Mussomeli, dove avevo nutrito il cuore e i miei pochi ricordi più belli ! Anche li, avevo avuto promesse, più frutto dell’atmosfera creata dai miei versi allegri e da qualche bicchiere di vino in più che di vera generosità; certamente, più tardi, ci sarà stato chi avrà sussurrato al promettente: “Ma cuomu, cu ta niputi mmiezzu na strata, fa prumissi all’urtimu arrivatu !?”. Erano tempi in cui nessuno faceva regali.
“Chi mala sorti”! Quante volte la chiamai!
Tra tanti peni vinni in fantasia
Dicennu: amaramia! Comu aiu a fari:
Vaiu circannu la gran sorti mia
Unni si trova nun la pozzu asciari
Si lu sapissi iri cci vurria
E di prisenza cci vurria parrari,
quantu cci dicu: ti scurdasti a mmia ?
Tiranna, mi vulisti abbannunari ?
Ma comu fazzu can un’aiu abbentu
Ca lu pitittu nun pozzu suppurtari
Su’ senza robbi, dispostu a lu ventu
Su’ dispiratu e un’ aiu chi pinzari
L’amici mi lassaru tra un momentu
Spruvistu sugnu di robbi e dinari
Sugnu arriduttu senza sintimentu
Su’ disprizzatu e ‘nsacciu ch’aiu a fari.
Pure la sorte fu sorda con me e non ascoltò i miei lamenti. Non c’era scampo, né largo a Mussomeli: ogni passo era fatto di mala via e il pezzo di pane, pur scottato a sudore di sangue e di lacrime, quasi te lo maledicevano; erano pochi i buoni compaesani ed ogni iniziativa, mia o di altri, era vista come diretta ad intaccare i privilegi di pochi. Tanti ridevano e si divertivano ai miei versi, ma dovevo stare al mio posto: il diverso era sempre guardato di malocchio, come un possibile futuro ostacolo. Ero proprio “dispiziato” e quando nel 1832 il rev Lo Giudiice, Baccelliere di S. Domenico, cui avevo preparato l’orto, mi disse che cercavano un giardiniere nel convento domenicano di Bivona non esitai un attimo convinto che avrei preso tanti piccioni con una fava: lavoro, scuola, saio, avvenire assicurato. Si realizzava il sogno di mamma.
In tasca una lettera di presentazione, partii per vestire il saio col nome di frate Agostino. A Bivona cominciai a zappare, a zappare, a zappare l’orto del convento e i 10 ettari di terra che possedeva; di giorno non esisteva per me altro strumento che la zappa. Solo la sera, dopo le preghiere e la magra cena, nella pace della cella, il pesante strumento diventava leggero come una piuma e scorreva veloce sulla carta: solo allora potevo scrivere i versi che mi avevano agitato il cervello durante il giorno. La mia resilienza durò 2 anni, poi s’esaurì nello spazio ristretto di quella cella: non avevo certo bisogno del saio per fare il contadino, che anzi m’impacciava durante il lavoro. Tornai a fare il libero professionista della zappa e della falce.
Fu così che, raccogliendo olive a S. Stefano di Quisquina, conobbi Antonina Monteleone, una giovane dolce, mingherlina e fragile come me, ma forte dentro e con due grandi occhi neri in cui volentieri annegai la mia vita trovando sollievo alle angustie che mi dava. Mi allietò l’esistenza con 6 figli, tre maschi e altrettante femmine, e anche se con la famiglia crebbero i problemi e le necessità imperiose, Dio fu sempre con me e mi spronava a scrivere e a descrivere una società composta per lo più da individui in cerca sempre di spazio per se stessi senza darne mai agli altri. Il matrimonio aveva deciso e tracciato il mio futuro: abbandonare tutti i sogni di una giovinezza che non c’era più, accettare quanto la vita ti offriva e render fruttuose le terre degli altri, ma non m’abbandonò mai la voglia di lasciare nello stesso tempo un ricordo, un segno, un monito che potesse far crescere una ben misera umanità. Il lavoro continuò ad essere il cibo preferito, ma la poesia, solo la poesia fu il companatico che lo accompagnava la sera, a lume di lucerna, finché ci fosse stato olio e qualche “picciulo” per la carta, il mio vero problema di sempre: per il costo e per la reperibilità.
Oramai avevo scritto tanti versi, di preferenza in ottave che meglio si adattavano ai concetti che volevo esprimere e che davano a chi mi ascoltava la sensazione di avere completamente afferrato il discorso. Certo, le ottave dell’Ariosto su Orlando, pazzo e furioso, piacevano alla gente più ancora delle terzine sofisticate di Dante, ma i più, le donne maliziose specialmente, volevano sentire rime con soggetti di casa nostra, meglio se con qualche insinuazione o anche semplici allusioni ai fatti nostri; poi, dopo l’ascolto, scoppiavano le chiacchiere e si scatenavano i pettegolezzi. Non era certamente questo il mio obiettivo, ma sicuramente erano preferibili all’indifferenza.
ù+
che a me era piaciuto leggere e ascoltare i due grandi poeti, anzi mi servì molto perché devo dire che li usai entrambi: Ariosto per la forma e Dante per la sostanza, entrambi per i fantastici viaggi. Mi piacque molto descrivere i pregi, pochi in verità, e i difetti, tanti, di gente che si riteneva “intoccabile” per nascita e ceto, oppure desideri e invidie di molti che neppure meritavano d’essere citati. Fu così che scrissi “L’incredulo convertito”, un poema di ben 598 ottave divise in 22 canti cui lavorai per tutta la vita, convinto che sarebbe stato il mio capolavoro e l’opera più adatta a un paese in cui la religione, ad opera di pochi, era divenuta più “instrumentum regni” che di salvezza, madre di bizzocche e bacchettoni. Tra mille stenti e pesanti sacrifici lo completai, ma la stragrande maggioranza non sapeva leggere e i pochi che erano in grado mancavano di tempo: gli sarebbe piaciuto ascoltare qualche strofa, ma leggerlo no. Il tempo è denaro, non poesia. Piacque, però, a pochissimi eletti per i concetti religiosi espressi, per l’arditezza con cui i dogmi di Maria SS.ma e della nostra fede erano stati cantati in lingua siciliana, proprio come Dante aveva fatto nella sua fiorentina .
E’ Virgini ed è Matri Immaculata
Duci spiranza di l’amara vita
Tuttu lu munnu la chiama Biata,
bedda ca di li cori è calamita.
Ed ora ca la fidi è dichiarata
Cci persi lu ‘nfernu la partita.
Scunfittu Satanassu iè dispiratu
Nni li tenebri eterni iè cunfinatu
Di celu e terra fu fatta Patruna
Scacciò la testa a l’orrennu sirpenti;
dudici stiddi cci fannu curuna,
ammantata di suli risplendenti;
sutta li pedi so cci sta la luna.
E’ Matri, è Figlia, è Spusa a un Diu viventi
Ricca di grazzii e di cognizioni
Mmaculata iè Maria Cuncizioni.
Ripensandoci, forse, fu per me un vantaggio che questi istruiti non abbiano letto la mia “Poesia contro la mala fortuna” o “La vita di lu galantomu scostumatu” e meglio ancora l’ultima mia fatica, il poemetto “La fortuna e i ceti”: la loro indifferenza sarebbe diventata astio. Questo mio ultimo lavoro, anche se incompleto, è, a dire il vero, quello al quale sono più affezionato, come al figlio più piccolo. Mi ha dato agio di esprimere, senza peli sulla lingua o sullo stomaco, ciò che realmente penso della realtà che ci circonda e della varia umanità che abita la nostra terra: gira la ruota, girano i secoli e i millenni, ma gli uomini sono sempre gli stessi; dalla vita imparano poco o niente, mentre la fortuna segue i suoi disegni, spesso illudendoci. Anche di me si prese gioco, mostrandomi da lontano un avvenire migliore che da vivo non ebbi mai,
A sti quereli di summa dulìa
Sulu suliddu tra la notti bruna
E di Licona ‘na neglia vinìa.
Iu dissi: sarà forsi la Furtuna.
Infatti, allura vinni ‘na chiarìa
E tra dda neglia vitti ‘na pirsuna
Supra ‘na rota caminannu jìa;
Rivannu dissi: Sugnu la furtuna.
E mi spiegò perché mai ci sarebbe stato “Lustru pi mmia”:
“Pirchì tu nascisti tra Saturnu e Marti,
Cu li ricchizzi nun’ ai nudda parti”
Più chiara di così ! Pane al pane e vino al vino. Me ne feci una ragione, ma non mi arresi:
Giacchì furtuna aiutu tu un mi duni
Ca mi lassasti comu li babbani
Fammi na grazia ca nn’aiu ragiuni
Di chista sira pi sina a dumani
Portami un’è chi sunnu li furtuni
Di tutti li ceti di li cristiani
Pi quantu dugnu tutti li ragiuni
Di nobili, ricchi, mastri e viddani.
Almeno in questo la “Furtuna” mi accontentò e nel giro di 24 ore mi mostrò le sorti di ogni categoria umana: dai “picciriddi all’usuraru”, da “li schetti a li maritati”, da “li disonesti a li malati”, da “lu cuntadinu a lu riccu”:
“Tutti li schetti d’una voluntati
Su disidrusi di farisi ziti
Vannu girannu li curtigli e li strati
Cu ddu piduzzu leggiu arditi arditi
A lu parlari su tutti affittati
Cu ddi discursi santi che sintiti
Ma tra lu cori sunnu scupittati
Ca tutti volunu allatu li mariti.
Vitti la sorti di li maritati
Tinìa la vesti cu diversi sciuri
Cinn’era virdi, cinn’era ncarnati
Cinn’era bianchi, gialli e nigri oscuri
Li virdi e russi su chiddi assurtati
Li bianchi su li casti tra l’onuri
Li gialli li curnuti sfaccialati
Li niguri cu campa cu duluri.
Lu maritari iè cù nzerta e cù sgarra
Cù trova paci e cù trova guerra
Cu mangia, vivi e sona la chitarra
Cu la fami e pitittu l’assutterra
Pocu su chiddri chi beni nni parra
Ma tra li cchiù viditi un serra serra
E cu cchiù curri cchiù prestu s’ammarra
Lu maritari è cu lassa e cu afferra”.
Poi, la “Furtuna” gli mostrò chi non ama le regole del vivere civile e quelli che senza volerlo hanno perso il bene più grande:
“Vitti la sorti di li disonesti
Tutta china di fangu e di lurduri
Campa comu li bruti a li foresti
Comu li porci mezzu li sozzuri
Si cunzuma la vita prestu prestu
E di lu’ nfernu nun avi timuri
Lu cori sempri chinu di timpesti
Chista è na sorti ca mi mitti orruri.
Vitti li spitali populati
Di chiddi genti di sta vita trista:
Cu perdi labbra, cu naschi mangiati,
Cu resta ciuncu, cu perdi la vista
Cu perdi forza, cu su fraggillati
Di tanti malanni chi s’acquista;
Ca tanti e tanti su st’infirmitati
Nun basta certu a nutarli ‘na lista.
Come non fare, poi, qualche amara riflessione sulla sterminata folla dei suoi colleghi e sui pochi antagonisti che godono i frutti del loro lavoro ?
Vitti la sorti di li cuntadini
Unita cu Pomona e lu Diu Pani
Chi amara vita fannu sti mischini:
Travagliu notti e jornu e pocu pani !
Si vannu dannu la faccia a li spini
Giranu pi li munti e pi li chiani
E sangu un ci nni resta tra li vini
Ppi allimentari li grassi patruni.
Ed ora ca stu puntu su’ arrivatu
Lassatimi annittari lu vudeddu:
O ricchi di lu munnu affurtunatu
Nun disprizzati no lu puvureddiu
Ppinzati ca di Diu tuttu v’è datu ,
Ma ccu l’aiutu di lu viddaneddu.
Lu viddaneddu vi duna lu sciatu
E ‘mmanu vi fa luciri l’aneddu.
Ma le parole più aspre sono per coloro che volontariamente si dannano la vita giocandosi la propria e l’altrui fortuna:
Vitti la sorti di li jucaturi
Povira lacirata spasimari
Lochi lu nordicu nni fu l’invinturi
E Satanassu l’appi a cunfirmari.
Ed ora tutti quanti cu fururi
Si jocanu l’armuzza e li dinari
O poviri e dannati jucaturi
La robba persa e l’arma spasimari !”
Avevo ancora mille e mille ceti col loro destino da mostrare, ma ad un certo punto la Sorte si fermò, mi scosse dal mio sogno ad occhi aperti. Non stavo viaggiando per gironi straordinari: ero sul mio povero giaciglio. Mi guardò. Il suo volto era serio, triste; anche la voce non portava nessuna nota allegra. Afferrò la mia mano ormai fredda e sussurrò: “Amunì ! Lassa perdiri li cosi umani e agustati li cosi divini! Chiddu ca n’avisti ‘nterra, ti l’avi a ddari lu celu senza misura !”
Era la tarda sera del 23 novembre 1856.
Tanti avevano detto, promesso, giurato; pochissimi mantennero. Tra chi ebbe i suoi manoscritti mons. Nicolantonio Diliberto Cinquemani si premurò di far stampare “L’incredulo convertito” nel 1877 a Palermo dalla Tipografia Pietro Montaina; il poemetto “La fortuna e i ceti” arrivò nelle mani del parroco di S. Giovanni, il prete-poeta Pasquale Mulé, che lo lesse accuratamente, vi fece una piccola introduzione, aggiunse alcune ottave finali, dieci, per dare una conclusione logica all’opera, e lo fece pubblicare nel 1906 a Caltanissetta dalla tipografia dei Fratelli Arnone.
Giuseppe Pitré nella sua “Biblioteca di tradizioni popolari” scrisse: “Pietro Puntrello è classificato tra i migliori poeti popolari della Sicilia”.
L’amministrazione comunale alla “Strata a ficu”, che maestosa scende verso S. Errigo, diede il suo nome il secolo scorso.
E noi ?
Con affetto
Gaetano Schifano
N. B.: Eccetto l’ottava introduttiva, frutto di personali reminescenze, le altre sono tratte da “L’incredulo convertito” e da “La fortuna e i ceti”. Chi volesse altre notizie consulti:
Alfonso Giannino, S.J. : La fiera dei ricordi, Lussografica, Cl, 1990
Maria Sorce Cocuzza, infinita e amorevole sorgente della memoria mussomelese: Arte e cultura a Mussomeli, Lussografica, Cl, 1990.






























