Mussomeli – A Mussomeli è già disponibile, nel resto d’Italia, bisognerà attendere i primi di ottobre.
Quando uscì, nel 2005, la prima edizione de “La mia santità” destò non poco scalpore. A fronte dell’indiscusso successo di critica. L’inquietante narrazione autobiografica di Mario Ricotta, medico psichiatra di Mussomeli, “… a tutte le madri e i figli del mondo” … ha scosso le coscienze, puntando il suo cono di luce verso l’oscurità e le ombre che segretamente ci abitano. Nell’abisso di un seminario, “luogo di infernale splendore”, e di una vocazione abortita, si consuma la vicenda personale del seminarista “Mariuzzu”, in una non meglio identificata processione di compagni, professori, frati e padri, preti, medici, familiari e rettori, in cui il dramma personale assume una portata universale. Dentro un clero fatto di rigide gerarchie e di un sistema di regole non sempre così ortrodosse!
Oggi, sono passati esattamente vent’anni dalla seconda edizione di quella prima fatica, intanto che l’autore consegna alle stampe il secondo atto di questo dramma immanente, “La mia santità parte seconda ovvero l’altra parte della mia santità”, per Europa edizioni. Mario Ricotta è ancora un uomo in cerca di pace, verità e giustizia. Ma finalmente redendo, in questa nuova “santità” da quell’assenza di Dio che lo ha reso orfano di ogni colpa. Ma anche della fede.
La sofferenza torna, ancora una volta, nel vissuto personale, nelle tragedie che il medico non ha potuto evitare, nelle macerie di un rapporto coniugale finito, nell’indifferenza e nella spietatezza di uno Stato che non tutela i padri. Uno Stato su cui incombe lo spettro delle mafie e della corruzione. Una chiesa sicuramente non esente da colpe e responsabilità. Ci sono i suicidi, c’è la malattia, il rapporto con la morte e col demonio, sfavillante di superba bellezza. C’è un’umanità che soffre e che non sa ascoltare.
Un progetto ambizioso lungo quattrocentocinquantadue pagine, in cui non c’è lettore che non vi riconoscerà il male di vivere. Mussomeli, poi, “è coinvolto nella sua globalità”, riferisce l’autore, serafico, all’indomani del lancio, come se consegnare quelle pagine a futura memoria non fosse che un dovere.
Da Totò Cuffaro -allievo del Don Bosco al tempo in cui l’autore faceva l’istitutore per mantenersi agli studi- a monsignor Cataldo Naro, vescovo di Monreale, “perseguitato da un clero in odore di mafia”, passando per Rosario Crocetta, tanti i casi e i personaggi che Mario Ricotta analizza col metodo che è proprio di un profondo conoscitore dell’animo umano. Con la lente d’ingrandimento sempre puntata allo specchio. C’è la neve del 2017 e una paletta di ferro che, quasi con violenza, catapulta l’autore nella sua infazia. Un fermo immagine potentissimo a restituire la memoria di un vissuto umile. Il baratro e la morte sono sempre in agguato, fosse pure nelle sembianze di un viandante con la “scapuccina” a cui nessuno si avvicina per paura. “Ma se non mi fermo io che sono uno pscichiatra, chi mai potrà farlo?”. Ecco che al di là del dio, c’è sempre una coscienza sottesa, silente e vibrante che fa divine le umane cose.
Di un Dio che non consola, rimane la bellezza, che nelle mani del suo regista e primo attore, si fa esperienza mistica. Estetica e sublime al contempo. “La bellezza è l’inesprimibile che avvolge l’anima e i sensi fino allo stordimento. Io sono la bellezza. Senza di me la bellezza non esiste”.
C’è una “nudità” sconvolgente fra le pagine -neanche tanto fra le righe- del racconto di Mario Ricotta che, per la verità, ci pone di fronte ad un interrogativo -forse scomodo, ma necessario- “quanto siamo disposti a guardare dentro noi stessi?”. “Una cosa è sapere, altro è non sapere”, sentenzia l’autore, convinto com’è che quella colpa bisognava espiarla. Attraverso la penitenza della pagina scritta. Affinchè conoscersi e riconoscersi, dentro un mondo alla deriva, possa essere un rito collettivo ancorchè un esercizio individuale. Poi … in fondo al racconto … nell’abisso più recondito … candida quella pagina bianca dove si può seppellire quello che non si è potuto scrivere. Poichè dove la luce è più forte, l’ombra è più nera.
Che sia l’epilogo vuoto di una trilogia perfetta.




























