Home Cultura Mussomeli, la lezione del beato Livatino all’’”Hodierna”: «Straordinari nell’ordinarietà»

Mussomeli, la lezione del beato Livatino all’’”Hodierna”: «Straordinari nell’ordinarietà»

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Mussomeli – All’IIS Giovanbattista Hodierna lezioni di vita a partire dall’esempio terreno del beato giudice Rosario Livatino. Un incontro per le classi quarte e quinte.

Mussomeli. L’Istituto di Istruzione Superiore Giovanbattista Hodierna (ri)apre le porte alla legalità, nel segno del beato Rosario Livatino -“il giudice ragazzino” ucciso dalla Stidda il 21 settembre del 1990- nell’ambito del progetto “Sub tutela Dei: l’eredità giuridica e morale del Beato giudice Rosario Livatino”, curato dalla professoressa Giovannella Difrancesco. All’interno del piano triennale di offerta formativa dell’istituto che, lo scorso 30 settembre 2026, ha celebrato il suo 60° anniversario.
Un gradito ritorno quello di “Rosario” fra le pareti dell’auditorium Lillo Zucchetto -altro martire di casa nostra- che grazie al lavoro alacre dello scrittore locale Roberto Mistretta, è diventato uno di noi. Fresco di stampa, di fatto, il suo terzo, e mai ultimo, lavoro sul giudice di Canicattì, “Rosario Livatino. Un angelo in volo”, dedicato ai più piccoli, e del quale, proprio alle classi del biennio degli istituti G.B. Hodierna e Virgilio, si è parlato lo scorso 23 ottobre, con chi, a vario titolo, Livatino lo ha conosciuto o, in qualche modo, se n’è occupato. In vita o post mortem!
Un esempio di vita quotidiana, un faro per le nuove generazioni, e quella “straordinarietà nell’ordinarietà” che più, e più volte, ha risuonato in quell’agorà, fattasi, per l’occasione, presidio di legalità.
Alla presenza del sindaco Gianluca Nigrelli e del comandante della Compagnia dei carabinieri di Mussomeli, capitano Lorenzo Pallotta, sono intervenuti il giudice Giovanbattista Tona, consigliere della Corte di Cassazione; l’avvocato Giovanni Tesè, amico di Livatino; lo scrittore Roberto Mistretta, noto biografo di Livatino. L’incontro è stato moderato dal rappresentante d’Istituto, Nazareno Lo Sardo, 5 CAT.
Ha aperto i lavori la dirigente Rita Maria Cumella che, nel dare il benvenuto ad ospiti e intervenuti, ha definito la giornata “una pietra miliare del nostro percorso di legalità” con un ringraziamento particolare ai docenti  Giovannella Difrancesco e Piero Carà, per aver reso possibile l’incontro. “La scuola, in quanto agenzia educativa, ha il compito di presentare modelli credibili”, ha continuato, la dirigente, ponendo l’accento su “valori e disvalori nella società odierna”.
Ha preso poi la parola la professoressa Difrancesco che, innanzitutto, ha ringarziato il professore Carà e la vicepreside Giovanna Milazzo per la collaborazione e l’incoraggiamento a procedere, poi, ha rimarcato la volontà di organizzare l’incontro necessariamente nel mese di ottobre. Così come, di fatto, è stato. Che, poi, per quelle fortuite e fortunose coincidenze della vita, è caduto il 29, esattamente giorno in cui ricorre la memoria liturgica del beato Livatino. Il viaggio, intanto, per alunni e docenti, proseguirà giorno 3 p.v. prorio a Canicattì, sui luoghi del Beato. Da contrada Gasena -lungo il vecchio tracciato della SS640, dove, all’altezza del Km. 10, Livatino venne freddato con sette colpi d’arma da fuoco- al cospetto del corpo del Beato nella chiesa di Santa Chiara -dove fino a giorno 5 ci sarà l’ostensione del corpo- passando per il luogo più intimo degli affetti di Livatino, la sua casa-museo in viale Regina Margherita. “Un’esperienza che, magari, col senno del poi, inevitabilmente inciderà sul percorso formativo dei ragazzi”, ha sentenziato la prof.ssa Difrancesco, quasi incredula per la riuscita di un evento di tale portata!
Dal canto suo, il professore Carà, docente di Diritto, dall’alto della sua intrasigenza, come ha tenuto a sottolineare, si è dichiarato “convinto di sposare, sin dal suo primo nascere, il progetto della collega di Religione, in memoria di tutti quegli eccidi che tanto hanno animato le cronache quotidiane, ai tempi della frequentazione scolastica. Magistrati, forze dell’ordine, giornalisti annientati da un morbo. E, di contro, una giustizia quasi Biblica” che nel toglierci l’uomo, ci restituisce un martire. “Essere straordinari nell’ordinario. Livatino non era un supereroe, era un ragazzo come voi”, così ha parlato agli studenti, attenti e curiosi, che da lì a poco, hanno animato il dialogo con le domande poste agli autorevoli relatori
Il sindaco Gianluca Nigrelli ha richiamato la coscienza del ruolo di ogni pubblico amministratore, elogiando ” l’impegno del giudice Tona, sempre sensibilie ad ogni richiamo. Un ruolo che incardina la sua ragion d’essere tra burocrazia e funzione pedagocica. Avendo sempre chiaro da quale parte lo Stato deve stare”. Ribadendo l’impegno della locale amministrazione che ha già scommesso sulla figura del beato, a partire dall’intitolazione della sala al Plesso Monti.
Subito dopo, il ciclo degli inteventi che ha preso le mosse a partire dalle domande di Giuseppe Antinoro e Giuseppe Lanzalaco 4 SIA, Ginevra Piazza e Enza Rita Bullaro 5 SIA, Giorgia Alessi e Alessia Belfiore 5 AFM. Primo ad essere chiamato in causa il giudice Tona che, sin da subito, ha precisato “il mio incontro con Livatino non è stato fisico, anche per una questione meramente anagrafica”. Esssendo lui studente universitario a Palermo alla Facoltà di Giurisprudenza, al tempo dell’uccisione del giudice. Eppure, quell’omicidio, che poteva essere uno dei tanti, a quel tempo, ha segnato quasi un discrimine, nella percezione critica di chi si affacciava al mondo, tutt’altro che dorato, della giustizia, all’alba dei difficili anni ’90. “Appresi la notizia dal Tg 2 dell’una, allora secondo canale. Un momento particolare, poichè, nonostante la cospicua cronologia di morti del tempo, ebbi la sensazione che la situazione fosse diversa da quelle già viste. Fui preso da un sentimento di maggiore prossimità, nella dinamica di quel ragazzo ucciso in modo barbaro”. E rimarca la meraviglia, -abituato com’era stato, anche lui, a vivere in un ambiente piccolo- per quella notizia che ribaltava totalmente la percezione comune sul fatto che “a trentotto anni, un profeta può venire anche da Nazareth. O da Canicattì. Per diventare una vittima di mafia basta essere straordinari, pur senza accorgersene. Benaltra cosa rispetto all’umiltà. La mafia cerca le cose utili” riferisce ai ragazzi, col tono di chi, il sistema lo conosce bene e pure da vicino, “non quelle che animano il dibattito pubblico, spesso fatto di cose inutili col solo scopo di distrarre, come oggi i like sui social. Le cose che contano non sono quelle in base a quante volte ti dicono bravo, non sono quelle di cui gli altri parlano, tantomeno quelle di cui parlano bene. Le cose che contano sono quelle che tu capisci che contano perchè vivi in una dimensione di realtà. Le cose che fai con la coscienza di realizzare i compiti che ti vengono affidati, piccoli o grandi che siano. Una chiave di lettura che ci permette di rivedere quanto grande sia l’anonimato di tante storie. La cosa più difficile oggi è fare silenzio ed essere prossimi. Non social. Solidali col proprio tempo e con la propria comunità. Cosa questa che può avveniure solo a condizione che la testa sia sgombera dalle chiacchiere”. E tira in ballo “i valori cristiani quali risorsa per chi la fede non ce l’ha. Un umanesimo laico e cristiano al contempo, fondato sull’uguaglianza che non discrima a prescindere. La giustizia deve essere vista come momento di risoluzioine dei contrasti. Pur sapendo che l’uomo è peccatore e che anche i cristiani peccano”. E, nell’orizzonte ideale della fedeltà allo Stato, “Tra fede e diritto”, c’è ampio spazio a prescindere dalla fede, per tutti quei “servi unutili” che pure ci richiamano alle Sacre Scritture. E termina con una boutade su cui scatta ance l’applauso “anche perchè, fra tutti i grandi del mondo, quello più ‘assenziato’, oggi, mi pare il papa!”. Mentre, alla domanda, velatamente provocatoria, sul “senso”, quale categoria che regola le azioni del singolo, categorico, sentenzia “se uno deve sacrificarsi per la giustizia perchè deve vedere che poi le ingiustizie non ci saranno, che tutto deve funzionare, possiamo prendere baracca e burattini, ce ne andiamo e abbiamo finito. Se uno si deve impegnare per fare sì che la giustizia possa trovare spazi in un mondo che comunque tendenna ad essere giusto, allora ne parliamo”. E cita un anziano saggio quando dice “non so se lui se lo merita, ma so che me lo merito io”. Alla fine, Livatino, come patrono dei magistrati, ha messo d’accordo credenti e laici della categoria, poichè, “patrono laico della Magistratura lo era già. Ora lo è, ancora di più, per quelli che hanno la sua stessa fede. Un professionista fedele al suo ruolo. Questo era il giudice Livatino”, e ammonisce sul rischio tutto concreto di “scadere nel quadretto. Un santo che, da laico, realizza un modello di vita nel quotidiano. Uno dei migliori magistrati di questo Paese”. Agli interessati al concorso per santo, ha ricordato Tona, che “prima bisogna essere bravi nella vita quotidiana”.
Poi la parola è passata all’avvocato Tesè, amico e compagno di Liceo di Livatino, che ha esordito ringraziando per la “mezza giornata di giovinezza” che l’incontro gli ha regalato. “La gioia che i giovani portano negli occhi con le domande”, ha proseguito, “sono il frutto di un percorso scolastico fatto prorio. La speranza di un futuro migliore”. E l’ha buttata molto sul pratico pure l’avvocato, sdoganando l’idea di quella beatitudine, piuttosto ingessata, “basta un sorriso per un gesto d’amore per essere candidabili alla santità”. Ha sottolineato, poi, la valenza di quel 29 ottobre, giorno della cresima di Livatino che, a trentasei anni, riconferma il sacramento del Battesimo. Oggi beato. “Al Liceo classico di Canicattì ci incontravamo ogni giorno durante la ricreazione. Spesso per la preparazione di un giornalino. Poi, durante il percorso universitario. Era un piacere. Rosario era intelligente e dalla battuta sempre pronta. Sapeva coniugare saggezza ed equilibrio”, così lo ha ricordato, in vita, l’amico che, ne ha incrociato pure il percorso professionale, con tanti aneddoti di vita quotidiana. Con Livatino, ha avuto il privilegio di prestare giuramento insieme. Su espressa richiesta del giudice martire. Una “persona normalissima” che, dall’alto del suo metro e sessanta, ha messo Dio sopra ogni cosa e la sua vita sotto la sua tutela. Sforzandosi di essere coerente in ogni circostanza”. Umano, così profondamente umano, che “voleva vivere. Rosario voleva vivere e, quel giorno, lungo quella scarpata, è scappato per difendere il dono che Dio gli aveva fatto. La vita, appunto! Ma oggi, a fronte del sacrificio, rimane quell’amara domanda “Perchè?”. Incomprensibile pure ai suoi assassini”. Gaetano Puzzanghera, ventidue anni, Paolo Amico e Domenico Pace, ventiquattro e Giammarco Avarello, venticinque. “Convertitevi”, tuonò trentatrè anni fa, il grido del santo Giovanni Paolo II, aggrappato al Crocifisso, il 9 maggio 1993, al termine dell’omelia alla Valle dei Templi, poco prima di accogliere, nelle Sue mani, il dolore infinito dei genitori di Livatino, papà Vincenzo e mamma Rosalia Corbo. “‘Hanno ucciso Gesù Bambino’, disse, prima dell’arrivo della salma, il preside Giuseppe Lanza”. E ancora commosso al ricordo di quel “momento terribile”, Tesè ricambia il dono ai ragazzi, così proprio come era solito fare Rosario con gli amici. Ma, stavolta, il dono è prezioso, e incontra quasi la religiosità dell’atto. ha regalato agli studenti, una copia autentica di “Fede e diritto”, la relazione che Livatino tenne il 30 aprile del 1990, appena sei mesi prima di essere assassinato, presso la sede del Movimento culturale cristiano delle Suore vocazioniste a Canicattì. Una copia scritta a macchina che, fra le sue mille correzioni, a macchina e a penna, rivela, fra le righe, il carattere estremamente meticoloso del giudice. “Rosario era per un mondo più umano, non era anti”, si appella pure all’inglese poco frequentato, da lui come da Rosario, pur di coinvolgere i giovani a “crederci”, Tesè, nell’arringa finale che inneggia a un mondo di pace, giustizia e carità”. Che il beato Livatino faccia il miracolo!
Ha chiuso il ciclo degli interventi Roberto Mistretta, presentato come “amico dell’istituto”, a cui è toccato tirare le somme. Rapidamente. Rispondendo alle domande di Alessia e Giorgia, lo scrittore, ha presentato la figura di Livatino come la testimonianza di un siciliano perbene che aveva più o meno l’età dei ragazzi presenti quando alla sua prima biografa, la professoressa Lidia Abbate, disse che voleva fare Giurisprudenza per difendere la collettività. Ora, trentasei anni dopo, dopo il terzo libro, Mistretta sta lavorando ad un podcast e ad un’inchiesta giornalistica. Convinto com’è che, se molto è stato detto, molto ancora si potrà dire. Ha raccontato, poi, della sua “folgorazione sulla via di Canicattì”, con una punta d’ironia, riferendosi, relativamente alla genesi del libro,  all’incontro con don Giuseppe Livatino, arciprete di Raffadali, omonimo ma non parente del giudice, e postulatore della causa di beatificazione. Non sarebbe la prima volta che lo scrittore si trovi al posto giusto nel momento giusto. Che è sempre una buona base di partenza. Poi, ovviamente, occorre tutto il resto. Ma non manca a lui! “Mi ha messo a disposizione le agendine di Rosario che mi hanno pemesso di conoscerlo a 360°. “Una boccata di aria pura” lo ha definito in apertura, per la purezza dei sentimenti, figlio devotissimo, con grande senso dell’amicizia, dotato di fede profonda,  autentica, vera,  e non sbandierata. Meticoloso e con una capacità di scrittura elevatissima. Umile fino alla fine. Riservatissimo, pranzava con un bicchiere di latte e, ogni mattina, prima di recarsi in Tribunale, passava in chiesa. Così fece fino all’ultimo giorno”. Perchè, di fatto, nessuno mai sa quale sarà l’ultimo giorno! “Annotava, con fare certosino, aneddoti di vita quotidiana” che, sotto la lente d’ingrandimento dell’autore, oggi, assumono tutto il carattere della straordinarietà. Come quel 5 marzo del ’90, quando, poco prima di morire, su richiesta dei carabinieri,  si trova ad accompagnare un ferito in ospedale”. E’ qui che Roberto vede e fa vedere la grandezza di “un pezzo di Stato” che, “non si qualifica”, dice, ma “come un cittadino qualsiasi, accompagna quell’uomo in ospedale”. Si chiamava Antonio Cusumano, ed era nato il 9 novembre del ’56.  E’ stato proprio nelle strade del quotidiano che Rosario di quel “sub tutela Dei” ne ha fatto un programma di vita. Laddove “tutela” non è -egoisticamente- protezione, ma guida. L’acronimo STD ricorre sovente negli appunti del giudice che, col senno del poi, assumono il sapore forte della premonizione. Sono le stesse consonanti che identificano il clan di appartenenza di quei quattro giovani sbandati -STiDda- e forse, anche graficamente, il discrimine fra il bene e il male non è mai così netto. Il giudice ragazzino, martire per la chiesa,  testimone e  vittima di giustizia per lo Stato, se ne va e si porta nel cuore “il suo sogno biondo, Dina un’insegnante conosciuta a messa”. Un sogno rimasto tale perchè Rosario sa che può accadere. Come, di fatto, è accaduto!
Al capitano Lorenzo Pallotta e alla vicepreside Giovanna Milazzo, sono stati affidati gli onori della chiusura.
Ha puntato sulla “funzione” della giornata il comandante, una “funzione di consapevolezza che porta indistintamente alla riflessione. Nulla è scontato”, ha precisato, e “il rischio è quello di abituarsi alle notizie. Fortunatamente noi viviamo in tempi migliori, proprio grazie ai sacrifici che hanno scosso le coscienze collettive”. Esortando i ragazzi a “riflettere  bene sui contenuti semplici ma raffinati che la giornata ha messo a disposizione”. Da giovane,  ha parlato ai giovani, il capitano, mettendosi dalla loro parte, con l’autorevolezza che non è connaturata al ruolo ma alla concretezza dell’agire. Come dimostrato dai fatti e non dalle parole. Che pure sono importanti. Da fruitore dei contenuti, ha messo in risalto il coinvolgimento emotivo che è stata la vera cifra dell’eccezionalità della giornata.
Tanto pathos, alla fine, è venuto fuori dalle parole della vicepreside Giovanna Milazzo, già definita dalla preside “colonna portante dell’Istituto che non sostiene un progetto, ma li sostiene tutti. Un epilogo nell’epilogo, quello della professoressa Milazzo, che ha ricordato l’uccisione  barbara e codarda di un “picciuttiaddu”, così come si è affacciata la figura del beato Rosario Angelo Livatino nei suoi ricordi giovani. “Coltivate il pensiero critico e responsabile” ha raccomandato agli alunni, in quella palestra di vita che è la scuola. Fra “titoloni e una società liquida” che rischia di assorbire, ha messo in guardia dai “distrattori” gli alunni che, forse senza saperlo, sono già investiti della grande responsabilità di contribuire alla costruzione di  un mondo migliore.

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