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L’architetto Salvatore Nigrelli firma il progetto di Villino Florio che diventa Museo della Belle époque

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Palermo – “Ci (ri)vediamo all’Olivuzza”. Volendo parafrasare, coi migliori auspici, donna Franca Florio -all’anagrafe Francesca Jacona della Motta di San Giuliano- che, assieme al marito Ignazio Florio junior e a suo fratello Vincenzo, erano soliti invitare così gli amici nella loro dimora. Villino Florio. Il gioiello liberty di Ernesto Basile, che verrà trasformato in museo della Belle époque, e restituito a nuova vita, grazie al progetto da 1milione di euro, a firma dell’architetto mussomelese Salvatore Nigrelli.
“Nulla come l’architettura riesce a cristallizzare le istanze socio-culturali di un’epoca, incorniciando l’immagine complessiva della società all’interno della quale si costruiscono tasselli determinanti nei manuali di storia dell’arte”. Una delle tante riflessioni dell’architetto -ormai aduso agli incarichi di responsabilità- all’indomani dell’avvenuta consegna del progetto. Progetto finanziato con uno dei 182 milioni del Fondo di sviluppo e coesione, e che, verosimilmente vedrà l’inizio dei lavori entro il 2027.
Villino Florio è molto più che il simbolo per eccellenza del Liberty palermitano, topos, fisico e metafisico, di una delle più ricche, chiacchierate ed eterne dinastie della Belle époque mediterranea. Villino Florio è il custode di una storia divenuta leggenda che, come tutte le leggende, si è infranta contro la miseria e lo squallore della realtà. Suo spietato contraltare! Fisicamente nessun progetto potrà mai restituirci il mitico filo di perle di donna Franca. Ché fu da lei stessa venduto, nel vano tentativo di salvare dalla rovina, un marito discusso e discutibile. Eppure da lei, mai contestato. Però se ne potrà restituire la memoria. E questa sarà la sfida del progetto che promette molta innovazione, nel rispetto della conservazione. Un onere che Nigrelli condividerà con il collega Francesco Ferla, assieme all’onore del ricevuto incarico. Mentre, a completamento del team, per la mise en place del progetto voluto dalla Soprintendenza ai Beni Culturali, gli architetti Francesco Macaluso, Danilo Maniscalco, il giornalista Giacinto Pipitone e Fabio Paci, quale responsabile unico del procedimento (RUP).
<< Nessun altro edificio residenziale siciliano >>, continua Nigrelli, << come il Villino Florio è in grado di sostanziare l’importanza del lascito Liberty giunto a noi. Malgrado il passaggio del secolo breve, improntato su ogni forma di barbarie >>. Slabrato fra due devastanti conflitti mondiali. Ai quali il Villino è comunque sopravvissuto. Con tutto l’incendio di origine dolosa del 1962 che lo semidistrusse, ventiquattro ore dopo un attentato subìto con una bomba anticarro, trovata in uno dei viali del giardino e disinnescata in tempo. Andarono comunque distrutti tutti i mobili disegnati dal Basile e tutti i rivestimenti lignei interni, in gran parte, realizzati dalla ditte Golia e Ducrot.
Il mondo dei Florio è scomparso per sempre con lo sgretolarsi dell’impero familiare. Si è dissolto assieme alle navi della Navigazione Generale Italiana, alle tonnare, agli stabilimenti di Marsala, alla fabbrica di ceramiche, alle miniere di zolfo, alla Fonderia Oretea, ai Cantieri Navali, al giornale L’ORA …
E con esso, anche quello che Palermo aveva rappresentato per la scena internazionale.
<< Il progetto nasce dal desiderio di restituire alla città di Palermo, e al pubblico internazionale, la straordinaria complessità culturale, artistica e imprenditoriale che caratterizzò il passaggio fra l’Otto e il Novecento. Alla luce della modernissima e avanguardistica elaborazione formale, il capolavoro di Ernesto Basile diventa il contenitore di se stesso. In un dialogo continuo tra la narrazione storica e l’edificio stesso. Tra materialità e innovazione. Tra memoria e teconologia. Zero barriere architettoniche al piano terra, dove un hub tecnologicamente molto avanzato, promette un viaggio immersivo e sensoriale con visori a 360°, grazie ai quali ognuno potrà fruire virtualmente della visita completa dell’edificio. Il perno tecnologico dunque di tutta l’opera. Ai piani superiori, invece, saranno esposte opere fisiche legate al mondo liberty locale e internazionale. Spazi “eterei” di installazione saranno regolati dal principio del minimo impatto con il monumento, dai progettisti, ritenuto intoccabile, in linea con la supervisione della Soprintendenza ai Beni Culturali. Nel pieno rispetto di ogni punto del progetto originario che non intaccherà la struttura in alcuna sua parte. La riqualificazione include, ovviamente anche l’area verde del giardino, quale punto focale della narrazione storica e contemporanea. Dalla terrazza, poi, sarà possibile ammirare la particolare relazione scenografica fra l’edificio e il parco. Uno spazio contemplativo che unisce lo sguardo alla percezione sensoriale. Una storia palermitana sì, dunque, ma al tempo stesso, anche pienamente internazionale. L’idea è quella delle legegrezza assoluta, della trasparenza e della precisa convinzione che l’intervento debba rispettare il Villino, le sue prospettive e la filosofia progettuale che lo ha ispirato. Una notevole complessità inquadrata in uno schema geometrico rettangolare, la cui narrazione mmoderna è adesso affidata ad una doppia narrazione analogico-digitale, all’insegna dell’esaustività totale. Il dettaglio decorativo non è un optional ma elemento preminente del contesto che si inserisce nel suo genius loci. Dietro la sua apparente fluidità, il villino conserva una matrice rigorosa improntata a canoni classici proporzionali della sezione aurea. Questo si è scoperto grazie al ridisegno che ha svelato e rivelato l’anima nascosta del gioiello liberty e la sintassi architettonica del Basile, tradotta nella complessa espressione formale ed estetica del Lberty siciliano>>. Quanto si legge nella relazione dei progettisti.

Il villino, nato come “garconniere” per il giovane Vincenzino, appena sedicenne, -l’ideatore della Targa Florio, per capirci!- venne commissionato da Ignazio ad Ernesto Basile nel 1899 con l’idea di onorare la memoria del “primo” Vincenzo, fratello scomparso prematuramente, nel 1879, a soli dodici anni.
Trattasi di un’opera d’arte totale, posta al centro ideale del parco di 5 ettari nel quartiere decentrato dell’Olivuzza, antica porzione della Conca d’oro, prima, rinomata zona di caccia, divenuta poi luogo di villeggiatura di nobili e borghesi. Dove sfuggire l’aria malsana della città.
Il Villino sorse in luogo del tempietto a pianta circolare voluto dalla principessa Maria Caterina Branciforte di Butera, fino al 1831, proprietaria del parco e delle annesse proprietà. Poi, nel 1868, acquistato in toto dal senatore Ignazio Florio sr. per 350.000 lire. Icona del lusso e della inarrivabile raffinatezza dei Florio, pensato come foresteria di confronto per elitès imprenditoriali e nobiliari di tutta Europa. Creare stupore era la sua mission! Nel 1904 vi passarono persino il kaiser Guglielmo II con la consorte Augusta Vittoria. Per mezzo secolo, dal 1868 al 1918, sarà abitato dalla dinastia dei Florio, fino a quando donna Franca Jacona di San Giuliano, moglie di Ignazio Florio, darà l’ultimo addio alla tenuta, traghettando quell’ultimo tramonto dicembrino dalla più alta terrazza del villino del Basile. “… ville, palazzetti, il villino di Vincenzo e tutti i 5 ettari di parco fanno parte da ieri della Società Anonima Sicula Immobiliare … tutto verrà lottizzato e, speriamo presto, venduto. Prima di andarmene per sempre, sono voluta salire sul villino del Basile, dopo anni che nessuni ci entrava, memore della morte di mia cognata Annina … non riuscivo a muovermi da lì. Sono scesa al tramonto, col magone, arrivando quasi in lacrime alla macchina”. come ricostruisce Salvatore Requirez. In seguito infatti alle difficoltà economiche delle attività imprenditoriali, il crack finanziario dei Florio cancella oltre un secolo di storia imprenditoriale dei regnanti senza corona, improntata al gusto e allo sfarzo, con un occhio di riguardo per il benessere dei propri dipendenti.
“Spesso, in questi anni, mi son chiesta qual è il valore della vanità, un altare a cui spesso mi sono inchinata … Corrisponde all’esatto ammontare dell’eredità di un impero economico che pareva infinito e ora è del tutto sfumato. Il valore è nulla.
Eppure dentro di me so che abbiamo indicato una strada, additato un fine, segnato uno stile, non solo nella crescita della città. Spero solo, allora, che questa impronta non si perda”. Sono ancora le parole di una donna Franca ferita, ma non annientata.
Il villino è un capolavoro di Liberty “accastellato” in cui la componente storicista rimane presente. Gli arredi lignei interni sono appannaggio della grande maestria della Golia-Ducrot con i laboratori dei vicini cantieri della Zisa. Dopo varie vicissitudini di degrado e abbandono, non per ultimo l’incendio, e dopo l’acquisto da parte della Regione Siciliana, verrà restaurato dalla Soprintendenza di Palermo e restituito alla pubblica fruizione.
Esaltazione di quella joe de vivre diffusasi in tutta Europa dove Palermo con i Florio ha incardinato la propria epopea di una stagione felice caratterizzata dall’irripetuta fuducia nei confronti dello sviluppo economico rivelatosi poi parentesi breve di pace diffusa e duratura tra il conflitto franco-prussiano, conclusosi nel 1871, e lo scoppio del primo conflitto mondiale il 18 luglio 1914. Dove l’elemento tecnologico dell’epoca bella diverrà “misura” di morte tra il fango e il filo spinato insanguinato delle desolanti trincee. Il mito della velocità che aveva partorito anche l’automobile legandola allo sport e all’economia attraverso gare esemplari “locali” ma di respiro internazionale, quale la Targa Florio, voluta, creata, finanziata e organizzata proprio dal destinatario del Villino, che così si raccomanda << Continuate la mia opera, perchè l’ho voluta per sfidare il tempo >>. Fu in quell’innesto felice e fecondo che le donne ebbero grande spazio e ampia visibilità. Un primo passo verso il successo e la gloria.
148 chilometri di tappa nel circuito madonita partoriti dalla mente fervida di don Vincenzo e del suo destino di sportman, laddove la stazione di Buonfornello si fa principio e fine di un percorso che, redimendosi, torna su se stesso. Tra polvere e fichi d’India, ramarri e strade sterrate, a ricucire un sogno sull’orizzonte delle Eolie. Ne parlerà mezza Europa, consegnando a don Vincenzo il suo trionfo mediatico che intanto costruisce memoria in una terra che, in fondo in fondo, neanche gli appartiene. E che pure promuove, invitando i migliori piloti a svernare nell’isola. Trasformata nella sede del jet set internazionale. Rivivrà anche l’epopea del sogno a quattro ruote nel giardino di Villino Florio, fosse anche una gigantesca bolla evanescente, Sarà il segno di riconoscenza e gratitudine della città che restituisce… Un mito al suo mito!

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