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Agguato di mafia, collaborante torna alla sbarra

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Caltanissetta – Nuovo passaggio in aula per un collaborante che si è anche autoaccusato di omicidio. Sì, perché ha impugnato la condanna che gli è stata inflitta.

È il niscemese Antonino Pitrolo a giudizio in appello per il delitto del gelese Cristoforo Verderame, vittima oltre un trentennio fa di un agguato in Lombardia. A San Donato in particolare.

In primo grado, al termine del giudizio con rito abbreviato, il collaboratore di giustizia è stato condannato a otto anni di reclusione.

Lui che ha già confessato di essere stato uno dei killer che uccisero Cristoforo Verderame e ha pure puntato l’indice contro gli altri presunti componenti il commando e mandanti di quella missione di morte.

Nel procedimento “madre” sono stati ventidue i coinvolti. Era il gennaio di undici anni fa. Al centro di quel dossier Una cruenta guerra, combattuta a suon di morti ammazzati, consumata alla fine degli anni Ottanta e che dalla Sicilia s’è sposta al Nord.

Tra questi episodi anche il delitto Verderame, caduto sotto i colpi dei killer a San Giuliano Milanese nell’ormai lontano 1988.

In quel procedimento, tra gli altri, è entrato anche il boss di Vallelunga, Giuseppe «Piddu» Madonia. Ma il processo ha poi sancito che non aveva nulla a che spartire con una catena di omicidi di mafia nel Milanese. Tant’è che a fronte di una richiesta di ergastolo da parte dell’accusa è stato poi assolto.

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