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E’ vissuto da guerriero e da guerriero è morto, mentre lavorava fino alla fine, il fotografo Giovanni Chiaramonte.

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“Morto Giovanni Chiaramonte, protagonista della fotografia italiana internazionale”. Titolava così ieri, il “Corriere” in un articolo di Annachiara Sacchi, proprio nel giorno della morte del grande fotografo che unì il linguaggio dell’immagine con la teologia. Per una beffa del destino, come sempre accade quando la realtà decide di superare la fantasia, questo gigante della fotografia -nato a Varese nel 1948, da genitori originari di Gela- artista concettuale, critico, curatore, docente universitario, editore, muore, a 75 anni, proprio mentre si inaugurava la mostra, all’Adi Design Museum di Milano, da lui stesso curata con tanta passione “Fotografia alla carriera. Omaggio della fotografia italiana ai maestri del Compasso d’oro”. Assieme a Michele Nastasi, aveva contattato i più grandi, come lui del resto! Giovanni Chiaramonte inizia a fotografare alla fine degli anni Sessanta, la sua formazione è una poetica della luce nel solco della tradizione teologica ed estetica della Chiesa d’Oriente ed ha come tema principale il rapporto tra luogo e destino nella civiltà occidentale. Un’attività instancabile quella di Chiaramonte che lo vede passare da uno scenario all’altro qualche volta senza soluzione di continuità. Tanto grande era la voglia di fare. Fra esposizioni, approfondimento degli studi teologici, fondazione di una casa editrice, direzione di una collana, produzione saggistica e attività di curatore. Coinvolto in importanti imprese, quali ad esempio “Viaggio in Italia” e “Esplorazioni sulla via Emilia”, nel 2005 da alle stampe il volume “Attraverso la pianura”. Nel 2010 lo ritroviamo all’Expo di Shangai, mentre la sua fervida attività di pubblicazione sulle più note riviste di architettura gli vale la laurea honoris causa in Architettura dell’Università di Palermo. E ci piace ricordarlo, Chiaramonte, da un punto di vista privilegiato, quello di una persona che lo ha conosciuto e anche bene, l’architetto Santo Di Miceli, che, appena un anno fa, lo aveva coinvolto, a distanza, nel seminario tenutosi a Mussomeli, presso il Chiostro Monti, organizzato e promosso da lui in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Caltanissetta, “La Fotografia della città contemporanea”. Alla domanda su cosa avesse insegnato all’allievo il maestro Di Miceli, visibilmente provato per la messa a fuoco di quello che si è confermato un destino annunciato, risponde: “a mettere a fuoco l’infinito, una responsabilità d’altronde poichè, a dire del maestro, l’infinito è il segno riportato sugli obiettivi delle macchine fotografiche. E poi, il fotografo è in primis un uomo di pensiero. Pensiero e azione stanno fra loro in un legame indissolubile. Ogni telefonata con lui era un film, una lettura, per nutrire il pensiero. Dopo la prima lezione in cui mi ha insegnato a ‘mettere a terra il cavalletto’ è stato tutto un susseguirsi di insegnamenti per la vita, in vent’anni di amicizia. Voglio ricordarlo al lavoro, in giro per la Chora di Himera, mentre sperimenta la luce che proviene dal paesaggio attraverso quel colore caldo, pervasivo che sarebbe diventato la sua fotografia. Ricordo, e ancora ricordo, l’ultima telefonata, agli inizi di settembre, al ritorno da Palermo dove avevo visitato una sua mostra “Realismo infinito”. Mi ha chiesto com’era la mostra a Palazzo Branciforti che non aveva potuto inaugurare, viste le precarie condizioni di salute, per via del suo male incurabile. Alle foto da me inviate, fra l’altro, aveva scritto parole forti, ardue, come quelle di una sentenza inappellabile, presagio di fine, ‘i dolori si stanno mangiando la vita però sento viva la presenza di Gesù nel cuore’. Capii e non seppi cosa rispondere. Ci pensò lui per me, è la dote dei grandi, avere le risposte ancora prima che ci sia la domanda, “sono in una pace profonda’. E non ci fu bisogno di aggiungere altro”. Le esequie di Giovanni Chiaramonte si terranno sabato 21 ottobre, alle ore 11:00, presso la Basilica di San Nazaro in Brolo a Milano.

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