Home Cronaca “L’abito di Rosalinda Cannavò al GFvip nel mio atelier nel 2012”

“L’abito di Rosalinda Cannavò al GFvip nel mio atelier nel 2012”

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Mussomeli – Sarà stata la dote dello sciamano che com’è noto un pò a tutti caratterizza gli artisti e gli spiriti eclettici come lui, o il dono della preveggenza che invece si associa ad una buona dose di isteria, altra caratteristica che non poco gli appartiene… fatto sta che Franco Petruzzella, stilista mancato per un pelo, l’altra sera se n’è accorto subito, lo sguardo attento ha catturato il dettaglio…e… proprio così! L’abito indossato da Rosalinda Cannavò al “GRANDE FRATELLO” VIP è lo stesso che lui ha avuto in atelier nel 2012. Ben nove anni prima dunque, nella sua lucida follia, Franco aveva anticipato la moda e le tendenze. A riprova di quanto detto allega ampia galleria fotografica e immagini alla mano, l’abito stesso quale “corpo del reato” che ha subito provveduto a farsi riportare in negozio. E aggiunge “lo hanno proposto in tre colori quell’abito, nero, rosa cipria e blu royal, io l’ho avuto nero”, mentre quello della Cannavò riporta le nuance dei lapislazzuli.  Una conferma dell’innato talento che molto ha contribuito alla sua personale gratificazione in un momento estremamente difficile come questo. Infatti, dopo essersi abbondantemente autoincensato, come solo lui sa fare,  Franco si lascia andare ad un accorato sfogo su quella che è la condizione di disagio economico che la categoria sta vivendo sotto l’egida spietata del Covid il quale ha mietuto (e continua a mietere!)  vittime non solo nella salute fisica e mentale ma anche in campo economico. E lancia un appello ai suoi concittadini che, in tempi non sospetti, ha provveduto ad allietarne le serate all’insegna della moda in passerella, esortandoli oggi a consumare le risorse intra moenia com’è auspicabile sempre, ancor di più  in tempi di crisi economica. Ci vuole poco a rimpiangere quell’occasione perduta per lui, ragazzo prodigio che il treno che passa una sola volta lo perse per sempre… a casa sua. Quel treno aveva il volto e le sembianze di un funzionario di Vresace. Alla vista dei suoi bozzetti (al tempo Franco frequentava il liceo artistico e faceva il pendolare da S. Cataldo) il fantomatico autista rimasto in panne in mezzo all’oceano sperduto della PA-AG del 1975   gli fissò un colloquio con l’azienda scatenando il dies irae dell’amata e venerata mamma dell’emergente talento. “E proprio Lei che mai aveva parlato in italiano, almeno non fino a quel momento, quasi posseduta da una forza demoniaca”, come simpaticamente riferisce l’interessato con la sua inconfondibile mimica e vis comica, “comincò a sproloquiare alla meno peggio nella lingua di Dante”. In maniera sufficientemente chiara tuttavia da poter essere compresa anche dal malcapitato dell’alta Italia e per scongiurare sic et simpliciter qualsivoglia tentativo di fuga dell’”addrevu”. Così quel giorno a quel tavolo da pranzo, la vita  decretò il destino di Franco confinandolo per sempre nel piccolo paesino di montagna, come un’ostrica al suo scoglio, nel quale tuttavia è riuscito  a vivere fra alterne vicende   inframmezzando momenti di scoramento a ventate di entusiasmo.

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