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Scandalo della sanità, confermata la condanna dell’imprenditore mussomelese Navarra

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Mussomeli – Cinque anni e dieci mesi per  l’ex presidente del consiglio di amministrazione di Pfe spa, il nisseno, di origini mussomelesi,  Salvatore Navarra. Niente sconti per lui nel secondo passaggio in aula del processo legato al maxi scandalo scoperto dalla guardia di finanza ribattezzato «Sorella sanità» incentrato su un presunto mega giro di corruzione e di tangenti legate agli appalti per la sanità e alle forniture di materiali e servizi agli ospedali in Sicilia. E per l’accusa l’imprenditore  avrebbe stretto un patto corruttivo con l’allora direttore dell’Azienda sanitaria di Trapani e all’epoca dei fatti, responsabile della centrale unica di committenza della regione siciliana, Fabio Damiani e il faccendiere Salvatore Manganaro, per un appalto da 227 milioni di euro. E, per l’accusa, il presidente della «spa» che conta migliaia di dipendenti in tutta Italia, sarebbe stato disposto a versare qualcosa come 750 mila euro. Un passaggio, questo, che sarebbe contenuto in una intercettazione tra Damiani e Manganaro raccolta dai finanzieri. In appello confermate anche le pene anche per lo stesso Damiani a 6 anni e mezzo per il quale, però, sono stati trasmessi atti alla procura per verificare una ulteriore contestazione di induzione indebita a dare e promettere utilità, inizialmente ritenuta concussione e poi rimodulata: E, ancora, sette anni e due mesi a Francesco Zanzi amministratore delegato della Tecnologie Sanitarie spa, 5 anni e 10 mesi per Roberto Satta, ex responsabile della stessa società e quattro anni e quattro mesi per l’imprenditore agrigentino Salvatore Manganaro. Inasprimento, invece, ex manager dell’Asp di Palermo, Antonio Candela, salito adesso a sette anni e quattro mesi a fronte dei sei anni e dieci mesi in primo grado, sei anni e quattro mesi per l’imprenditore Giuseppe Taibbi contro i precedenti cinque anni e dieci mesi . Le accuse, per  tutti loro, a vario titolo, sono di  corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e turbata libertà degli incanti.

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