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«Si offrì di aiutarmi attraverso Arnone per porre fine agli attentati che subivo», Così Di Vincenzo su Montante

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Caltanissetta – Rifiutò l’aiuto di Montante per porre fine a una serie di attentati ai danni dei suoi cantieri. Montante, in particolare, gli avrebbe offerto un “aggancio”  con il boss Serradifalchese, Vincenzo Arnone. Questo sarebbe avvenuto nella primavera di ventotto anni addietro dopo l’elezione di Montante a capo dei giovani imprenditori. Presunta proposta, senza richiesta espressa di quattrini, che il destinatario avrebbe rifiutato.

A sostenerlo, in aula, l’ex presidente vice presidente regionale di Confindustria, Pietro Di Vincenzo, citato come teste, ma è anche parte civile, al processo legato al cosiddetto sistema Montante, che prima si è soffermato di una ricostruzione di quella che sono stati gli inizi della sua carriera imprenditoriale e poi, storicamente, con  Francesco Averna la nascita del gruppo dei giovani industriali. Quella tra loro, in Confindustria ,  fu in seguito una successione con toni aspri partita dopo il coinvolgimento di Di Vincenzo in un’inchiesta della procura di Roma, ribattezzata «Cobra», in cui in primo grado è stato condannato a sedici mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, per poi essere definitivamente assolto. E un po’ di tempo dopo è scattata anche la misura patrimoniale ai danni dello stesso Di Vincenzo, con il sequestro prima e la confisca poi di beni per qualcosa come 264 milioni di euro.

«Montante montò una campagna stampa parlando di una rivalità tra noi, dicendo che doveva liberare Confindustria dalla mafia e  da tutti i vecchi componenti… molti di noi non lo  avrebbero visto di buon occhio peri suoi rapporti con Arnone», ha aggiunto Di Vincenzo nel ricordare poi che lo stesso Montante avrebbe «millantato una laurea honoris  causa conferitagli dalla Sapienza»

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