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Agguato mortale per questioni di droga, la corte decide di sentire in appello imprenditore antiracket

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Riesi – Si ripartirà dalla verità di un teste ritenuto chiave. Un passaggio che segnerà la riapertura del dibattimento nel processo d’appello per un delitto che, secondo carabinieri e magistrati, sarebbe maturato in ambienti di droga. Anche se poi sarebbe saltato fuori anche un ipotetico movente passionale.

Così, come chiesto da difesa ma anche dalla procura generale, al processo per l’uccisione del trentottenne riesino Salvatore Fiandaca, si ripartirà dalla testimonianza dell’imprenditore di Riesi, Eugenio Di Francesco, vice presidente regionale di Rete per la legalità Sicilia.

Microspie piazzate sulla sua auto avrebbero registrato la sua conversazione con un altro riesino che sarebbe stato informato su quel delitto e ne avrebbe conosciuto anche gli autori. Uno scenario, quello del suo racconto, che sostanzialmente ricalcherebbe la ricostruzione degli inquirenti.

Alla sbarra, in questo procedimento, figurano quattro riesini, il trentaduenne Michael Stephen Castorina, il trentottenne Gaetano Di Martino , il ventitreenne Giuseppe Antonio Santino, il trentaquattrenne Pino Bartoli –  assistiti dagli avvocati Giovanni Maggio, Michele Ambra, Salvatore Pappalardo, Ivan Trupia e Angelo Asaro – tutti condannati all’ergastolo al termine del processo di primo grado perché riconosciuti colpevoli di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione e porto di armi.

Ora la corte d’Assise d’Appello presieduta da Andreina Occhipinti (consigliere Gabriella Canto) ha disposto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, ma deve sciogliere ancora la riserva su altre richieste avanzate dalle parti.

La vittima – i suoi familiari, assistiti dagli avvocati Giovanni Pace e Walter Tesauro,  sono parti civili – è caduta sotto i colpi di un fucile, la mattina del 13 febbraio di cinque anni fa. E ognuno dei quattro imputati, secondo l’impianto accusatorio, avrebbe rivestito un ruolo ben diverso.

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