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Delitto Fiandaca, “collaborante” rivela confessioni del compagno di cella su autori e movente    

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Caltanissetta – Tre degli imputati per omicidio li ha inchiodati sulle loro presunte responsabilità, tirando via dagli impicci un quarto. E ha pure indicato i presunti moventi. Così una sorta di collaborante che ha condiviso la cella con uno degli accusati e che da lui avrebbe raccolto confidenze spontanee.

A girargli quelle confessioni sarebbe stato il trentasettenne Gaetano Di Martino «Tanu Cantalanotti», sotto processo insieme al trentatreenne Pino Bartoli, il ventiduenne Giuseppe Antonio «Lucignolo» Santino e  il trentunenne Michael Stephen Castorina. A loro – difesi dagli avvocati Vincenzo Vitello, Giovanni Maggio, Michele Ambra, Adriana Vella, Angelo Asaro e Ivan Trupia – la procura nissena, rappresentata dal pm Davide Spina,  ha contestato le ipotesi di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione e porto di armi.

Reati legati all’agguato ai danni del trentottenne di Riesi, Salvatore Fiandaca , vittima di un agguato scattato la mattina del 13 febbraio 2018, in contrada Spampinato, nelle campagne di Riesi. Ora i suoi familiari -assistiti dagli avvocati Giovanni Pace e Walter Tesauro – sono parte civile nel procedimento.

Il “collaborante”, sempre secondo i racconti raccolti dall’altro, ha tirato fuori da questo scenario omicidiario Castorina che il giorno dell’omicidio – secondo la tesi a discolpa – si sarebbe trovato a Mazzarino per una visita medica specialistica della sua compagna. Mentre, sempre secondo la sua versione, Di Martino si sarebbe accusato di quell’omicidio tirando in ballo anche suo figlioccio «Lucignolo» e Bartoli.

E anche in relazione al movente, sempre secondo le rivelazioni ricevute dal compagno di cella di Di Martino, sarebbe stato passionale. Ma vi sarebbero stati anche problemi di droga, per una ipotetica partita di droga non pagata.

E sempre al cospetto dell’Assise di Caltanissetta  presieduta da Roberta Serio (a latere Simone Petralia) è stato sentito anche un ufficiale del Ris di Messina che ha confermato che il dna di uno degli imputati – di Santino in particolare – è sovrapponibile con quello rilevato in una cicca di sigarette trovato sul luogo del delitto.

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