Home Cronaca Il cunto che incanta, standing ovation per Salvo Piparo a San Cataldo

Il cunto che incanta, standing ovation per Salvo Piparo a San Cataldo

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San Cataldo – Ammaliante, ipnotico, incantatore. Magnetico, avvincente e seducente. Salvo Piparo, il cuntista dell’anima, venerdì 5 gennaio, ha stregato il suo pubblico, tenendolo ancorato per quasi due ore ai banchi della navata centrale della chiesa Madre di San Cataldo, alla vigilia dell’Epifania e del suo mistero. “Cuntu di Natale”, l’evento interamente promosso dal comune di San Cataldo, è stato messo in scena dall’attore narrante Salvo Piparo e dal musicista Michele Piccione. Due talenti che non si sono risparmiati dandosi interamente alla platea nonostante le temperature non proprio amene delle sere montane ancorchè mondane. Palermitano d’adozione ma mussomelese d’origine, ci piace ricordarlo con una piccola e civettuola nota di campanilismo, Salvo Piparo è il custode del cunto ed oggi porta alto nel mondo il nome di questa antica arte, una delle più tradizionali tecniche di narrazione della Sicilia, le cui origini risiedono nella metrica greca dei rapsodi e degli aedi e che si tramanda nella sua unica forma possibile, quella delll’oralità. Un mondo che rivive arricchendosi di nuove forme e di immagini nuove. Perchè il cunto, custodisce sempre un messaggio fra il detto e non detto, anche questa, arte sopraffina di cui solo noi, siculi ad oltranza, sappiamo perpetrarne la memoria a dovere!

Nel luogo sacro di sempre il poeta ha chiamato a raccolta i suoi fedeli e, cullandoli con le note di un’arte antica che è quella del cunto, dolce nenia!, e del suo cuntista, li conduce nella scena. Già, perchè la scena non è dell'”attore”, almeno non in questo caso. Qui, la scena è di tutti e non potrebbe essere altrimenti laddove si narra della propria terra e del suo destino. Terra Madre, benigna e matrigna, ma pur sempre Madre, pur sempre donna, pur sempre nostra. Con uno sguardo al passato e uno al domani. Figlia, a sua volta, di una tragedia immanente che è tragedia solo per caso e per indolenza.

Veste di nero l’aedo, ricci i capelli e folta la barba che tanto fa personaggio. E’ un’ombra nella penombra più che una presenza, che a tratti si incarna in una figura fisica e invade la platea, mentre il pubblico diventa protagonista in un inusuale e imprevisto gioco delle parti a cui nessuno intende sottrarsi. Perchè è bello sentirsi parte della scena, protagonisti della narrazione. Mentre la potenza del verbo si fa sostanza, il ritmo incalza, le note si accendono e il tutto s’infiamma nella sublimazione dell’arte, mistico amplesso dello spirito. E l’aedo prende per mano il suo personaggio, lo cala nella folla che si perde nella bellezza dello smarrimento. Dove i morti ritornano, fosse pure sotto forma di “pupo” di zucchero. Ha toccato tutte le corde, Salvo Piparo venerdì sera in quella chiesa fattasi “agorà” per l’occasione. Non ultime quelle dell’anima. Lungo una narrazione avvolgente e avvincente che parte dalla “cutra” di Maria donata ai suoi figli nel giorno dell’Immacolata, stringe i denti nei passaggi serrati e ritmati del verso, in un crescendo e decrescendo per poi sconfinare su orizzonti più rosei, di senso leggero e del doppio senso che lì non si può, perchè il luogo è santo ma la tentazione è forte, e vira verso un oltre di senso e un senso altro, un senso più alto, il riscatto di una terra che poi così “irredimibile” davvero non può essere!
“Nun ci nnè pisci a mari” abbannia il pescivendolo allo Sperone in un’atmosfera che sa di souk e del “feroce saracino”, di Rosalia e… “cori di Gesù aiutanni tu”. E, mentre sul “pistolone” di asburgica memoria si monta la farsa del venditore ambulante abusivo che ossequia il finanziere, gli sganciabombe americani diventano i “sorci verdi” dell’immaginario collettivo popolare, e si fa largo il “presepe di tutti” dove troneggia persino Chiara Ferragni e il suo pandoro della colpa, dove la vecchina si affaccia da una finestra e grida “va cercati u travagghiu” e dove lo “scantato” non si “scanta”, piuttosto scoppia prepotente l’applauso per padre Puglisi che ha pane per gli amici e per i nemici, oggi come ieri. In barba ad ogni sorpruso e ad ogni dominazione, della città puttana e santa, ancora una volta, sempre.

Il cunto fatto canto, carne e spirito nel miracolo di Natale, ha fatto “politica” nell’accezione più arcaica e nobile del termine. E, fosse anche solo per questo, un ringraziamento questi due artisti davvero se lo meritano e, con loro, quanti hanno permesso, ad un’utenza non proprio avvezza, di vivere un’emozione che è sempre catarsi.
Si accendono le luci e cala il sipario sull’aedo genuflesso al pubblico che lo acclama, Michele Piccione lascia il suo regno e si unisce al gruppo, più in là il leggìo col suo canovaccio e il cappello, opportunamente dismesso, attendono un nuovo viaggio nella memoria…

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