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La “Sagra della guasteddra” ottiene la certificazione di qualità ma divide anche sul nome

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Mussomeli – La “guasteddra” alla fine l’ha spuntata. Nonostante le polemiche che hanno accompagnato la settima edizione della sagra, lunedì 8 gennaio, a chiusura del lungo “calvario” di Natale, alla Pro Loco di Mussomeli, è arrivata comunicazione, da parte dell’UNPLI, dell’avvenuto accreditamento a “sagra di qualità”. Notizia questa che ha fatto sì che il 2024 si aprisse sotto i migliori auspici per la nota associazione di volontariato locale che, da settembre in avanti, non poco si è trovata al centro di svariate polemiche. Per il castello prima, per la sagra dopo. Di cui, a tempo debito, il giornale ne ha dato prontamente notizia. Ma adesso il fatto sembrerebbe azzerare qualsivoglia attacco di qualsivoglia natura circa l’una e l’altra questione. Un risultato che sembrerebbe “avere premiato il lavoro di squadra, a partire dai soci che si sono spesi a vario titolo per la buona riuscita del progetto, opportunamente sostenuti dall’amministrazione comunale nelle persone del sindaco, on. Giuseppe Catania e dell’assessore al Turismo e Spettacolo Sebastiano Lo Conte”. Il premio sarà consegnato ad una rappresentanza presso il Senato della Repubblica Italiana. “Al momento le sagre certificate sono solo 64 sulle 42 mila che ogni anno si svolgono in Italia. Il riconoscimento comporterà grande visibilità a livello nazionale e promozione nei circuiti mediatici e turistici dell’UNPLI”, ne dà notizia il sindaco. Tuttavia, già all’indomani della sagra, lo ribadiamo, si era scatenata una forte polemica fra sostenitori e detrattori della “guasteddra” che, per dovere di cronaca e d’informazione, intendiamo riportare. Il fatto curioso è che, sopite le brame del palato, ad infiammarsi sono state quelle della lingua. Che hanno operato un vero e proprio scisma fra sostenitori della “purezza” del siciliano, inteso, si badi bene, come lingua, ovverosia dotata di un vero e proprio dizionario, e promotori del dialetto locale, a loro dire, più identitario. Insomma il casus belli esplose per via di quella “r” dopo la doppia d che traduce tutte le doppi l dell’italiano e che risulterebbe “fastidiosa nella scrittura e cacofonica nella lettura”. E “cosa ancora più strana, che,in tutte le precedenti edizioni, la sagra era della guastedda”. Il prof. Giuseppe Palermo, cultore della lingua siciliana nella quale si diletta a scrivere versi osserva: “Non solo a Mussomeli, in tutta la Sicilia, la r si pronuncia ma non si scrive, in casi come questo. Così la scrivevano anche i nostri poeti locali vissuti prima dell’Unità d’Italia, quando il siciliano cadde in disuso perchè l’italiano era diventato la lingua ufficiale. Tutte le lingue e i dialetti del mondo hanno regole di scrittura, cioè ci sono parole che si scrivono in modo diverso da come si pronunciano. Regola questa che a noi mussomelesi ovviamente sfugge!”. Di contro, Marina Castiglione, ordinario di Scienze umanistiche di UNIPA , fresca di conferenza al Parlamento europeo proprio sulla questione del siciliano, dice la sua a riguardo e tira in ballo l’alfabetico fonetico internazionale per potere definitivamente tagliare la testa a “cavaddu” o “cavaddru”. Tuttavia alfabetico fin troppo farraginoso laddove si predilige una comunicazione più immediata. “Pretendere che i dialetti, consegnati a noi attraverso l’oralità, abbiano grafie coincidenti con le pronunzie (quali poi?) è impossibile. Pertanto sovente ci si chiede se il fonema vada scritto con le due -dd- (per le quali vi è una lunga tradizione) oppure con -ddr- (che denuncia una pronuncia più affricata che occlusiva). Il busillis non ha soluzione perchè così come non “rende” cavaddu non “rende” neanche la grafia cavaddru. Noi siciliani dialettofoni, qualunque sia la forma grafica, sappiamo bene come si pronunciano questi suoni cacuminali/retroflessi!”. A breve riporteremo le tesi per esteso sia del prof Giuseppe Palermo che della prof.ssa Marina Castiglione, per un ulteriore approfondimento.

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