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L’avvocato Sorce ricorda:”Quella volta che il giudice Borsellino a Mussomeli mi spiazzò sul pentitismo”

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Paolo borsellino nel 1987 a Mussomeli

Mussomeli – Sono passati oltre 30 anni da quando Paolo brosellino in  un convegno nel paese manfredonico parlò dei pentiti e accettò di buon grado  ile osservazioni di  un giovane, promettente e disinvolto avvocato mussomelese. “La figura di Tommaso Buscetta, quale accusatore, emerge assieme a tanti altri, recitanti il ruolo dei pentiti. Mafiosi perdenti, che affidano la loro vendetta agli organi dello Stato. Il fenomeno del pentitismo ha rotto l’omertà, una volta rigidamente osservata dall’organizzazione mafiosa. Ma dalle dichiarazioni rese dai pentiti, occorre trovare dei riscontri, secondo il libero convincimento del giudice”.Furono  queste le parole, nel lontano 1987, Paolo Borsellino interveniva a Mussomeli, in un convegno intitolato “Maxiprocesso: una scelta ed un impegno”. La mafia, dagli anni Sessanta a oggi, è apparsa sempre la stessa – raccontava all’epocaPaolo Borsellino – Sempre alla ricerca di facili guadagni, lucrando dalla campagna prima e dall’edilizia dopo, ed infine dalla droga. Nessuno si è voluto rendere conto di tale attività. E coloro che, nell’ambito della Giustizia, intraprendevano un’azione contro le

l’avvocato Piero Sorce

cosche mafiose, venivano eliminati nella speranza che, tolto di mezzo l’audace, le indagini si sarebbero fermate. Per di più, furono sperse, artificialmente, sul loro conto, deplorevoli accuse di corruzione”. Quindi spiegava che “scoperte le connessioni, negli anni Ottanta, tra gli esponenti americani di Cosa nostra e quelli siciliani, si è progettato il Maxiprocesso di Palermo”. A raccontare quelle parole è stato nei giorni scorsi “Il Fatto Quotidiano” grazie allo studio dello storico mussomelese  Giacomo Cumbo. Dalla platea, un giovane si alza: “I pentiti non dicono mai tutta la verità”. Quel giovane al tempo 27enne, da poco procuratore legale, oggi è l’avvocato Pietro Sorce. “Ricordo la pacatezza con cui Borsellino mi rispose. Io sostenevo che i collaboratori di giustizia venivano utilizzati troppo nei processi penali, che poi si concludevano con le semplici accuse mosse da questi. Borsellino mi spiazzò: era quasi d’accordo con me…”. “È così”, disse il giudice. “La sensibilità e l’esperienza dell’inquirente dovrebbero condurre a comprendere quando un collaboratore di giustizia sia affidabile e quando, invece, renda dichiarazioni per esclusivo tornaconto”.
“La nostra lotta deve essere sempre serrata e, soprattutto, non deve cedere alle lusinghe che la mafia di ieri sia diversa dalla mafia di oggi. È necessario che l’impegno dello Stato sia globale”

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