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«L’ho ucciso io con un calcio alla testa», così un buttafuori racconta il delitto Naro

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Palermo – «L’ho ucciso colpendolo con un calcio alla testa». È un passaggio del racconto del buttafuori abusivo, a quel tempo minorenne, che avrebbe ucciso un giovane medico di San Cataldo.

Il racconto del ragazzo – già condannato a 10 anni di carcere con il rito abbreviato – è legato alla morte del giovane medico Aldo Naro di San Cataldo, venticinquenne al momento della tragedia che s’è consumata la notte di San Valentino di quattro anni fa all’interno della discoteca «Goa», di via Lanza di Scalea, a Palermo.

In questo troncone processuale sono a giudizio proprietario della discoteca teatro della tragedia, Massimo Barbaro, accusato di favoreggiamento personale, il quarantottenne Francesco Troia e il ventottenne Antonino Basile  accusati di rissa aggravata.

Nei loro confronti i familiari del professionista ucciso – assistiti dagli avvocati Antonino e Salvatore Falzone)
– sono costituiti parte civile.

E in aula, dinanzi il giudice di Palermo, Sergio Ziino, ha deposto il buttafuori a quel tempo diciassettenne e che ha ripercorso quei momenti drammatici.

Si è assunto la responsabilità dell’accaduto, ribadendo di avere sferrato lui quel calcio fatale alla testa di Naro.

Ma ha escluso che in discoteca, quella notte, sia scoppiata una rissa.

Si è limitato a fare riferimento a «un litigio verbale e nulla più. Una teoria, la sua, che ha già prospettatio nel procedimento a suo carico e tra le pieghe della sue dichiarazioni, racchiuse in un verbale di oltre treceneto pagine, che sono state inserite agli atti di questo procedimento.

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