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«Non scambiarono provette di sangue», assolti per peculato dirigente Asp e medico del pronto soccorso

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Caltanissetta –  Le accuse si sono sciolte come neve al sole. Cancellando la colpevolezza di un dirigente medico e di una sua collega in servizio al pronto soccorso del «Sant’Elia».

È stata la Cassazione a cancellare, per entrambi, le ipotesi di concussione per cui erano stati assolti in primo grado e condannati in appello.

Assolti,  adesso definitivamente, il dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale, il  sessantacinquenne Vito Claudio Maria Milisenna  –  assistito dagli avvocati Grazia Volo e Dino Milazzo – e  il medico del pronto soccorso dell’ospedale «Sant’Elia» di Caltanissetta,  Maria Tumminelli – assistita dall’avvocato Diego Perricone  – che condividevano, in tema di accuse, due ipotesi d’induzione indebita a dare o promettere utilità con l’aggravante di avere occultato un altro reato, mentre il solo Milisenna era stato anche chiamato a rispondere d’induzione in errore e la falsità ideologica in certificati commessa da persona esercente un servizio di pubblica necessità.

La Suprema Corte ha ritenuto il dirigente di medicina legale non colpevole, per le imputazioni più gravi, «perché il fatto non sussiste», mentre erano già prescritti altri capi.

Assoluzione totale e immutabile, anche per l’altro medico, Maria Tumminelli, che secondo l’accusa avrebbe subito pressioni dal dirigente.

Entrambi in primo grado sono stati assolti. Ma poi procura e procura generale di Caltanissetta hanno impugnato quella sentenza e, in appello,  sono stati condannati. Il dirigente e quattro anni e mezzo e la collega a due anni e due mesi.

Anche in Cassazione la procura generale ha chiesto ora  la conferma del pronunciamento d’appello. Ma la Suprema Corte, alla fine, ha condiviso le tesi sostenute dalle difese.

Tutto ruota attorno a un episodio avvenuto la notte del 19 aprile del 2014. Quando la figlia di  Milisenna

sarebbe risultata positiva al test dell’etilometro, a cui era stata sottoposta da una pattuglia di polizia.  Anche se, secondo la tesi a discolpa, quella positività sarebbe stata legata a un medicinale che la ragazza aveva assunto poco prima.

Dopo la contestazione, da parte della polizia, di guida in stato di ebbrezza a carico della ragazza,  secondo il teorema della procura, il padre avrebbe organizzato prelievi in ospedale per poi scambiare la provetta con il suo sangue con quella della figlia, perché risultasse negativa all’alcotest.

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