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«Sequestrato no, ma rapinato a Mussomeli sì», condannati due cognati e un favoreggiatore   

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Mussomeli – Rapinato sì, ma sequestrato no. È la “lettura” del verdetto di condanna emesso a carico di tre mussomelesi finiti al centro di una intrecciata vicenda con peraltro, estorsione e altro ancora. Uno di loro, però, rispondeva soltanto di favoreggiamento.

 La pena più severa, con 12 anni di carcere e 10.500 euro di multa- a fronte di una richiesta del pm di dieci anni – è stata inflitta al trentasettenne  Fabio La Greca, riconosciuto colpevole di due episodi di rapina ed estorsione sempre ai danni della stessa vittima, spaccio di droga – hashish in particolare – e falsità materiale.

Stesse imputazioni per le quali il cognato, il ventiseienne Vincenzo Cacciatore   ha rimediato 7 anni e nove mesi di reclusione e 6 mila euro di multa – il pm aveva chiesto nove anni – mentre di contro, per entrambi (assistiti dall’avvocatessa Teres Alba Raguccia), è stato dichiarato il non doversi procedere per sequestro di persona aggravato e violenza privata aggravata in concorso.

Chiude il quadro lo zio di La Greca, il sessantottenne Totuccio Piazza – assistito dagli avvocati Giuseppe Dacquì e Ruggero Mancino – condannato a 4 mesi con il beneficio della pena sospesa, mentre l’accusa aveva chiesto sei mesi.

Tra le pieghe del pronunciamento è stata anche dichiarata l’interdizione perpetua di La Greca e Cacciatore dai pubblici uffici e l’interdizione legale per la durata della pena.

Questo il verdetto che è stato emesso dal tribunale presieduto da  Francesco D’Arrigo (a latere Giuseppina Chianetta e Lorena Santacroce)  e che sarà motivato nell’arco di novanta giorni.

La parte lesa, un giovane pure lui di Mussomeli, V.B., e che sarebbe stato bersaglio dei reati al centro del procedimento, ha poi scelto di non costituirsi parte civile.

È da una storia di droga che tutto è iniziato. Da qui è partita l’indagine dei carabinieri che poi s’è ampliata ad altro. Secondo la tesi dei militari, la Greca avrebbe venduto sette grammi e mezzo di hashish a un compratore. Era il 5 giugno di quattro anni fa. Da quel momento in poi il focus degli investigatori è stato centrato su questa vicenda che poi, però, s’è allargata.

Sì, perché qualche giorno dopo l’adesso parte lesa sarebbe finita nel mirino dei due cognati. A lui sarebbero stati estorti 230 euro ricorrendo a uno stratagemma, ossia la presunta falsificazione di un verbale redatto dai militari  di Villalba relativo a un sequestro di stupefacenti che era scattato il 24 maggio del 2019 a carico dei due.

Droga che – secondo la tesi investigativa – avrebbero dovuto acquistare per conto dell’altro con soldi suoi.  E i due avrebbero falsificato la data di quel verbale cambiandola dal 24 al 28 maggio del 2019

Proprio il 28, sempre di maggio, secondo il teorema accusatorio, i cognati avrebbero sequestrato per qualche minuto in macchina il malcapitato. Lo avrebbero preso a schiaffi e poi si sarebbero fatti consegnare i soldi che l’altro sarebbe stato costretto a ritirare al bancomat. «Vieni con me a prendermi i soldi immediatamente perché altrimenti ti ammazzo», lo avrebbero minacciato.

Ma non si sarebbero accontentati solo di questo. Perché per evitare di contattare i suoi familiari per raccontargli del sequestro di droga «e farsi risarcire i danni», avrebbero anche preteso dall’altro e l’autoradio e il suo telefono cellulare. E lo avrebbero intimorito perché tacesse, minacciandolo se avesse denunciato ai carabinieri l’accaduto.

In questo momento si sarebbe inserita la figura del terzo imputato, di Piazza. Sì, perché secondo l’accusa avrebbe avvertito il nipote di una “spiata” sul suo conto per una partita di droga. E avrebbe pure consigliato al nipote di non usare la sua auto perché dentro erano state piazzate microspie.

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