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«Troppo false per essere… vere», cade la pena: non era taroccatore di monete antiche

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Mussomeli – Il suo non era un «monetificio» antico. Una fabbrica del tarocco. No. A queste conclusioni è arrivata la Suprema Corte che ha inferto un colpo di spugna ai precedenti pronunciamenti.

E così le contestazioni mosse a suo carico e che nei precedenti passaggi in aula hanno alimentato verdetti di colpevolezza, si sono sciolte come neve al sole.

Così s’è pronunciata adesso la Cassazione nei confronti di un presunto falsificatore… che falsificatore non era. E per un gelese è arrivata una sentenza assolutoria, a fronte di precedenti condanne a un anno.

Erano stati i carabinieri per la tutela del patrimonio culturale a scovare in casa sua – dentro una stanza trasformata in laboratorio – attrezzature e pezzi sospetti.

Più in dettaglio calchi per la riproduzione di false monete antiche. E, secondo la tesi accusatoria, avrebbe riprodotto pezzi da immettere poi nel mercato parallelo degli appassionati di archeologia.

Ma – è stata la tesi difensiva – i pezzi riprodotti dal presunto falsificatore sarebbero stati palesemente non confondibili con reperti originali. Come dire, troppo evidente che si trattava di semplici imitazioni.

E proprio questo aspetto è stato il punto nodale della decisione della cassazione che, alla fine, ha cancellato le precedenti sentenze di condanna, rendendo l’assoluzione definitiva.

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