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«Fece arrestare il padre accusandolo di abusi», ora dovrà raccontare la sua verità

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Caltanissetta – È alla sua verità che è legato lo scenario del procedimento in cui lei stessa ha trascinato il padre adottivo. Fino a farlo arrestare. Solo un paio di mesi dopo è tornato libero. E per lui la procura generale ha chiesto la conferma della condanna.

Sì, perché la figlia lo ha additato per presunte attenzioni troppo particolari nei confronti di lei che, però, in un secondo momento ha ritrattato quelle pesantissime accuse. Anche se la procura non crederebbe totalmente a questo tornare indietro sui suoi passi.

Così nella vicenda giudiziaria che vede sul banco degli imputati, in appello, un artigiano cinquantaduenne di Riesi  – assistito dagli avvocati Vincenzo Vitello ed Adriana Vella – tirato in ballo per violenza sessuale, maltrattamenti simulazione di reato.

Anche se poi il tribunale del riesame, su ricorso della difesa, in relazione all’ordinanza di custodia cautelare qualche capo lo ha annullato.

Ipotesi di reato che, ad eccezione della simulazione, si sarebbe consumati ai danni della figlia adottiva, una ragazza di origini non italiane – assistita dall’avvocatessa Maria Francesca Assennato – alla quale, al termine del processo di primo grado, è stato pure riconosciuto il diritto a un risarcimento.

E la procura generale, in questo secondo passaggio, ha chiesto che l’imputato sia condannato con la medesima pena rimediata in primo grado al termine del processo celebrato con rito abbreviato, ossia 5 anni e 6 mesi di reclusione.

Ma in aula dovrà essere riascoltata la ragazza per chiarire alcuni passaggi del suoi racconti, perché due sono le versioni, peraltro contrastanti, che nel tempo ha fornito. Perché avrebbe rivelato di esser inventata tutto per ripicca nei confronti del genitore.

E per la difesa, che nell’atto d’appello ha chiesto che lei fosse risentita, troppo sarebbero le falsità che l’allora minorenne avrebbe raccontato. E dove stia la verità dovrà adesso chiarirlo la corte d’Appello.

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