Home Cronaca Guastedda” o “guasteddra”, Palermo e Castiglione, tesi a confronto

Guastedda” o “guasteddra”, Palermo e Castiglione, tesi a confronto

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Mussomeli – Lo abbiamo detto più volte e ci tocca tornarci, la settima “Sagra della guasteddra” di Mussomeli ha ingenerato un vivace dibattito culturale che invero non si vedeva da tempo immemore. Per il dovere di cronaca e il gusto all’approfondimento che ci appartengono, riportiamo di seguito due tesi a confronto, quella del prof Giuseppe Palermo, docente di Scienze in quiescenza, e quella della prof.ssa Marina Castiglione, ordinario di Scienze Umanistiche di UNIPA. L’origine, con ogni probabilità, è tedesca e, quasi sicuramente, fa riferimento alla lingua d’origine dello stupor mundi alla corte del quale nacque e si coltivò quel movimento letterario detto “Scuola siciliana”.

Le grafie non seguono le articolazioni fonetiche delle lingue in maniera pedissequa. Basta conoscere un po’ di francese ed inglese per rendersene conto. Per non parlare delle lingue che hanno grafie che rappresentano la lingua attraverso gli ideogrammi. Quando si fissano i sistemi di scrittura è facile che queste conservino fasi storiche superate dal cambiamento linguistico: ad esempio, la parola ‘re’ si sarà pronunciata ‘roi’ quando il francese ha standardizzato la sua grafia. Pretendere, dunque, che i dialetti, consegnati a noi attraverso l’oralità, abbiano grafie coincidenti con le pronunzie (quali? di quale centro?) è ancor più impossibile. Chi, comunque, abbia scritto o scriva poesie in dialetto siciliano sa bene che vi sono dei dubbi non facilmente
risolvibili, a cui ciascuno risponde dando qualche personale soluzione all’inizio del testo. Uno dei rebus maggiormente ricorrenti è la trascrizione dei cosiddetti foni cacuminali o retroflessi. Si tenga presente, tuttavia che, nonostante si tratti di un fenomeno quasi generale, che riguarda la grande maggioranza dei dialetti dell’Isola, non in tutte le varietà siciliane essi occorrono.
Di norma chi si concentra su questa particolarità tralascia di porsi le stesse domande per i suoni -rr -, – tr- e -strla cui articolazione è altrettanto retroflessa. In effetti, neanche voci come curriri, patri, strata si pronunciano in siciliano per come si scrivono! Se si guarda alla poesia d’autore, che a comporre sia stato il grande poeta cinquecentesco Antonio Veneziano (stiddi, biddizza, trizza), o il settecentesco Giovanni Meli (iddu, beddu, indrizzata), o il grande Ignazio Buttitta (aceddi, ncoddu, matri) non vi sono segnali né indicazioni grafiche che indichino una diversa pronuncia rispetto agli analoghi suoni dell’italiano. Ancora oggi nei versi del più importante poeta siciliano vivente, Nino De Vita, non è possibile distinguere la pronuncia di addumanna e nuddu perché -dd- è scritto con la stessa grafia. Se si fa ricorso all’alfabeto fonetico internazionale (IPA) il problema non sussiste, perché è anche possibile distinguere i suoni pienamente occlusivi [ɖː] da quelli affricati [ɖːʐ]: [kaˈvaɖːu], [kaˈvaɖːʐu]. Nessuno di questi grafemi, però, viene utilizzato ordinariamente, per cui sovente ci si chiede se esso vada scritto con le due -dd- (per le quali vi è una lunga tradizione) oppure con -ddr- (che denuncia una pronuncia più affricata che occlusiva). Il busillis non ha una soluzione perché si dovrebbe porre per molte altre pronunce (ad esempio per i diversi modi con cui i dialetti siciliani chiamano il ‘fiore’): quindi, così come non “rende” cavaddu, non “rende” neanche la grafia cavaddru. Nella grafia fono-ortografica utilizzata in molti lavori di dialettologi ed etnolinguisti si fa ricorso ai puntini diacritici sottostanti, sicché si trovano le seguenti grafie: maṭṛi, beḍḍu, ṣṭṛittu. Ma anche questa soluzione non è facilmente percorribile per chi voglia pubblicizzare un prodotto o voglia scrivere una lirica. Se anche le lingue ufficiali, con una lunga storia di cristallizzazione grafica, non pretendono la piena sovrapposizione tra oralità e scrittura, anche noi siciliani dialettofoni, qualunque sia la forma grafica che ci sta di fronte, sappiamo bene però come si pronunciano questi suoni cacuminali/retroflessi!

 

Partiamo per assurdo dall’assunto che la parola guastella, che in siciliano si scrive “guastedda”, in mussomelese si scrive “guasteddra”. Questo significa che la nostra parlata locale, molto diversa da quella che parlavano i nostri antenati (cosa che posso ampiamente argomentare), è una lingua, e come tutte le lingue, per essere rappresentata in forma scritta, deve essere corredata da una sua grammatica e da un suo dizionario. Oggi non mi risulta che ci sia qualcosa del genere nelle biblioteche pubbliche o private del nostro comune. Quindi il nostro
mussomelese non è una lingua, rimane solo una parlata. Certo, ognuno impropriamente può scrivere la nostra moderna parlata come vuole, con la stessa libertà di chi scrive in italiano senza applicare le regole grammaticali. Se poi c’è chi crede di possedere le competenze linguistiche per scrivere le regole grammaticali, sintattiche, fonetiche e fonologiche, che servono per trasformare la parlata mussomelese in una lingua ben strutturata, lo faccia pure, nessuno glielo impedisce. Voglio brevemente ricordare che poeti mussomelesi del passato come Vitello, Franciamore, il popolarissimo Padre Pasquale Mulè (parroco di San Giovanni), Padre Domenico Canalella scrivevano le loro opere applicando le regole della grammatica siciliana, usando il nesso “dd” e non “ddr”. Una cosa era la parlata, un’altra cosa era come scrivevano. Fatta questa doverosa premessa, torno ai chiarimenti che mi sono stati chiesti sulla questione del come si scrive la “dd” delle parole siciliane. Questo nesso consonantico solo graficamente è una doppia “d”. Nella lingua siciliana invece corrisponde ad una consonante indivisibile, diversa dalla “d”. Infatti è inserita nell’alfabeto siciliano tra la “d” e la “e” (…d, dd, e…). È presente in parole come beddu (bello), cavaddu (cavallo), guastedda (guastella), purceddu (porcello di
latte), ecc. La consonante “dd”, in quanto indivisibile, nella sillabazione delle parole si presenta nella seguente forma: be-ddu, ca-va-ddu, gus-ste-dda, purce-ddu. Nella parola friddu (freddo) invece non c’è la consonante “dd” ma semplicemente due “d” consecutive. La sillabazione quindi sarà frid-du. Come accade per la consonante spagnola “LL”, anche la “dd ” può essere usata all’inizio di una parola. Esempi: ddà (là), dda cosa (quella cosa). Il fonema “dd” è diverso da “d”. La “dd” si pronunzia retroflettendo la punta della lingua sulla parte alta del palato duro, la “d” si pronunzia appoggiando la lingua sugli incisivi superiori, così come nella pronunzia italiana. Questa particolare consonante “dd” è definita “cacuminale”. A sostegno di quanto fin qui argomentato riporto tra virgolette la definizione del dizionario Treccani che è consultabile on line. Sono dette ” Consonanti cacuminali, o semplicem. cacuminali s. f. (dette anche retroflesse o invertite o cerebrali), quelle risultanti dall’applicazione della parte anteriore della lingua a un punto della volta del palato duro; è questa l’articolazione di ṭ, ṭh, ḍ, ḍh, ṇ, ṣ, nel sanscrito, e di dd nel siciliano, calabrese e sardo (beddu, cuteddu, Turiddu, ecc.).” Provate a leggere ad alta voce e a registrare sul vostro cellulare una parola scelta a caso che contiene la “dd”, estroflettendo la lingua quando la pronunziate, e senza aggiungere la “r”. Se avete fatto bene tutto questo, ascoltando la registrazione verrà fuori un unico suono fatto da una “d” con una “r” sfumata. Così pronunziavano la “dd” i nostri antenati mussomelesi e tutti i siciliani. Oggi nella moderna parlata mussomelese, quando leggiamo la” dd” aggiungiamo un secondo suono distinto, quello della r, pronunziando il tutto all’italiana (non in quel mussomelese di una volta) e, come se ciò non bastasse, riportiamo la superflua “r” anche nella forma scritta.
Letterati, poeti e scrittori nostrani del passato che scrivevano in siciliano, non ritenevano necessario evidenziare la presenza della “dd” cacuminale nelle parole. Solo nei manoscritti del poeta siciliano Antonio Veneziano (1543-1593) ho notato che evidenziava la consonante in questione con due taglietti “đđ”. Oggi tra quelli che scrivono in siciliano, per agevolare una lettura e una pronunzia corretta, c’è la tendenza ad evidenziare la consonante cacuminale aggiungendo due puntini sotto “dd” o scrivendola in corsivo o sottolineandola.
Concludo dicendo che queste informazioni sono il frutto delle mie ricerche portate avanti da lungo tempo con tanta passione. Il mio unico scopo è quello
di metterle a disposizione di quanti sono interessati a conoscere la storia della Sicilia e della sua lingua.

 

 

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